mercoledì, 22 maggio 2019

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Il processo (Der Prozess) di Franz Kafka – Edizioni Frassinelli 1957 e 1968

Il processo (Der Prozess) di Franz Kafka – Edizioni Frassinelli 1957 e 1968

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Autore/i:  Franz Kafka

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Frassinelli Tipografo Editore

Origine:  Torino

Anno:  1957 (18 aprile)

Edizione:  Sesta ristampa della prima edizione

Pagine:  352

Dimensioni:  cm.19 x 13

Caratteristiche:  Legatura in cartone con composizione grafica (di Gigi Chessa) di colore rosso con titoli in nero e in bianco, cofanetto in cartoncino rosso con decorazioni di color oro e titoli in nero

Note: 

Altra edizione Frassinelli in archivio (vedi in Gallery):

Franz Kafka, Il processo, Torino -Milano, Edizioni Frassinelli di Adelphi Edizioni, Gennaio 1968 (Tredicesima edizione). Legatura in cartone di colore arancione muta con dorso bianco e titoli in nero, cofanetto di colore arancione con disegno in nero di Gigi Chessa, titoli e fregio editoriale in nero. Pp. 352. Cm. 19 x 13.

Entrambe le edizioni, piuttosto comuni,seguono la prima di Frassinelli, datata 1933  (Collana «Biblioteca Europea», n.6, pp. 328, cm.19 x 13), con la traduzione e l’introduzione dello scrittore e germanista Alberto Spaini (1892-1975). 

 

KAFKA IN ITALIA

« (…) In Italia l’opera di Kafka ha dovuto superare molti ostacoli. Solo in pochi casi la strada percorsa dalle sue opere verso l’Italia era stata quella diretta dalla Germania: Lavinia Mazzucchetti, docente di Letteratura tedesca all’Università di Milano, nel 1929 allontanata dalla cattedra per antifascismo, e i primi traduttori, il triestino Alberto Spaini nel 1933 e Rodolfo Paoli nel 1934, entrambi futuri professori di germanistica come anche Giovanni Necco, autore nel 1934 di un saggio su Kafka, si sono serviti dei testi pubblicati da Max Brod in Germania e hanno dato avvio alla conoscenza di un primo gruppo di testi di Kafka, La metamorfosi, Il processouna scelta dagli Aforismi e una scelta dei suoi racconti; per altri lettori negli anni ‘30 la strada pas- sava, come alla letteratura tedesca era successo anche nei secoli precedenti, per Parigi e con l’aiuto delle traduzioni in francese. Ervino Pocar, uno degli importanti successivi traduttori di Kafka, tratteggiando nel 1974 brevemente la storia della fortuna di Kafka in Italia per presentare la sua antologia di testi critici, intitolata Introduzione a Kafka, oltre ai primi traduttori già ricordati, indica Lavinia Mazzucchetti, che a tutt’oggi sembra essere veramente la prima in Italia ad aver scoperto Kafka già nel 1927; poi, salta venticinque anni della storia della letteratura in Italia e passa ai germanisti che soltanto negli anni ’50 e ’60 hanno iniziato a dedicare lavori consistenti a Franz Kafka: Ladislao Mittner, ancora Rodolfo Paoli, Franco Fortini e Giuliano Baioni, studiando in Kafka aspetti abbastanza diversi.

Il grosso dei germanisti italiani si è occupato di Kafka solo negli anni ’80, dopo la pubblicazione dei primi volumi dell’edizione critica delle opere complete in Germania e l’edizione delle opere nei «Meridiani» di Mondadori in Italia e, naturalmente, in occasione del centenario della nascita di Kafka, nel 1983.

Anche Giorgio Cusatelli in un saggio su Kafka e i suoi lettori italiani del 19867 muove da Lavinia Mazzucchetti che nel 1927 aveva scritto la prima recensione al Processo di Kafka, uscito due anni prima in Germania, in cui per il «suo nuovo linguaggio» inserisce l’autore, tra i novecentisti, dicendo di lui: «L’originalità e l’acrobatismo insieme del triste poeta stanno appunto nell’a- vere appoggiato la più salda coerenza logica ed il più raffinato psicologismo dei particolari su una base di inopinata assurdità».

Il secondo mediatore menzionato da Cusatelli è il triestino Silvio Benco che nel 1928, parlando dei tre romanzi di Kafka, ormai usciti in tedesco, etichetta l’autore con l’aggettivo «labirintico» perché tutti i suoi protagonisti errano, peccando e sbagliando, all’interno di un labirinto dal quale non riescono più ad uscire trovandosi ad ogni passo di fronte ad «un tribunale che giudica»: «La presenza della verità, la presenza di Dio, è inafferrabile e ubiqua come il tribunale di Dio».

