mercoledì, 26 settembre 2018

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Il “Gattopardo” che ci salva – In occasione di “Omaggio a Il Gattopardo” (Palermo, Palazzo Sant’Elia, 12 – 22 maggio 2018 nell’ambito della VII Settimana delle Culture )

Il “Gattopardo” che ci salva – In occasione di “Omaggio a Il Gattopardo” (Palermo, Palazzo Sant’Elia, 12 – 22 maggio 2018 nell’ambito della VII Settimana delle Culture )

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Tipologia:  Scritto per il catalogo della mostra "Omaggio a Il Gattopardo", a cura di Anna Maria Ruta, Palermo, Palazzo Sant'Elia, 12- 22 maggio 2018, nell'ambito della VII Settimana delle Culture

Data/e:  12 - 22 maggio 2018

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nel corso della Mostra sono state esposte le principali edizioni italiane del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa appartenenti alla Collezione Umberto Cantone

Se c’è un libro che dimostra quanto la fortuna di certi classici possa anche dipendere dagli incidenti che ne rendono avventurosa la pubblicazione, questo è Il Gattopardo. Parliamo di uno dei pochi monoliti letterari del made in Italy novecentesco, un longseller col quale è ormai difficile prendersela, a 60 anni dall’uscita, recuperando definizioni come quella di “antiquato” (recentemente rilanciata da Camilleri), se non altro perché c’è chi, in sede critica (Berardinelli), lo ha già identificato come capolavoro constatando proprio la sua trasformazione in “oggetto desueto”, da amare in quanto tale. Riguardo alle vicissitudini editoriali del romanzo di Tomasi di Lampedusa, non voglio riferirmi certamente a quelle arcinote del manoscritto che Vittorini si rifiutò di pubblicare tra i suoi “Marchettoni” (come Gadda chiamava beffardamente i “Gettoni”, celebre collana diretta dallo scrittore siracusano), respinto da Mondadori prima che da Einaudi, e infine intercettato da Bassani che ne sollecitò la pubblicazione per Feltrinelli nella sua “Biblioteca di letteratura” (sezione “I contemporanei”, n.4), avvenuta a più di un anno dalla morte, per cancro ai polmoni, dell’autore. Fu un altro imbarazzante contrattempo, infatti, a provocare quell’anticipato “si stampi” che finì col determinare la rarità della prima edizione del Gattopardo, considerata ancora oggi un trofeo da bibliomani, una di quelle perle che, una volta rinvenute, funzionano da ricompensa “salvifica” per ogni dragatore di bancarelle e librerie di modernariato. E così, da possessore di una delle introvabili copie della “prima”, so di dovere la mia “fortuna”, prima di altri, a un certo signor Osenda, responsabile commerciale della Casa editrice di via Andegari in quel finire del 1958. Fu lui a modificare il piano di uscite che rimandava all’inizio del ‘59 la pubblicazione del romanzo, dando la precedenza a titoli ritenuti “più sicuri” per le feste comandate (d’altronde, sottolineò Montale, erano tempi quelli in cui “nessuno poteva dire che Lampedusa fosse il nome di uno scrittore”). Una cosa è certa: senza quel rinvio non si sarebbe verificato il guaio delle “copie civetta” diffuse anzitempo tra addetti ai lavori, e della recensione di Carlo Bo apparsa sulle colonne della “Stampa”, che violò fragorosamente il silenzio mediatico.Terrorizzato dal pericolo di una crisi diplomatica con le terze pagine in concorrenza, Feltrinelli autorizzò l’uscita precipitosa e riparatrice di sole tremila copie, esauritesi in pochi giorni, dell’opera postuma (anche se il Gambetti-Vezzosi, la bibbia dei bibliofili, sostiene che furono duemila). Il successo della prima tiratura diede la stura alla seconda che contò altre quattromila copie. E bastarono appena otto mesi per raggiungere, in coincidenza con la clamorosa vittoria del Premio Strega, la quota di 250.000 mila, salita a 400.000 nell’arco dei primi tre anni. Detto questo, mi sembra che non vi sia altro da svelare (se non un crescendo esponenziale di popolarità fino alle attuali tirature da evergreen) sulla vicenda editoriale di un libro il cui invidiabile trionfo planetario fu immediato (già nel 1960 un quotidiano austriaco lo pubblicò a puntate), e che  nel frattempo, grazie anche al glamour provocato dalla pregevole versione cinematografica di Visconti, è “diventato fondamentale perché è un libro per tutti”, come ha scritto il suo maggiore esegeta e custode, Gioacchino Lanza Tomasi. E invece c’è ancora qualcosa che non torna sulla pubblicazione di quella prima, precoce edizione del Gattopardo. Ma vi sbagliate se pensate che si tratti della mancata coincidenza tra il dato riportato dal colophon dell’antiporta, che indica il novembre 1958 come data della prima edizione italiana, e quello dell’ultima pagina che reca un “finito di stampare il 25-10-1958”. Non è di certo quella l’anomalia, dato che simili disuguglianze riguardanti le informazioni editoriali sono piuttosto comuni. Invece è ben più inconsueta, nel raffronto tra la copertina della prima e quelle delle edizioni successive nella collana di Bassani (a partire dalla seconda del 20 dicembre), la  differenza del colore dominante nel viraggio del famoso disegno di Albe Steiner: giallo ocra per la seconda e le altre edizioni, arancione fiamma per la prima edizione. Il mistero sta nel fatto che risulta altrettanto verificabile (come ho personalmente constatato) l’esistenza di altre copie della “prima” con copertina virata in giallo ocra, e quindi assolutamente identica a quella della seconda e delle edizioni successive. Il che induce a supporre che questa benedetta “prima” del Gattopardo abbia avuto non una ma due tirature. Oppure che si tratti di un’anomalia tipografica dovuta alla concitazione di quel varo anticipato. A oggi l’enigma rimane irrisolto, per quel che ne so, e continua a intrigare alcuni interessati alla compravendita delle rimanenti copie della “numero uno” che, nel 2004, la casa d’aste Christie propose a poco più di mille euro, valutazione mantenuta di recente con picchi di 1600 euro e periodiche occasioni a buon mercato che però dipendono dallo stato di conservazione della copia. Aggiungo, per dovere di cronaca, che oltre al prototipo della prima (arancione o gialla che sia), c’è almeno un altro Gattopardo che “ci salva”: la ricercata edizione di lusso in cofanetto marmorizzato con legatura in marocchino e stemma color oro al piatto in 500 copie numerate e illustrate da 17 disegni e foto. È senz’altro la più sontuosa delle edizioni che Feltrinelli ha sfornato nel 1978, in occasione del ventennale dell’uscita di un romanzo “cascato come un meteorite nella nostra letteratura” (dixit Carlo Bo) e la cui voragine si è trasformata in una fonte inesauribile di motivi e figure. Un trionfale exploit avventurosamente manifestatosi in un’epoca nella quale — ha scritto una volta Enrico Filippini — “fare l’editore significava o disporre di molto denaro e arrischiarlo, oppure non averne affatto e volerne guadagnare molto”.

 

 

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