sabato, 27 novembre 2021

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Le parole di Amleto cambiano pelle (Sulla traduzione di “Measure for measure”) di Cesare Garboli – la Repubblica, domenica 17 maggio 1992

Le parole di Amleto cambiano pelle (Sulla traduzione di “Measure for measure”) di Cesare Garboli – la Repubblica, domenica 17 maggio 1992

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Autore:  Cesare Garboli

Tipologia:  Articolo in "la Repubblica", domenica 17 maggio 1992

Origine:  domenica 17 maggio

Anno:  1992

Note: 

IN OCCASIONE DELLA MESSINSCENA DI “MISURA PER MISURA”, regia di LUCA RONCONI  (19 Maggio 1992  al Teatro Carignano  di Torino)
« Per motivi che forse non sarebbe difficile spiegare, il “tradurre” – il trasporto di un testo da una lingua a un’altra – è diventato nel nostro secolo un argomento di primaria importanza culturale. Quanti saranno i convegni organizzati sul problema della traduzione? Quasi non si contano.
E sicuramente non mancano delle cattedre universitarie di teoria e storia della traduzione, così come non mancano cattedre di giornali e forse di storia del dramma coniugale. Tuttavia, mai come nel caso di Shakespeare il problema tende a infiammarsi e a suppurare. Nella mia modesta esperienza di traduttore (sempre e unicamente per il teatro) non mi sono mai sentito rivolgere tante domande come in occasione di un Amleto che ho tradotto tempo fa per Carlo Cecchi.
La stessa cosa si ripete oggi per Misura per misura: la tragedia-commedia o commedia-tragedia (non “tragicommedia”), che andrà in scena domani a Torino per la regia di Luca Ronconi. Approfitto di tale occasione per chiarire un punto che mi sta a cuore. Tradurre per il teatro non ha nulla a che vedere con la traduzione di un testo letterario. Un traduttore non deve mai dimenticarlo. Appena arriva la letteratura, il teatro muore. Non bisogna mai avere finalità letterarie. Ecco il primo dei comandamenti che ho cercato di seguire traducendo Measure for measure.
La mia traduzione è un copione destinato agli attori e a un regista: non va letto, ma ascoltato dalla bocca degli attori. Questo complica le cose anziché semplificarle.Tradurre Shakespeare è pacificamente impossibile; non tanto perché il genio, come si crede comunemente, sia tale da non potersi reintegrare in altra lingua e in altre parole, ma per un ostacolo tecnico che un parlante non può rimuovere.
La lingua inglese, come il cinese, è monosillabica; Shakespeare alterna il comico al tragico, quindi la prosa al verso; e ciascuno dei suoi veloci pentametri, nella sua corsa, contiene e fa rotolare tante parole di significato, colore, timbro, valore diverso quanti sono i piedi, i giambi, il battere e il levare.
Non si tratta di versi, ma di grandi e meravigliosi sacchi della Befana, calze di robusta e morbida lana inglese  dove dentro ci sta di tutto, salumi, biscotti, cioccolato, caffè, torrone, carbone, ecc., ecc.; e che io posso fronteggiare con equivalenti del tipo: “all’ombra dei cipressi e dentro l’urna”, che contengono tre parole: e che ci faccio? Bisognerebbe allungarli, ma i versi indistinti, composti, allentati, “al lasco”, per così dire, e fuori traduzione, io li detesto. Sarebbe già un sesto grado, o un’affannosa rincorsa senza speranza (due versi contro uno) se non si aggiungesse l’uso violento, barbaro che Shakespeare fa delle sue parole.
Non sono parole: sono sassi, pietre lanciate nell’aria, proiettili spuntati a raffica che si aggregano e si organizzano non si sa come per conto loro. Io parlo e scrivo in una lingua che viene da Cicerone, e devo seguire, se voglio esprimere con chiarezza, le anse tortuose e sinuose della consecutio e delle subordinate.  Il mio verbo “essere”, crocevia ausiliario dove prima o poi bisogna pur passare, ha tre sillabe e si declina lo stesso, lo ruota e lo sciabola di qua e di là infilando con un sol colpo cento discorsi.
