giovedì, 29 Febbraio 2024

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Luci della ribalta (Limelight) – Sceneggiatura Edizioni Filmcritica 1953

Luci della ribalta (Limelight) – Sceneggiatura Edizioni Filmcritica 1953

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Autore:  Charles Chaplin

Tipologia:  Sceneggiatura

Film di riferimento:  Luci della ribalta (Limelight, Usa 1952). Scritto e diretto da Charles Chaplin. Fotografia di Karl Struss. Assistente alla regia: Robert Aldrich. Coreografia e musica di Charles Chaplin. Con Charles Chaplin, Claire Bloom, Buster Keaton, Sydney Chaplin, Norman Lloyd, Marjorie Bennnett, Mollie Glessing, Wheeler Dryden, Nigel Bruce, Barry Bernard, Geo Baxter, Michael Hadlow

Editore:  Edizioni Filmcritica / Edizioni dell'Ateneo (distributore)

Origine:  Roma

Anno:  1953

Caratteristiche:  Brossura di color marrone chiaro con titoli in nero, sopraccoperta di colore giallo con illustrazione fotografica in bianco e nero (fotografia di scena del film), titoli in nero

Edizione:  Prima

Pagine:  128

Dimensioni:  cm. 16,5 x 11,8

Note: 

La sceneggiatura in italiano di Limelight (1952) di Charles Chaplin, pubblicata nel 1953 dalle Edizioni Filmcritica (legate all’omonima rivista) e distribuita dalle Edizioni dell’Ateneo di Roma per la collana Testi e Sceneggiature diretta da Edoardo Bruno. Il volume, illustrato da due piccoli ritratti  disegnati in nero e raffiguranti Chaplin, presenta la sceneggiatura dettagliata (a due colonne) del film e un’ampia introduzione di Giovanni Calendoli. Questa pubblicazione è coeva a quella apparsa nel numero di aprile/maggio 1953 della rivista Bianco e Nero, a cura di Fausto Montesanti.  

Sinossi: 

« (…) Lo spettacolo come gioia totale, come esaltazione, come rito di letizia collettiva, come tregua felice e volontaria nella battaglia per la vita, non trova mai posto nei racconti di Chaplin. (…) Il linguaggio di Chaplin regista è di una concisione quasi sprezzante e ha una nota dominante: il rifiuto di ogni lenocinio formale. Dalle prime comiche all’ultimo film, Chaplin non ha mai fatto concessioni alla bella scrittura. La sceneggiatura di questo film è una limpida riprova della sua chiarezza estrema e della sua arte. Le sue immagini  non sono mai pittoriche, ma nudamente cinematografiche e lo sono sempre rimaste. Sembra che Charlot stia sempre dietro la stessa macchina da presa, quella di quaranta anni addietro. La sua tavolozza è quasi rudimentale se è confrontata, per esempio, con quella di un Ernst Lubitsch. Lubitsch ha conquistato tutte le trasparenze e le evanescenze della luce. Charlot è rimasto alle tinte piatte. Egli combatte, si arrangia, mira alla conclusione finale, a dire il fatto suo senza molti complimenti, a farsi un posticino nella mischia del mondo. Le sue donne, anche la dolcissima Claire Bloom, sono tutte sgraziate e intristite; non entrano mai nel clima di una favola lieta, ma rimangono fredde, distaccate, lievemente scostanti. Chaplin non ha tempo per soffermarsi sul piacere. (…) Chaplin è sempre spietato. Il suo spettacolo è l’ultima e la più amara fase del suo combattimento contro il mondo, l’ultimo atto della sua solitudine. In Luci della ribalta, dopo la recita nella quale tutti gli spettatori si sono allontanati presi dalla noia, perché il vecchio comico non da far più ridere, Calvero appare nel suo camerino. Il suo volto coperto dal trucco è una maschera tragica, scavata con crudeltà implacabile. Passandosi sul volto ambedue le mani unte di grasso, Calvero si toglie il trucco. Mostra il suo viso vero. Ed esso non è più triste della maschera pagliaccesca che l’ha coperto fino a quel momento, anzi ha conquistato una straziante serenità che prima gli era ignota, la serenità della verità ritrovata nel proprio intimo dopo una penosa finzione. Questa impossibilità di concepire lo spettacolo come accordo gioioso con la folla discende dalla stessa visione della vita di Chaplin. La vita è per Chaplin una coabitazione nella quale è impossibile raggiungere un autentico, intimo, persuasivo contatto con gli altri. La vita, quale egli la rappresenta, è un mostruoso fenomeno di asintonia. (…) Lo spettacolo di Chaplin è uno spettacolo senza spettacolo. E’ un atto di solitaria protesta, un gesto di sfida, un’offesa. (…) Questa paradossale posizione di Chaplin dinanzi allo spettacolo è una delle testimonianze più evidenti della disperazione contemporanea, di quella disperazione che ha portato alla rinascita del relativismo e dell’esistenzialismo. Lo spettacolo è nato come spontaneità, come gioia, come assoluta possibilità di accordo (fingiamo una favola sulla quale ci si possa tutti intendere, anche se nella realtà della vita siamo in lotta). La carica micidiale di disperazione contenuta nel nostro tempo anche dello spettacolo ha potuto fare uno strumento di lotta e un terreno di contrasto. E Chaplin, attore figlio di attori, è stato senza dubbio uno dei più violenti rapsodi di questa distruzione dello spettacolo inteso come fonte di gioia. »

(Giovanni Calendoli, dall’introduzione alla sceneggiatura pubblicata in questa edizione)

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