sabato, 15 maggio 2021

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Insalaco, delitto da film. “Cento giorni sindaco” nella città di piombo. La sceneggiatura di Sergio Ruffino

Insalaco, delitto da film. “Cento giorni sindaco” nella città di piombo. La sceneggiatura di Sergio Ruffino

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  14 gennaio 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Una delle foto del suo corpo crivellato, all’interno della Fiat 132 che stava guidando in quel 12 gennaio di 33 anni fa, l’abbiamo rivista nel corso di una recente inchiesta di Report su Raitre, affiancata a quelle degli omicidi di Pio La Torre e di Piersanti Mattarella. Un’immagine entrata a far parte della macabra galleria su quel teorema acclarato che ricostruisce, ormai con molte prove, trattative e connivenze tra Cosa nostra, apparati dello Stato, politica, massoneria e servizi segreti più o meno deviati. Da tempo il nome di Giuseppe Insalaco, che per cento giorni fu sindaco nella Palermo del 1984, come per cento giorni due anni prima ne era stato prefetto dalla Chiesa, è scolpito in quel martirologio attorno al quale continuano a infiammarsi gli interrogativi sui mandanti ancora impuniti della mattanza dei tanti eroi borghesi delle istituzioni nella guerra perpetrata da una mafia fattasi sistema che probabilmente ha avuto più di una cupola.
Oltre ai libri e alla stampa migliori, anche il cinema, col suo filone civile di cui Francesco Rosi è stato maestro assoluto, ha saputo addentrarsi in medias res, contribuendo nei casi migliori a riesumare avvenimenti resi opachi dal tempo e da una caduta della memoria collettiva. Ed è proprio a questa caduta che vuole opporsi il regista palermitano Sergio Ruffino, ex allievo della Scuola di cinematografia di Palermo, con un progetto sull’affaire Insalaco, il suo lungometraggio d’esordio che fa seguito a un’intensa attività di documentarista e a un tirocinio che, tra l’altro, lo ha impegnato l’anno scorso come aiuto regista di Grimaldi per Il delitto Mattarella.
Un film, il suo, che ha trovato il favore del Mibact, che ne ha approvato la sceneggiatura garantendo un propulsivo finanziamento. Per Ruffino Cento giorni sindaco (questo è il titolo provvisorio dell’impresa) è “una battaglia civica”, l’approdo di un’indagine su quella cruciale vicenda politica e umana, condotta da anni con devozione, sfociata prima in un pamphlet e in un docufilm ancora non completati, e inizialmente incoraggiata da Etrio Fidora, storico direttore de L’Ora, a cui nel 2006 il regista si era rivolto per qualche consiglio e dal quale aveva ricevuto una vera e propria lezione ammonitoria sui troppo robusti grovigli della Palermo “sommersa”.
Di città irredimibile aveva parlato, con motivato pessimismo, Leonardo Sciascia proprio in quel 1988 che si era aperto con la morte di Insalaco. Un ennesimo omicidio eccellente che lo stesso scrittore aveva definito a caldo il culmine di un “dramma in tre atti” il cui protagonista era un democristiano di lungo corso “pirandellianamente calatosi nel piacere dell’onestà” e che per questo era stato punito.
Secondo Ruffino quella del sindaco scomodo è una storia “intrigante e terribile”, la parabola esemplare di un politico dell’apparato che s’intestardì a giocare da “battitore libero” fin dagli inizi della sua carriera iniziata con l’ingresso in Consiglio comunale nel 1970, proseguita scalando il viscido dorso siciliano della Balena bianca democristiana, come esponente di spicco della corrente fanfaniana, e culminata indossando la fascia di primo cittadino per proseguire l’opera di rinnovamento iniziata da Elda Pucci e preparare la stagione della primavera di Leoluca Orlando.
Bastarono quei suoi cento giorni a smentire coloro che confidavano sulla sua disponibilità a “troncare e sopire” . Prima di essere accerchiato e liquidato politicamente, Insalaco ebbe il tempo di sfidare avversari letali e resistenti come Vito Ciancimino, diventando uno che aveva deciso di “disturbare” invece di obbedire ( come disse di lui un pentito). Uno che era intenzionato a dimostrare ( come diceva lui stesso) quanto “il potere che chiamiamo occulto” sia in realtà “alla luce del sole”, sempre pronto a lasciarsi svelare con tutte le sue “connivenze e colleganze”.
Insalaco pagò cara la sua acuminata testimonianza davanti alla Commissione antimafia compiuta a pochi giorni della crisi che portò alla caduta della sua giunta. Seguirono le lettere anonime che lo accusavano di essere un “ falso moralizzatore”, l’ordine di cattura del gennaio 1985 per un’accusa di compravendita di un terreno quando era stato commissario straordinario dell’Istituto dei sordomuti, la sua messa all’indice come inquisito privo di credibilità, il suo voler ricominciare da zero gestendo un negozio d’antiquariato al Papireto, il suo non volersi rassegnare all’emarginazione promettendo clamorose rivelazioni come testimone d’accusa contro Ciancimino in un processo sugli appalti della città sommersa. E questo a ridosso di quel maledetto 12 gennaio in via Cesareo.
Ci auguriamo che Ruffino tenga conto delle più innovative forme spurie del racconto cinematografico della realtà, quelle che sanno rappresentare flagrantemente l’attuale corto circuito mediale tra vero e immaginario. Perora abbiamo capito che Cento giorni sindaco ha l’intenzione di essere innanzitutto un racconto morale, una lancia spezzata a favore di un rappresentante delle istituzioni che finì per essere stritolato dagli ingranaggi di un sistema di potere profondamente perverso e disposto a tutto pur di sopravvivere.