Per Cusatelli la diffusione dell’opera di Kafka in Italia inizia sotto l’equivoco della «cultura della crisi» accennando con questo all’esistenzialismo, ai divulgatori della incomunicabilità tra gli uomini, ai seguaci e epigoni di Kafka; questa «cultura della crisi» avrebbe ritardato «l’affermazione d’una critica finalmente ligia al dato filologico e storico e capace delle distinzioni opportune». Dietro queste parole si nascondono le obiezioni a Max Brod, che da un certo punto in poi, esaurita la gratitudine dovutagli per aver salvato l’opera di Kafka, è stato accusato da molti critici per i suoi interventi sui testi di Kafka e per la sua lettura o meglio interpretazione monotematica, fatta sotto il segno della religione. Di conseguenza Cusatelli lamenta che pure in Italia Kafka sia stato spogliato del suo «apporto ideologico diretto» e in modo «da conferire classicità ad ogni indagine afferente ai temi dello scacco individuale e della degenerazione totalitaria della società», e cita, bisogna dire con poco entusiasmo, Dino Buzzati e il Tommaso Landolfi di prima maniera come scrittori «kafkiani» in Italia.

Anche nei confronti dei traduttori, che erano stati tra i primi a pronunciarsi sull’opera di Kafka — Alberto Spaini, traduttore del ProcessoRodolfo Paoli, traduttore della Metamorfosi e più tardi di altri racconti brevi e di aforismi, Anita Rho, traduttrice dei racconti nel volume Il messaggio dell’imperatore —  Cusatelli mantiene il suo atteggiamento critico, elogia di loro «dedizione e entusiasmo», ma ha delle riserve sulle loro «affermazioni in sostanza generiche, insufficienti a descrivere proprio sul piano storico invocato, la complessità dell’esperienza di Kafka». Insomma, Cusatelli, mettendo in rilievo la divaricazione tra «l’ambiente militante» dei cosiddetti «non addetti al lavoro» presto attivi, ed i germanisti, i veri «addetti al lavoro», dei quali però tace il loro tardo affacciarsi sull’opera di Kafka, concede tuttavia che più o meno tutti ormai sono impegnati ad affrontare «lo sdoppiamento, in apparenza irreversibile, tra il ‘vero’ Kafka e il mito fabbricatogli intorno da Max Brod, o peggio da Janouch». In realtà in Italia non era esistito questo silenzio su Kafka tra il 1938 e il 1963. È vero che fino al 1938 di Kafka era stato tradotto solo Il processo, La metamorfosi, Un digiunatore, la serie di racconti del volume Un medico di campagna ed alcuni Aforismi, ma già nel 1945 venne ripreso il lavoro di traduzione e uscirono le opere mancanti: America (tradotto da Spaini, 1945) e Il castello (tradotto da Anita Rho, 1948), e con i Diari (1953) si affacciò come nuovo traduttore Ervino Pocar, figura dominante per molto tempo nella diffusione delle opere di Kafka in Italia. Tuttavia accanto a lui c’erano stati ancora altri traduttori molto impegnati come Giorgio Zampa e Italo A. Chiusano e, dopo la liberazione dei diritti d’autore nel 1994, una vasta schiera di nuovi traduttori più o meno noti. E nemmeno i critici e gli studiosi hanno trascurato per tanti anni l’opera di Kafka. Bisogna fare almeno il nome del filosofo Remo Cantoni che a partire dal 1948 ha accompagnato quasi tutte le opere di Kafka pubblicate da Mondadori con saggi scritti da un punto di vista fra filosofia, religione e sociologia, fortemente influenzato fra l’altro dall’esempio di Kierkegaard. »

(Ursula Vogt, brano da Carlo Bo e Franz Kafka)

 

Sinossi: 

« “Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Come La metamorfosi, anche Il processo inizia con un dato sconvolgente annunciato perentoriamente dalla frase iniziale. Il protagonista, Josef K., non scopre mai ciò di cui è accusato né riesce a capire i principi alla base del sistema in cui si ritrova intrappolato. Il racconto segue la sua estenuante volontà di comprendere e affermare la propria innocenza malgrado l’assenza di una dottrina in grado di spiegargli le conseguenze, o meglio, il motivo dell’accusa. Nel seguire la lotta di Josef K. per ottenere l’assoluzione, il romanzo offre un resoconto straordinariamente toccante di ciò che significa essere nati indifesi in un sistema del tutto incomprensibile, armati solo della devota convinzione della propria innocenza. Il processo approfondisce in modo estenuante la psicologia della vittima. Ma l’angoscia del protagonista è prima di tutto esistenziale, e le istituzioni che lo inquisiscono sono la trappola che attanaglia senza requie l’individuo, al di fuori e al di sopra della storia. La vicenda del protagonista diviene sempre meno comprensibile, e questi giungerà ad agevolare i suoi aguzzini nell’incubo che è ormai la susa sorte. Il rapporto del lettore con Il processo è singolare. Se la prima reazione alla lotta di K. contro le autorità è un senso di solidarietà e immedesimazione, poi avviene uno strappo e un rovesciamento. Il nostro mondo si limita ad avvicinarsi a quello di Kafka, le nostre lotte risultano in qualche modo parodiate attraverso le infinite tribolazioni di Josef K. Anche per questo, Il processo è un libro oltremodo esilarante che ci conduce nel cuore vuoto dell’esistenza, nel mondo di processi quotidiani dalle conseguenze paradossali che scopriamo essere la nostra vita. »

