giovedì, 13 dicembre 2018

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Il circo di Ciprì e Maresco, sberleffo davanti al baratro

Il circo di Ciprì e Maresco, sberleffo davanti al baratro

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  giovedì 6 dicembre 2018

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Chissà se la maggioranza dei più giovani visitatori che, da oggi fino al 6 gennaio 2019, affolleranno i locali del Centro Internazionale di Fotografia di Letizia Battaglia ai Cantieri Culturali per la mostra di materiali dei Migliori nani della nostra vita, impresa televisiva dei palermitani Ciprì e Maresco ovvero del duo più candidamente mefitico del cinema italiano, hanno idea da dove questo titolo provenga.

C’è da scommettere che pochi di loro hanno visto o vedranno I migliori anni della nostra vita, perla del 1946 di William Wyler che rimane uno dei più bei film sul reducismo mai fatto. Naturalmente, è proprio la suggestione del riferimento al suo contenuto a giustificare la citazione, dato che la coppia di cineasti ancora unita in quel 2006 in cui si girarono le puntate dei Nani, era perlappunto reduce dal fronte a cui la costringeva da lungo tempo la guerra combattuta dentro il mercato cinematografico che inizialmente li accolse a braccia aperte.

Prima del Ritorno di Cagliostro avaro d’incassi ma non certo di consensi, c’era stata la Caporetto seguita all’isteria censoria per Totò che visse due volte (altro titolo citazionistico e profetico), le cui scene “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale” (così tuonò la Commissione) impedirono la sua circolazione e congelarono il finanziamento statale di un miliardo e 178 milioni provocando uno tsunami produttivo ed esistenziale per la pregevole ditta.

Accadeva nel 1998 ed è forse il caso di non riaprire la ventennale ferita che provocò tante emorragie (e, alla lunga, probabilmente anche la separazione di Franco e Daniele): meglio celebrare l’avventura di quella che è stata, nel suo complesso, l’esperienza autoriale più radicalmente innovativa ed eversiva del nostro cinema (paragonabile solo a quella di Carmelo Bene), con la mostra al Padiglione 18 dei Cantieri. Scatti di backstage della serie televisiva dei Migliori nani, 45 composizioni dai neri profondi e dai bianchi vibranti del fotografo palermitano Paolo Caravello, insieme a una videoproiezione di inediti delle 20 puntate del programma collazionate personalmente da Maresco che sarà presente all’odierna inaugurazione.

Basta guardare le foto di Caravello per rendersi conto che la materia di cui è fatta la televisione della coppia è la medesima del loro cinema, un partito preso estetico originalissimo e propulsivo capace di coniugare Tod Browning (l’inventore di Freaks) e Beckett, Ford e Genet, ma fruibile anche da coloro che di questi riferimenti se ne fregano.

Si nota, insomma, come gli artefici della Cinico Tv sdoganata da Enrico Ghezzi nella compianta Raitre sperimentale di Angelo Guglielmi, continuino a corteggiare l’Apocalisse pure in questo varietà smandrappato e corrosivo prodotto da La7 ben 11 anni dopo l’esperienza della Tv pubblica che, sebbene illuminata, non sopportò più di tanto queste “cose mai viste” buone a provocare vere e proprie voragini nell’Auditel. Diciamolo pure, non è di certo destinato al gusto medio il bestiario dei Migliori nani, covato nel ventre molle dell’epica delle Tv private anni ’80 (tra cui la TVM di Palermo che fu la palestra di Ciprì e Maresco).

Sono puntate, queste, dirette dal duo con la complicità della sodale artmaker Claudia Uzzo che contribuì a idearle e montarle, dove si susseguono patetiche esibizioni da circo o avanspettacolo animate dalla compagnia stabile del teatro Cinico (da Marcello Miranda al compianto Pietro Giordano, da Fortunato Cirrincione a Tony Bruno), surreali numeri musicali con la magnifica coppia di “orchestrali” Ciprì e Ferrara, e poi balletti da paleo-tv, insieme agli ammiccamenti cinefili arrotati dall’autoironia del critico Gregorio Napoli, e agli affondi metafisico-satirici “Belluscone” e co., presagio di quel pozzo senza fondo in cui oggi, in Italia, continuiamo tutti a precipitare.

E però inscrivere questa lava umoristicamente annichilente nell’alveo della satira televisiva doc proprio non basta. Per capire bene l’imperdibile mostra ai Cantieri sui Migliori nani bisogna considerare questi materiali in coerente contiguità con le origini dell’originale filiera produttiva ciprimareschiana. Parliamo delle iniziali esposizioni nelle videorassegne d’autore volute, agli inizi degli anni Novanta, dalla studiosa Valentina Valentini, che accomunò il duo di sperimentatori ai protagonisti della scena elettronica come Bill Viola o Greenaway, per poi saldare criticamente la loro poetica con quella del drammaturgo poeta Franco Scaldati, loro maestro riconosciuto.

Dunque, la raggelante fissità di questo empatico affacciarsi sulle macerie di paesaggi e di corpi spogliati “ai confini della pietà” (titolo della successiva ed estrema produzione La7 del duo) allude a un poetico destino “di merda” riguardante le cose umane, che è sicuramente uno degli assiomi su cui s’incardinano molti dei fatti e fattoidi dell’arte contemporanea.

Questo irritante scorticare la superfice dell’estetica che domina la società dello spettacolo, questo ostinato documentare la presente catastrofe del cinema e quindi del mondo, è stato un gesto d’innocenza d’artista (dunque tutt’altro che innocente) che Ciprì e Maresco hanno pagato sulla loro pelle, come conseguenza del rifiuto di adeguarsi all’andazzo del situazionismo praticato, oggi come allora, da cani e porci.

Ebbene sì, bisogna pensare a tutto questo anche mentre si ride (a proprio rischio e pericolo) di questa mostra su un circo allestito davanti a un baratro.

Per poi magari intenerirsi giusto un po’ ricordandosi che per Maresco e Ciprì  anche quelli dei Nani furono i migliori anni della loro vita. Proprio come della nostra.

 

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