mercoledì, 22 maggio 2019

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I sette messaggeri / Racconti di Dino Buzzati – Prima edizione  (con le trame di tutti i racconti)

I sette messaggeri / Racconti di Dino Buzzati – Prima edizione (con le trame di tutti i racconti)

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Autore/i:  Dino Buzzati

Tipologia:  Raccolta di racconti

Editore:  Arnoldo Mondadori, Collana "Lo Specchio - I Narratori del nostro paese"

Origine:  Milano

Anno:  1942 (dicembre)

Edizione:  Prima edizione

Pagine:  312

Dimensioni:  cm. 19, 4 x 12,8

Caratteristiche:  Brossura a tre colori (azzurra, nera e bianca) con titolo in bianco (su fondo azzurro) e marchio editoriale rosso riquadrato su bianco. Sopraccoperta identica. Scheda editoriale sciolta

Note: 

Prima edizione di I sette messaggeri, la prima raccolta di racconti in volume di Dino Buzzati. Si tratta di 19 racconti in gran parte già pubblicati dalla rivista letteraria «La Lettura» e dal «Corriere della Sera».

SCHEDE EDITORIALI 

« Dopo il recente successo del suo romanzo Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati si ripresenta al pubblico con questo saporoso e originale volume di racconti, I sette messaggeri, il cui contenuto senza dubbio consoliderà la chiara notorietà già raggiunta dal giovane e brillante scrittore. In questo nuovo volume, infatti, la prosa del Buzzati, per istinto ricca di una tavolozza estremamente  varia e illeggiadrita da notazioni profonde e delicate, meglio dimostra, con la diversità dei soggetti raccontati, la perfezione stilistica e inventiva raggiunta dal suo autore, che bene si conferma narratore di razza. A racconti d’intonazione magari fantasiosa eppur indiscutibilmente umani, altri seguono più semplici e più rispondenti alla nostra comune concezione della vita e degli uomini: negli uni come negli altri, però, è avvertibile la straordinaria duttilità e aderenza stilistica del Buzzati al soggetto e alla psicologia dei personaggi descritti. Ché la vena narrativa si diffonde in questi racconti con la struttura originale, senza intoppi e depressioni, conservando la calda immediatezza comunicativa che l’autore seppe infonderle. »(Scheda editoriale della prima edizione)

«Chi ha scritto il DESERTO DEI TARTARI e SETTE PIANI, ha certo conosciuto Il Castello Il Processo del Kafka dove è espresso il disperato desiderio di conquistare la pienezza e di conoscere il significato della vita, e dove è sensibile il peso della condanna che grava sugli uomini. L’arte di quello scrittore è forse stata per lui come un paese meraviglioso e allegorico: un nuovo clima piuttosto che un esemplare. Non sarebbe del resto difficile mostrare che la tecnica del Buzzati si è arricchita e scaltrita nella lettura di quei libri per meglio trapassare dal reale al meraviglioso, dal determinato all’indeterminato, da un confine allo sconfinato, da una prospettiva a un’atmosfera. » (Goffredo Bellonci, scheda editoriale presente nella prima edizione Mondadori del 1945 di «Il deserto dei Tartari» che presenta la novità «dello stesso Autore nella stessa Collezione»: «I sette messaggeri» )

 

 

I SETTE MESSAGGERI  di Ilaria Crotti

« Con I sette messaggeri, una raccolta di diciannove racconti tutti legati a tematiche e simboli ricorrenti nella precedente produzione romanzesca, Buzzati è giunto alla formulazione di una misura del narrare che gli resterà tipica: lo dimostra la ricca produzione seguente, spesso legata alla medesima costante.

Il fantastico buzzatiano, in sé e per sé, si presta ad una oggettivazione rispetto a preciso contesto socio-culturale; non è un caso che si realizzi tale «tipo» letterario proprio intorno agli anni Quaranta, quando il regime fascista si era definitivamente consolidato nel suo interno, proiettando all’esterno un modello culturale chiuso e retrivo, in un panorama letterario che non brillava per impegno civile; il racconto fantastico diventa allora una risposta di chiusura e di estraneità alla necessità di un discorso più aperto.