(Peter Boxall, docente di Letteratura inglese all’Università del Sussex, in 1001 Libri da leggere prima di morire, Atlante Editore, 2007)

 

Dalla Prefazione di Alberto Spaini alle edizioni Frassinelli:

« (…) Se ci volessimo mettere sulla strada delle interpretazioni, una forse potremmo accettarne, soprattutto perché ci offre il modo di gettare uno sguardo sul modo come funziona l’arte narrativa di Kafka. E sarebbe l’interpretazione materialistica o psicologica. Che così il processo intentato a Josef K.? Con le comuni nostre cognizioni del diritto e della legge degli uomini , il processo non si spiega. Bisognerebbe immaginare che si tratti di un misterioso tribunale segreto, una specie di Sacra Ruota non consacrata, che indaga e giudica l  nostra vita privata, quelle ostre azioni che possono andare davanti ad un solo tribunale, quello della coscienza. Tuttavia, allora, troppo arbitraria ed artificiosa apparirebbe la costruzione del tribunale così com’è disegnata nel romanzo. Invece del tutto diverse appaiono le cose se noi immaginiamo che Josef K. non sia stato accusato davanti ad un tribunale, ma questo sia solo un modo simbolico per esprimete un’altea situazione, per esempio questa: che K. è stato colpito da una malattia inguaribile, e ch’egli attende la morte. Immaginate tutti i primi passi di un uomo in questa situazione, ed i successivi stati d’animo per i quali egli passerà: li ritrovate esattamente in K. Basta enumerarne qualcuno: la sua ostinazione a non voler “confessare” (cioè ammettere di essere ammalato); la sua idea che se invece che in casa sua, egli fosse stato arrestato in ufficio, “non si sarebbe lasciato sorprendere” (cioè l’attaccamento alla vita attiva, che sembra negare per se stessa la possibilità della morte); il fatto di non aver preso sul serio, dapprima, il processo, di non avervi pensato, e poi, un poco alla volta, di vivervi interamente in mezzo, non potersene staccare  mai, dover abbandonar ogni attività… (…) Ma questa interpretazione è molto suggestiva anche per una ragione che farebbe senza dubbio la gioia di un clinico: Kafka fu veramente colto da un male inguaribile, egli veramente attese la morte. Non era naturale che nel poeta delicatissimo e sensibilissimo questa drammatica situazione si traducesse in una serie di incubi che la malattia gli divenisse veramente un processo? (…) Ma se, edotti da questa interpretazione, noi ricominciamo a leggere il romanzo di Kafka, lo troviamo ancora più misterioso.(…) Nel nostro sogno, il primo cosmico e tragico terrore nasce dalla coscienza di un destino che abbiamo creato con la nostra volontà. Così nel Processo non è la sorte di Josef K. che abbia la maggiore importanza, ma il contegno morale che egli assume di fronte a questa sorte. Che noi lo leggiamo “in chiave di malattia” o, come avverrà nel Castello, sotto il velo dell’ambizione sociale e politica, il romanzo di Kafka ci appare solo esteriormente come un episodio della nostra lotta contro il destino. In sostanza, K. non combatte contro il destino, combatte contro se stesso; Kafka gli ha imposto il compito sovrumano di rendere morale questa lotta. (…) Josef K, il nostro eroe, non era l’uomo più chiamato a sostenere questa parte nella vita. Ed infatti la prima reazione di fronte agli avvenimenti dei quali sarà vittima, è la ribellione. «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina lo arrestarono». Questa è la prima frase del romanzo di K. Il suo primo impulso è negare di avere fatto qualcosa di male, ed il suo primo pensiero è quello di essere vittima di una calunnia: soggiace cioè al destino, vuole lottare. E il penultimo capitolo (ma che si può considerare veramente l’ultimo, poiché la fine è piuttosto un epilogo) si chiude con questa frase: «Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, e ti lascia andare quando vai». Il destino ha completamente disarmato; non si svolge più nell’ordine materiale dei fatti, ma negli avvenimenti morali dell’uomo. Ma questo ritiro del destino su un piano più lontano, dal quale non ha più nessun potere su di noi, dura solo fin quando duri la nostra capacità a restare fermi e chiusi dentro noi stessi. L’ha mai raggiunta Josef K.? E se l’ha raggiunta, ha saputo conservarla? «Gli parve che la sua vergogna gli sarebbe sopravvissuta»: così muore Josef K., senza quella aureola di gloria che in qualche momento credevamo di veder rilucere dietro la sua testa; non ha saputo rinunciare fino in fondo alla speranza, e non ha conseguito la certezza. Muore «come un cane». »

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