lunedì, 1 maggio 2017

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Le carte di Kubrick – Raccolta illustrata di saggi sulla collezione “Charta Kubrick”  a cura di Umberto Cantone – Sellerio Editore 2009

Le carte di Kubrick – Raccolta illustrata di saggi sulla collezione “Charta Kubrick” a cura di Umberto Cantone – Sellerio Editore 2009

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Autore:  Umberto Cantone (a cura di)

Tipologia:  Raccolta illustrata di saggi sulla collezione "Charta Kubrick" di Umberto Cantone

Film di riferimento:  Stanley Kubrick regista, produttore e artefice del controllo come supervisore dei materiali pubblicitari dei propri film

Editore:  Sellerio

Origine:  Palermo, Italia

Anno:  2009 (novembre)

Caratteristiche:  Brossura in cartone lucido nero con sopraccoperta nera e alette, illustrazione a colori e loghi ai due piatti. All'interno, più di 150 illustrazioni a colori e in bianco e nero, nel testo e fuori testo.

Edizione:  Prima

Pagine:  181

Dimensioni:  cm 24 x 30,6

Note: 

Le carte di Kubrick – Pubblicità e letteratura di un genio del cinema è un volume curato da Umberto Cantone, pubblicato nel novembre del 2009  dal fotografo ed editore palermitano Enzo Sellerio, che documenta, per la prima volta, l’attività di Stanley Kubrick come supervisore dei materiali pubblicitari ed editoriali utilizzati a promuovere i propri film.

I diversi capitoli del libro prendono in esame svariati paratesti cinematografici (romanzi e racconti originari o derivati, novellizzazioni narrative e a fumetti, pressbook, manifesti, locandine, lobby card, mats, etc.) dei 13 film del regista americano.

Il corpus iconografico del volume (più di 150 illustrazioni a colori) è tratto per l’occasione dalla collezione di materiali pubblicitari e di paratesti cinematografici del regista teatrale palermitano Umberto Cantone che ha curato la pubblicazione, sotto l’egida di Cinesicilia (Regione Siciliana) con la direzione di Sergio Gelardi .

Finito di stampare nel novembre 2009 presso le Officine tipografiche Aiello & C. Provenzano di Bagheria (Palermo).

 

INDICE

Presentazione di Sergio Gelardi

Nota introduttiva di Umberto Cantone

Prefazione di Goffredo Fofi

Il sistema di Stanley  di Umberto Cantone

La cultura visuale di Stanley Kubrick  di Michele Cometa

Kubrick come “brand” di Gianfranco Marrone

“Lolita” e i suoi epitesti: un’ipotesi interpretativa di Rino Schembri

La mappa di Clarke: l’altra storia di “2001″ di Sandro Volpe

Oltre le soglie: Cineracconti, novellizzazioni, adattamenti di Emiliano Morreale

Alla ricerca dell’autore  - “Stanley and Us”: il documentario come paratesto di Federico Greco

” Ho dei problemi con la parola “forse” ” - Kubrick secondo Julian Senior - Intervista a cura di Federico Greco al responsabile del marketing della Warner Bros.

In appendice, il volume ospita una Filmografia e una Bibliografia riguardanti i film di Stanley Kubrick: opere, monografie critiche, articoli d’archivio, paratesti narrativi e pubblicitari.

 

Vedi la scheda del volume su Sentieri Selvaggi

 

Bruno Ventavoli in «La Stampa / Spettacoli », 10 dicembre 2009:

Kubrick il genio della propaganda

Un controllo maniacale sui minimi aspetti di tutto l’apparato che circondava il film

« Rapina a mano armata non incassò granché, ma piacque ai critici. E Kubrick, che aveva 28 anni e per fare cinema tirava l’anima coi denti e investiva ogni danaro, pensò che un po’ di pubblicità non guastava. Insieme col socio produttore James Harris comprò di tasca propria una pagina su una rivista per divulgare i lusinghieri giudizi ricevuti, farsi conoscere, mostrarsi ben addentro a Hollywood. La United Artist s’infuriò e l’idea saltò. Col passare degli anni l’ex fotografo di Look che sognava di fare il regista divenne un genio riconosciuto. Non aveva più bisogno di propaganda. Anzi, poteva permettersi di snobbare il mondo. Ma fino in fondo alla sua vita fu sensibile a tutto l’apparato che circondava il film. Flani, manifesti, pressbook, merchandising, marketing: Kubrick ambiva a controllare qualunque cosa, inseguendo la bellezza dell’immagine e la riuscita commerciale del prodotto. Su questo aspetto meno noto è appena uscito Le carte di Kubrick (Enzo Sellerio, pp. 181, e35) che raccoglie saggi e un gran numero di bellissime immagini sul corredo promozionale delle varie pellicole. Il libro è curato da Umberto Cantone, che ha raccolto negli anni il materiale, con furia collezionistica, strappandolo al sicuro destino del macero.