La raccolta riunisce apporti che non sono unitari né temporalmente né tematicamente; alcuni racconti si accostano al mondo favolistica-avventuroso di Bàrnabo (L’assalto al grande convoglio) e al suo infantile antropomorfismo (Temporale sul fiume), altri ad un nucleo classico, di tradizione virgiliana (Cèvere), altri ancora a quel bestiario fantastico tipico del Segreto del bosco vecchio  (L’uccisione del drago, Vecchio facocero).

Più fitti si fanno i calchi letterari di ascendenza kafkiana (I sette messaggeri, Una cosa che comincia per elle), le involuzioni del mito militare già presenti nel Deserto dei tartari (Eleganza militare, Il mantello, Notizie false) e le cadenze macabre ed ossessive (Il dolore notturno).

Il soggiorno in Africa nel ’39, come inviato speciale, ha probabilmente influenzato la fantasia dell’autore, tanto più che il luogo emblematico del deserto, già operante nel romanzo del ’40, ha trovato, in tale modo, un riscontro «dal vivo»: nella raccolta la presenza del deserto è abituale, come stato ambientale di storie «estraniate» (Ombra del sud).

(…) La raccolta, almeno per questo primo esempio del ’42, non diventa giustapposizione di motivi inorganici, amalgamati nel testo da un’operazione puramente editoriale, ma trova un senso compiuto tramite una logica di incipit ed explicit, di un frammentarsi e di un riprendersi di temi, interna alla propria composizione.

(…) Si può affermare  con certezza che con I sette messaggeri Buzzati ha trovato un suo pubblico, quello di appassionati lettori dell’elzeviro, che gli tributerà d’ora in poi un sicuro e tranquillo successo.

(…) Non è facile interpretare in modo unitario racconti che risentono di vari poli di attrazione (espressionismo, Poe, Kafka, esistenzialismo); una tendenza unificante, semmai, si ricava oltre che da un discorso strutturale, dall’atmosfera generale circolante tra i racconti, che traduce in ognuno un aspetto particolare eppure lo generalizza in una «visione del mondo» sostanzialmente identica. Buzzati ha elaborato fin dall’inizio un proprio «mondo delle idee» non eccessivamente complesso, e a questo «mondo» si è sempre rifatto, perfezionando le proprie tecniche rappresentative  o scaltrendosi nel mestiere, ma proseguendo all’interno di determinate tipologie tematiche, in una direzione che non è certamente quella dell’approfondimento; c’è da dire che rispetto ai calchi letterari quasi inesistenti di Bàrnabo, Buzzati ha percorso una direzione che risente di un assorbimento letterario vasto, anche se superficiale.(…)

Il racconto condensa in sé un meccanismo costruttivo particolare, per cui verso il finale si concentra e scatta, spesso previo rovesciamento, il nucleo di avvenimenti posti all’inizio. Comunque è nel finale che l’autore, cercando di «reggere» lungo tutto il corso della narrazione l’attenzione del lettore, concentra le migliori possibilità costruttive; la tecnica arriva, talvolta, ad accostarsi ai procedimenti tipici del romanzo «giallo» che è in definitiva un racconto d’avventure a suspense, esasperato e con un finale a sorpresa. La direzione percorsa dall’autore è la medesima ma mentre la struttura del racconto giallo, se in un primo momento costruisce l’elemento enigmatico, poi lo svela nel modo più razionale possibile, il racconto fantastico di Buzzati evita, almeno in questi primi esempi, di giungere ad uno svelamento totale; preferisce un non-finale (Il memoriale), altre volte si compiace della suspense in sé e per sé (Una cosa che comincia per elle, Cèvere).(…)

Da sottolineare nel racconto Il memoriale e altrove nella raccolta (I sette messaggeri, Cévere, Sette piani) come già nei romanzi precedenti, la tendenza a una scansione numerico-cabalistica, per cui il numero (molto spesso il sette, ma anche il tre) diventa il segno di un destino extra-umano.

