mercoledì, 26 settembre 2018

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Il cinema ritrovato

Il cinema ritrovato

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  3 maggio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Come locandina c’è il bel collage di Francesco Guttuso e Simona Ruffino che fa dei tre film in programma un corpo unico. Il volto è quello irridente di Chaplin in Tempi moderni, mentre il busto appartiene alla bambola frantumata del manifesto Todo modo (a suo tempo firmato dal bravo Renato Casaro) e, a completare la figura, provvede l’invenzione dei geniali grafici Jouineau & Bourduge, gli stivali e la rosa diventati il simbolo di Barry Lyndon.
È certamente un’occasione irrinunciabile il trittico proposto dalla rassegna che stasera s’inaugura, nella sala De Seta (Cantieri culturali alla Zisa, ore 21, ingresso 5 euro), a proseguire la proiezione dei capolavori restaurati, progetto governato da Franco Maresco con l’associazione Lumpen in collaborazione con la Cineteca di Bologna.
Oggi si comincia con l’epica di Tempi moderni (presentata dallo scrittore palermitano Giorgio Vasta), concentrato di satira feroce, dove il vagabondo con bombetta e bastone diventa operaio, a mimare l’alienazione capitalistica, senza smettere i panni dell’anarchico Charlot in guerra col mondo, capace sempre di rimediare con canaglieschi lazzi al proprio affamato sconforto, e anche di abbandonarsi all’estasi di astratte pantomime come quella della beffarda canzone Titina. E questo perché, al di là di certe gag memorabili diventate bottino della postmoderna iconografia engagé (l’omino-oggetto incastrato negli ingranaggi della catena industriale, ridotto a cavia isterica di una difettosa macchina da nutrizione o a leader inconsapevole di un corteo proletario per il quale lo sbattono in prigione dove può finalmente “drogarsi” di cibo a spese dello Stato), conviene attenersi al significato di quello che non è affatto “un film a tema” nel suo restituirsi prima di tutto come affermazione della forza espressiva del muto (in tempi di trionfo del sonoro), e poi come surreale parabola il cui “messaggio” a favore degli uomini e contro le macchine, ci spiega Roland Barthes, «non si pone su un piano politico e sociologico, ma unicamente morale, sempre attraverso l’esercizio di uno stile». E infatti, se una cosa c’insegna Tempi moderni (film girato in un anno e uscito nel 1936, ugualmente poi disprezzato da nazisti e stalinisti) è proprio come possa farsi sovversivo l’affrontare “di scorcio” e non “di petto” la realtà su cui s’intende scagliare l’anatema, con l’intelligenza della poesia o della prosa del cinema.
Per altri versi, propongono sorprendenti detour anche gli altri due film in calendario (9 e 10 maggio): il Barry Lyndon di Kubrick, col suo chiaroscurato Settecento messo in rilievo come quadro vivente a metabolizzare l’eterno ritorno della Storia; e poi Todo modo, parabola apocalittica che del proprio j’accuse amplifica la misura grottesca, in cui Elio Petri seppe far percepire, visualizzando l’acuto Sciascia, il concreto fetore della Balena Dc avviata alla decomposizione, assieme alla carcassa dell’intero Belpaese che mai s’impegnò politicamente a processare, con altrettanta implacabilità, sé stesso e la dannata genìa dei propri governanti.

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