mercoledì, 18 luglio 2018

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L’eros di Guttuso nella brochure di “Riso amaro”

L’eros di Guttuso nella brochure di “Riso amaro”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  10 gennaio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Uno dei più ricercati reperti editoriali risalenti al periodo aureo del cinema nostrano è la brochure di “Riso amaro” di Giuseppe De Santis illustrata da Renato Guttuso: una pubblicazione pregevole che esalta la sostanza di quel film spartiacque del 1949, con il quale il neorealismo seppe reinventare se stesso mescolando generi diversi in una sintesi originale. E questo conferendo nuovi valori (culturali, sociali) al paesaggio naturale e umano di quell’Italia che, affiorata dalle macerie postbelliche, ricominciava a proiettarsi nel mondo. Guttuso non esitò a mettere la firma sui materiali pubblicitari di “Riso amaro”, fucina di lavoro collettivo alla quale parteciparono, tra gli altri, Goffredo Petrassi, autore delle musiche, e lo scrittore Corrado Alvaro, come sceneggiatore a fianco del regista e ai cineasti in erba Carlo Lizzani e Gianni Puccini. In una lettera inviata nel 1987 a “Bianco e nero”, rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia, De Santis racconta del suo primo incontro con il pittore di Bagheria, avvenuto alla Galleria d’Arte romana “La Cometa” nel ’48, evocando l’impressione di affinità familiare provocata da quei quadri che, pur “parlando della Sicilia”, erano pieni del suo paese in Ciociaria, “la piana di Fondi fatta di fichidindia e di ulivi, di lunghe strade polverose calpestate dai carretti e dai piedi nudi dei contadini”. A quel tempo nessuno più di Guttuso sembrava adatto a dare consistenza mitologica al tema delle mondine, ad animare figurativamente lo scenario padano di “Riso amaro”. Lo si capisce osservando le sue accese gouaches pubblicate nella brochure della Lux Film, la geometrica composizione delle piantagioni di Venaria Reale pittoricamente sciolta nel verde e nell’azzurro di memoria quattrocentesca, e che stenta a contenere il segno, febbrilmente rimarcato, di un trionfo aspro di corpi femminili  in preda a torsioni rabbiose e involontariamente sensuali durante il rituale del disumano lavoro nelle risaie. Tra quell’esplosione di seni prorompenti e di grembi invitanti, ecco emergere la figura che quel film ha trasformato nell’icona di una condizione tormentata e desiderante: Silvana Mangano, semidea d’erotismo terragno alle cui curve rosate Guttuso dà rilievo fasciandole succintamente di nero e di rosso porpora. Sorprende sapere che il pittore e il regista non s’incrociarono mai su quel set. Al primo bastò l’ispirazione di alcune foto di scena per i disegni che il secondo utilizzò come prezioso sigillo del suo capolavoro.

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