Nel Memoriale, Piero è il settimo figlio del contadino, sfortunato ma intelligente che sarà il solo ad aiutare gli altri (da sottolineare il motivo fiabesco).

In Cèvere la suspense è creata da quella figura di Caronte (Cèvere) che ogni sette anni conduce i morti nel regno dell’oltretomba. Il personaggio, un io-parlante, ha sentito raccontare la storia della venuta periodica di Cevère e, incredulo, vuole verificare di persona; il personaggio ultraterreno, con grande meraviglia dell’io-parlante, compare: si addensano nella sua barca le anime morte; anche l’ «io» potrebbe fare la grande scelta, lasciare la meschina e tranquilla vita quotidiana per una felicità più grande ma dubbia. Ritornerà dagli amici, a giocare con loro un’emblematica partita a carte in cui “passerà” anche se il gioco gli è favorevole. La suspense macabra creata dalla figura di Cèvere si realizza nel momento in cui il personaggio dubita della sua esistenza, ma si scioglie quando rifiuta il passaggio.(…)

Il tema della malattia connesso a quello della punizione senza colpa è uno degli strumenti esterni più usati da Buzzati per intervenire come un deus ex machina sul personaggio: lo si nota mentre compare come tema legato all’assurdo in Una cosa che comincia per elle; il mistero è posto già nella struttura a “indovinello” del titolo. Ma il «gioco» non si rivela per nulla divertente, prima di tutto per l’ignaro personaggio, il mercante di legnami Cristoforo Schroder, che si vede improvvisamente privato di ogni avere, gettato sulla strada allo scherno pubblico, ed obbligato a suonare una campanella, appesa al collo, come presunto lebbroso. Ancora una volta la malattia diventa uno strumento bizzarro e indiscriminato che crea l’assurdo ponendosi al di fuori della libera scelta individuale. L’autore aggiunge inoltre a tali ingredienti un sottile dubbio di veridicità, insinuando che il male non è la causa efficiente della disgrazia, ma il risultato della cattiveria umana. (…)

Anche in Sette piani la causa efficiente sarà la malattia, un pretesto senza fondamento al di sopra della libera scelta del personaggio che lo condizionerà in modo definitivo. L’assurdo si creerà proprio dalla presenza, questa volta, di un logica particolare, al di fuori dei canoni usuali, per cui un meccanismo, messo in moto, procede automaticamente verso un fine ultimo prestabilito. Si tratta di una logica razionale che partecipa in modo particolare di talune circostanze del sogno ossessivo. (…)

Il malato che fino ad un certo stadio aveva reagito e si era ribellato all’indiscriminata discesa, rivelandosi un personaggio positivo, quindi razionale, giunto al primo piano si tramuta in un fantoccio, privo di volontà, manovrato da forze extra-logiche: un personaggio “fantastico” in regola sotto tutti i punti di vista. In Sette piani si realizza totalmente il motivo del viaggio e della progressione rovesciata. Il punto di partenza è certo, quello d’arrivo indefinito; più si avanza e maggiormente si perdono i contatti con una realtà che alla fine si identificherà col nulla; in definitiva sono rovesciati i termini di un viaggio oggettivo in cui l’arrivo coincide con l’acquisizione di una realtà positiva proprio perché reale. Qui invece, si discende in un gorgo fisico (quello formato dai piani dell’ospedale) che è la perfetta reificazione di uno «sprofondamento» morale. (…) La clinica modernissima non è altro che una ennesima forma metamorfosata del castello-fortezza-prigione-labirinto rappresentante una chiusura, opposto all’altro polo, quello esterno; il dualismo emblematico si esprime questa volta con l’ossessione del tema del dentro e del fuori, entrambi riferiti alla clinica; il personaggio già al settimo piano “si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un ostacolo“. Arrivato al sesto “lo tormentava il pensiero che ormai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale”. Giunto al primo piano, alla meta estrema del suo viaggio, il malato è ormai sopraffatto: “Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso”. L’esplicito rapporto oppositivo si complica col tema dell’errore, che coincide con quello del caso; anche Drogo nel Deserto dei Tartari era stato destinato alla Fortezza per un errore burocratico ed anche il Corte discende di piano in piano per motivi futili e casuali; il destino si compie per gioco e provoca il grottesco; l’ironia è l’ultima arma concessa all’uomo. Tuttavia sarà solo più tardi che l’autore adotterà l’ironia come estremo rimedio, istituzionalizzandola come norma.

