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Il Pasolini “futuro” di Abel Ferrara

Il Pasolini “futuro” di Abel Ferrara

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Tipologia:  Note

Data/e:  27 settembre 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

“Se fossi scrittore, e morto, – scriveva Roland Barthes nella sua introduzione a “Sade,Fourier, Loyola” – come mi piacerebbe che la mia vita si riducesse, a cura di un biografo amichevole e disinvolto, ad alcuni particolari, alcuni gusti, alcune inflessioni, diciamo: dei “biografemi”, la cui distinzione e mobilità potrebbero viaggiare fuori da ogni destino e andare a raggiungere, simili ad atomi epicurei, qualche corpo futuro promesso alla stessa dispersione; una vita bucata, insomma (…)”.
Nel corpo a corpo col mito di Pasolini, o con quello che ne rimane (dopo quarant’anni di esegetiche tirate e di agiografiche tirature attorno a opere e vita), Abel Ferrara riesce, con un film sorprendente, soffuso e irregolarmente classicheggiante, a erodere la scorza consumata di quel mito, proiettandone la sostanza ancora viva nel paesaggio futuro del nostro immaginario.
Il suo penetrante, ellittico PASOLINI si presenta come una specie di preghiera laica, un prosciugato “biografema” metafisico che sa scrollarsi di dosso tutte le più consunte interpretazioni ideologiche sulla vita-che-si-fece-opera del poeta intellettuale (non a caso il film cita come illuminante chiosa la pasoliniana frase autoriflessiva “Io sono una forma la cui conoscenza è illusione”).
Ferrara non fa “biopic”, non fa “epos” né tenta l’apologo, evocando (col suo fare cinema ironicamente sapienziale e matericamente onirico) l’ultimo giorno di Pasolini, certe inflessioni del suo stile di vita e l’evento rivelatore di quella morte violenta che lo consegnò, nel 1975, alla Storia martirizzata del nostro Paese.
Nel raccontare il feroce massacro del poeta come un agguato di marchettari (con Pino Pelosi comprimario inebetito), il disincantato e acido regista di New York decide di tralasciare l’ipotesi moraviana dell’assassinio esemplare “il cui mandante è l’intera società italiana coi suoi pregiudizi e le sue convinzioni”, e di annodarsi autobiograficamente a quel destino che semmai dimostrò quanto “la letteratura come vita uccida ancora” (sigillo che fu di Arbasino).
Disinvolto e solidale è il suo teorema sull’incompiutezza pasoliniana, come se la fluviale produzione del poeta-cineasta-critico-polemista si fosse ripiegata, risolvendosi in extremis, su quei pochi progetti non realizzati, su quei torsi letterari incerti e sfocati, su quella nausea incarnata e metabolizzata (con indicibile sofferenza) che forse avrebbe condotto il Nostro al silenzio definitivo, dopo l’implacabile e dichiarata sua presa d’atto della fine di ogni residua possibilità di narrare la realtà della società degli uomini.
Ferrara, cineasta concettuale, appare sedotto da quella estremistica tentazione d’afasia (lui che peraltro intona da tempo, in film sommari e perturbanti, il De Profundis della Civiltà Occidentale), mostrandoci il morituro Pasolini, magnificamente intagliato da Willem Dafoe, come quietamente soggiogato dalla presenza di familiari, amici, complici e amanti, ridotto già a loro proiezione.
Vere e proprie schegge di quotidianità frugale ci appaiono il rifugio infantile del poeta tra le braccia della madre (Adriana Asti), la vitalità da lui avidamente succhiata alla prorompente musa di turno (Laura Betti interpretata da Maria de Medeiros), e la ritualità operosa dei suoi estremi ritocchi al montaggio di “Salò/Sade”, assieme all’ intervista ultima (con tanto di risposta rinviata ad infinitum) concessa a Furio Colombo.
Tutti questi episodi si inanellano appena schizzati nel film di Ferrara (e lontani anni luce da ogni tentazione di ricostruzione aneddotica), come fossero calati in un fantasmatico magma di Reale (doppio e abissale), da mescolare fenomenologicamente alle trasfigurazioni visionarie dei progetti incompiuti.
Innanzi tutto, c’è il film dell’Inferno dove i carnefici s’identificano nelle vittime, dentro e fuori il Palazzo del Belpaese da processare, di cui è protagonista, nei lacerti del romanzo postumo “Petrolio”, il borghese a caccia di ragazzi di vita, un “angelo caduto” dalla sessualità compulsiva, nella cui figura ammonitrice sembra riconoscersi il Pasolini dragatore di “corpi privi d’anima”, e per transfert lo stesso Ferrara in cerca di redenzione, a causa delle proprie passate sregolatezze.
E c’è poi la fiaba nerissima della Stella Cometa che appare “na’ strunzata”, quella del trattamento abbozzato di “Porno-Teo-Kolossal”, il rituale del seppellimento di ogni utopia umana che ha per officianti l’Eduardo De Filippo di Ninetto Davoli e il Ninetto Davoli di Riccardo Scamarcio (e qui Ferrara gioca da beffardo iconoclasta), entrambi pellegrini calati in una Roma capitale della Tolleranza e dell’Orgia dove s’incrociano, carnalmente e senza limiti, corpi maschili e femminili però privati di ogni storia e identità.
Da tutto questo non si può che comprendere quanto al cineasta “testamentario” Ferrara interessi preservare da ogni ludibrio sociologico o estetizzante il Mistero Pasolini, quanto il suo film sia la testimonianza della possibilità di raccontare quel mito italiano (ancora da universalizzare) non come una metafora ma come una parabola.
E questo perché ogni parabola, ci ricorda Holderlin, non fa che istituire una somiglianza tra il Regno (dei Cieli, tra gli Dei) e qualcosa che si trova qui e ora sulla terra.
Il film di Ferrara vuole indicarci che la parabola, anche cristologica, di Pasolini nostro contemporaneo è  contenuta soprattutto nel fiore della sua scrittura oracolare, che ha saputo sfidare il Tempo nello svilupparsi lucidamente intorno non già a quello che dice ma a quello che, ancora oggi, non dice (ed è tale indefinitezza che avvicina questa scrittura a ciò che Agamben chiama il Fuoco originario delle Arti perdute).
Per Ferrara, quella di Pasolini è la parabola rovente del mistero della scrittura che trasforma in carne e sangue ogni mistero, facendosi forte come la morte e come la vita.
È la parabola del poeta che va ascoltato e capito sfuggendo alla tentazione d’interpretarne a tutto tondo il dettato, come un buco nero dove resti possibile rintracciare la ragione di tutte le nostre domande, soprattutto di quelle inattuali (perché è a questo che servono i veri poeti).
Una parabola assolutamente necessaria la cui formula il pudico ma apodittico PASOLINI di Abel Ferrara ha saputo trasferire, come gli “atomi epicurei” di Barthes, fuori da ogni destino: un PASOLINI a immagine e somiglianza del demiurgo funesto ed enigmatico che giace disperso in ognuno di noi.

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