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La scomparsa di Pino Caruso – Cabaret e cinema: un interprete con il dono dell’umorismo

La scomparsa di Pino Caruso – Cabaret e cinema: un interprete con il dono dell’umorismo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  Sabato 9 marzo 2019

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Non sono bastati gli ultimi ruoli da maresciallo e da mafioso, recitati con inappuntabile understatement in certe fiction da prima serata Mediaset, per scucirgli di dosso l’affettuosa etichetta che, negli anni Ottanta, ha rinfocolato la sua popolarità come “l’uomo del caffè”, testimonial dello spot-tormentone di una premiata ditta siciliana.

Del resto, al caffè e alla tv Pino Caruso ha dovuto gran parte del suo iniziale successo, fin dai tempi del caustico sketch su Pisciotta avvelenato di Lei mafia?, made in Castellacci & Pingitore, con il quale calcò le scene del Bagaglino (per la prima volta nel gennaio del 1971) intonando “Venga a prendere il caffè da noi/ Ucciardone, cella 36…” .

Quelle dei suoi scoppiettanti esordi da virtuoso dell’italico cabaret d’autore, erano tutte macchiette argute e straniate che giocavano di fioretto nel recuperare gli stereotipi più stuzzicanti dell’homo siculo — come quella efficacissima del playboy funambolicamente giocata sul motivo del Gastone di Petrolini — e buone ad attirare l’attenzione dei talent scout della paleo-Rai per uno di quei varietà della domenica pomeriggio che contribuirono a lanciarlo insieme ad autentici fuoriclasse dell’umorismo controcorrente come Paolo Villaggio e il duo Cochi & Renato.

Una carriera da comico doc che sembrava tutta in discesa, fino alla consacrazione nei mitizzati sabato sera di Teatro 10 presentati da Mina e Alberto Lupo, o nel memorabile teledittico di Antonello Falqui, Dove sta Zazà e Mazzabubù, dove Caruso compariva a fianco di Montesano, Pippo Franco e Gabriella Ferri.

Sull’onda di quell’affermazione nazional popolare arrivò pure l’investitura del Carosello del brodo Liebig che lo trasformò in un familiare beniamino per la nutrita platea del tubo catodico, al pari dei suoi concittadini Franchi & Ingrassia.

Al contrario della prolifica coppia comica, però, a lui furono negati i fasti cinematografici che pure sembravano spettargli di diritto.

Il passaggio dal piccolo al grande schermo — dopo la remota apparizione come giovanissima comparsa del Gattopardo viscontiano e dopo qualche partecipazione a dimenticabili musicarelli — gli venne ritagliato addosso dallo sceneggiatore Sergio Corbucci e dal regista Duccio Tessari per Quella piccola differenza, commediola strampalata del 1970 incentrata sulle vicissitudini di un imprenditore macho che scopre con raccapriccio il progressivo raggrinzimento dei propri attributi virili.

Doveva essere una svolta e invece fu un tonfo, giusto mentre si affermava l’icona erotica superdotata di un altro palermitano di successo, Lando Buzzanca.

Da quel flop in poi le offerte si diradarono, e la commedia all’italiana (o quel che ne rimaneva) perse l’opportunità di dare il dovuto valore alla salace e malinconica maschera di Caruso, alla sua acutezza d’interprete lunare e per questo votato a un umorismo acre che sapeva intelligentemente mescolare — sulla scena come nelle sue singolari prove letterarie di aforista e di narratore — tocchi di Pirandello e di Ionesco.

E così, per apprezzarne la tempra di attore brillante che a cinema dovette piegarsi di controvoglia a una routine da caratterista, ci tocca riesumare una serie di titoli, come L’ammazzatina o Gli amici degli amici hanno saputo, che si limitavano a fare maldestramente il verso al Mimì metallurgico di Lina Wertmuller, oppure la versione della Governante di Brancati mediocremente concepita nel tentativo di bissare il pruriginoso trionfo del samperiano Malizia (dove peraltro lo vediamo disimpegnarsi in un piccolo ruolo accanto al protagonista Turi Ferro).

Gran parte della sua filmografia degli anni Settanta si riduce così a un ordinario bestiario sulla sicilitudine, a una galleria di cliché a cui però, va detto, Caruso ha saputo regalare un tocco di personalissima, surreale stravaganza.

Fino a quando il grande Luigi Comencini pensò di offrirgli un personaggio a tutto tondo, finalmente degno della sua caratura: il commissario De Palma nella trasposizione della Donna della domenica, ingegnoso giallo sociologico di Fruttero e Lucentini.

E lui non si lasciò sfuggire l’occasione, intagliando con appuntita sottigliezza la figura di un funzionario di polizia scazzato, un carattere che, con la medesima temperatura psicologica ma con sfumature più marcatamente grottesche, ha saputo recuperare anche in prove successive, come Dimmi che fai tutto per me (da un racconto di Piero Chiara) e Il ficcanaso, un non disprezzabile thriller esoterico con venature comiche di Bruno Corbucci.

La sua vocazione satirica lo conduceva a privilegiare quei personaggi — commissari, certamente, ma anche prelati — che non solo nel nostro Belpaese incarnano l’autorità e il potere, e verso i quali egli amava scagliare ironiche e sempre più avvelenate frecciate.

Tra i suoi affondi più efficaci c’è sicuramente l’originale je accuse sul caso Tortora, un piccolo film del 1983 scritto e diretto per Rai Tre: un kammerspiel  farsesco da lui stesso interpretato (a fianco dei sodali Arbore e Oreste Lionello) e dal titolo volutamente polemico sullo stile di uno dei tanti calembour da teatro dell’assurdo che amava sciorinare, Lei è colpevole, si fidi.

Superfluo è  poi soffermarsi sulle prove alimentari che l’hanno visto disimpegnarsi nel resto degli anni Ottanta (dal demenziale  L’esercito più pazzo del mondo al melenso musical Scugnizzi di un ormai svogliato Nanni Loy).

Tutti filmetti che seguirono l’unica sua regia per il grande schermo, lo spiritoso episodio Sedotto e violentato del film Ride bene… chi ride l’ultimo (1977), divertito omaggio a Pietro Germi dove egli stesso si riserva il ruolo centrale di un prete inguaiato, vittima dei primitivi costumi di quella Sicilia simbolo del profondo Sud che, ancora una volta, si presta a farsi bersaglio per le sue sgraffiature .

Ed è sempre di un prete il personaggio cinematografico di cui andava più fiero (insieme al commissario di Comencini): il don Gino di La matassa, un cameo che nel 2009 gli offrirono come tributo Ficarra e Picone, ispirata coppia di autori e interpreti palermitani per la quale Caruso — diventato col tempo amaramente severo e pungente fino al disincanto riguardo a tutto ciò che lo circondava — non esitava a ostentare ammirazione.

Ne tesseva apertamente le lodi come a volere rivendicare, al termine di una solida carriera in cui non gli era stato permesso di soddisfare pienamente le proprie sacrosante ambizioni, una comune sensibilità umoristica ereditata dal duo.

Un certo stravagante sentimento comico di cui lui è stato senza alcun dubbio un maestro.

 

 

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