Non è molto più agevole il guado delle parti in prosa. Non si fa in tempo a tirare il fiato davanti alla scomparsa del grande ostacolo – la diversità delle misure, dei tempi, dei ritmi- e subito ti trovi a fronteggiare un nuovo mostro. La lingua inglese dice con la stessa parola dieci cose di significato talmente diverso, che gli stessi beneficiari di quel dialetto sovrano ci si perdono – e ci giocano sopra ininterrottamente. E siccome a parlare in prosa sono soprattutto i comici, i clowns, gli attori chiamati dentro i grandi diverbi e le lacrime della tragedia a far ridere, si può facilmente immaginare quanti giochi, giochetti, cambi di senso, allusioni e sottoallusioni, quasi sempre scurrili, riempiano le loro battute.
Mettersi in concorrenza con questo stile, che ha senso solo tra gli inglesi, sarebbe di quelle goffaggini da arrossire per una vita. Ho cercato di venirne fuori esercitando quanto più è possibile l’ambiguità, quel tipo di discorso allusivo, strisciante, imprevedibile, mai fermo, ricattevole e minaccioso e minaccioso, sornione e servile, che rispecchia un certo stile italiano  da piazza di paese e che si sente, o si sentiva, in bocca a sensali, mediatori ruffiani di ogni genere di mercato. UNo stile così nostrano da aver fatto rapida carriera, tanto che si trova oggi in bocca a chiunque, praticamente perfino ai titolari  di tutte le nostre più alte istituzioni.
Del resto, credo con questo di essere stato abbastanza fedele al messaggio della tragedia. Non è Measure for measure un elogio della ruffianeria? Non è Pompeo il rovescio servile e complementare del duca? Measure for measure è uno strano copione: è una tragedia per due atti e mezzo, fino a un punto insolubile e insuperabile, fino al colloquio tra Isabella e il fratello. Questo colloquio si chiude con un impasse cruenta, sul quale la tragedia sorvola per virare in un angolo quasi retto e trasformarsi grazie agli intrighi e alle trasformazioni del duca. Il testo cambia pelle, non è più una tragedia ma un divertimento, un gioco, uno scherzaccio macabro, una buffoneria a due passi dal patibolo, protagonista il precario equilibrio delle nostre teste.
È strano che Measure for measure cada non troppo lontano da Hamlet. I due copioni tradiscono la loro vicinanza solo in due o tre torti particolari collegati alla morte, e nella presenza invadente del sangue. Per il resto, non si potrebbero immaginare due tragedie più diverse.
Measure for measure è una tragedia (in tutti i sensi) di testa, che va dall’alto al basso; Hamlet è una tragedia fatta di pensiero e di viscere, dove l’alto e il basso coincidono. Un traduttore sente subito la differenza. Hamlet è un testo trascinante, una tragedia barbara che si affaccia sulla porta di una casa borghese e guarda dentro, spiando in tutto ciò che è medievale;   Measure for measure è una tragedia antica, medievale, machiavellica, che spiana un sorriso indecifrabile e inafferrabile, arricciando gli angoli della bocca in un ghigno lieve lieve. Hamlet è un testo che ti possiede, ti entra subito dentro, e appena dentro ti strattona, scalpita, e vuole trascinarti con sé, tanto che arrivi presto a chiederti se a tradurre sei proprio tu o qualcuno che viaggia vicino a te e ti regala le sue parole;  Measure for measure è una cavalla che s’impenna e ti lascia sur place, una cavalla capricciosa che ti guarda da lontano agitando la criniera prima di slanciarsi a valle e scomparire per una strada che conosce solo lei. Puoi anche inseguirla, ma con la certezza che correrà sempre avanti, e scapperà non appena allunghi il braccio per afferrarla. »