Kubrick, è noto, governava i set come un balzano tiranno, sapeva quando iniziava a girare, non quando finiva, provava e riprovava fino all’esasperazione. C’è chi sospetta che la frana dell’amore tra Cruise e Kidman sia iniziata proprio durante le riprese di Eyes Wide Shut, diventate una sorta di prigione psicodrammatica per colpa del demiurgo. Magari costringeva star e comparse ad attendere per ore all’addiaccio per rendere un’inquadratura di Barry Lyndon simile a un Hogarth o un Constable. Tanto per dire il tipo che era, un giorno, sul set di 2001: Odissea nello spazio, esaminò l’astronave che la troupe stava costruendo. Avevano sgobbato dieci settimane. Solerti e felici. Lui guardò lo sforzo e disse: «Mi spiace, non funziona. Ricostruiamo tutto». Le storie del cinema non danno conto della reazione forse scarsamente entusiasta dei collaboratori. Ma Kubrick era fatto così. Se poteva fare una cosa bene, la voleva fare meglio.

In questo capriccio di perfezionismo, in questa ossessione di controllo totale sull’opera sapeva trasformarsi alla bisogna in copywriter pubblicitario, in grafico, in stratega del marketing, in architetto di campagne promozionali. Sperando di parlare al pubblico anche con quei mezzi. Con qualsiasi mezzo. All’inizio degli anni 50, per Paura e desiderio, spinse ad esempio per manifesti da B-movies. Fece fotografare appositamente Virginia Leith in un sensuale bikini di satin, circondandola di parole che mettevano in risalto peccato, sesso, passione. Ci fu il suo zampino nella Sue Lyon con gli occhiali a cuore sul manifesto di Lolita, così come nell’elmetto «Born to kill» usato per il poster di Full Metal Jacket. Orchestrò dettagliatamente il lancio pubblicitario di Arancia meccanica, e se diventò quello scandalo e quel successo che fu, probabilmente si deve anche alle sue provocatorie risorse. Per l’occasione pubblicò una sceneggiatura visuale, una sorta di cineromanzo, scegliendo personalmente 800 fotogrammi, accompagnati da didascalie, dialoghi, spiegazioni, nel tentativo ambizioso – unico forse nel cinema d’autore – di far gustare allo spettatore il film anche su carta.

Quando finiva di montare pensava subito alle sale in cui uscire, se una non gli piaceva premeva per un’altra, perché catalogava anche gli incassi dei cinema. Faceva comprare mascherini speciali da spedire agli esercenti per proiettare in maniera filologicamente corretta. Alle anteprime per i giornalisti, provocava follie agli uffici stampa perché voleva dire la sua sull’orario di proiezione e persino sul rinfresco da offrire. Raccomandava cibo parco, quasi niente vino, grandi dosi di caffè, in modo che i critici non rischiassero abbiocchi e potessero concentrarsi su ciò che vedevano, spesso di lunga durata. Disegnò persino un modello di tazzine da caffè destinato ai giornalisti, con uno spazio per appoggiare il biscotto. Ma perché? gli chiesero. «Se stai guardando un film e prendi appunti, hai una sola mano libera».

Con la metodicità di uno che aveva giocato tanto a scacchi, compilò una lista di 31 pagine su tutto ciò che bisognava fare per promuovere un film. E consegnò il fardello ai dirigenti della Warner. I manager lo guardarono gentili, mica potevano indiavolare il maestro, ma anche con allarmato scetticismo, perché temevano di scialar tempo a leggere quei dettami. Lui disse: «Leggete tutto, se c’è una sola cosa sbagliata la toglierò». Probabilmente non avrebbe tolto nulla, e si sarebbe pure inalberato all’eventuale critichella, essendo tanto schivo e burrascoso quanto intelligente. Ma rivelava con ciò di considerare la propria opera come un marchio, di cui era creatore, imbonitore, mercante, propalatore. Controllore dell’intera filiera, dal seno d’un’attrice alla fotobusta destinata al drive in di provincia. Pensava che il ghigno di Nicholson in Shining dovesse essere perfetto tanto nell’inquadratura quanto nel manifesto (fu sua l’idea di metterlo in primo piano mentre percuote ad accettate la porta e la moglie si mette le mani nei capelli per il terrore), perché prima di sedurre lo spettatore in sala bisogna convincerlo a entrare. Anche le critiche, in fondo, gli interessavano più per aumentare il pubblico, che per solleticare l’orgoglio. Un giorno lesse in una recensione che Full metal jacket era «forse il miglior film di guerra mai realizzato». Bella frase. Decise di metterla sui manifesti. Senza il «forse». »

 

 

 

 

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Le carte di Kubrick – La presentazione a Palazzo Riso