Il procedimento del viaggio e della progressione rovesciata che in Sette piani si realizza reificandosi in un vortice, è il tema che caratterizza più ampiamente la raccolta (Ombra del sud, Eleganza militare, L’uomo che si dava arie). Tale modulo rappresentativo trova nel racconto che dà il titolo alla silloge una caratterizzazione esemplare. I sette messaggeri narra la vicenda del viaggio esplorativo di un presunto principe e dei suoi compagni verso i confini lontanissimi del regno. L’illusione iniziale che il viaggio si risolva in poche settimane si rivela ben presto assurda; dopo otto anni e vari mesi di continua esplorazione la meta si allontana sempre più; il viaggio risulta essere, ancora una volta, uno sprofondamento in un nulla che altro non è che l’infinito. I due poli antinomici della vicenda sono la città (il punto di partenza, il luogo natio, emblema di una vita facile) e la vita solitaria ed estenuante del viaggio verso i confini. Questo viaggio è assurdo proprio nel suo non terminare ed anzi nel progredire sempre più nel nulla.

Il fatto è che Buzzati identifica questo nulla con l’ignoto, quindi con l’assoluto: il personaggio diventa un eroe proprio nel momento in cui sfida la logica umana e vuole superare  il limite, inoltrarsi in un’altra realtà che altro non è che la morte. L’uomo, come nel Deserto, è sempre condannato ad una posizione di attesa; deve restare sempre al di qua della conoscenza totale dell’assoluto e non gli è mai concesso di oltrepassare il confine angusto della propria razionalità; l’assurdo è il risultato di questa limitatezza conoscitiva che solo la morte può oltrepassare. Ancora una volta ritorna il leitmotiv della chiusura, reificato in emblemi lampanti, come pure ritornano i temi del rimpianto e dell’attesa inutile. Il fatto è che l’esploratore vive una vicenda in sé e per sé antinomica poiché, se da un lato desidera andare sempre più avanti verso l’ignoto, d’altro canto spedisce ad ogni tappa del percorso i propri messaggeri verso la città natale; la contraddizione è insita nel mantenere entrambe le aspirazioni conoscitive, dal momento in cui più la distanza fra i due poli aumenta e maggiormente l’oggetto della comunicazione diventa incomprensibile; l’antinomia culminerà nel momento in cui l’emittente avrà la consapevolezza che, prima che la risposta possa essergli recapitata, sarà probabilmente morto. (…)

La raccolta termina con un breve racconto intitolato Di notte in notte (non sarà poi incluso in Sessanta racconti). Vagamente prossimo a tematiche leopardiane, il raccontino, senza trama, risulta essere una specie di inno alle stelle. La prosa, con notevoli cadenze liriche e colloquiali nel medesimo tempo, è una prova della varietà dei risultati narrativi presenti nella raccolta e del legame dell’autore con una certa “prosa d’arte”. » (Ilaria Crotti, da Dino Buzzati, Firenze, La Nuova Italia, Il Castoro, n. 129, settembre 1977)

Sinossi: 

I 19 RACCONTI

♦I SETTE MESSAGGERI 

Pubblicato per la prima volta in «La Lettura» (anno XXXIX, n. 6, 1° giugno 1939, pp.564-65) e, in seguito, nella raccolta Sessanta racconti

Sinossi: In un regno immaginario, il figlio del re decide di raggiungere il confine del territorio governato dal padre, portando con sé sette messaggeri utili a non perdere i contatti la sua città natale. A causa della distanza crescente, i messaggeri impiegano sempre più tempo per raggiungere la città e tornare con le attese notizie, tanto che, quando queste raggiungono il principe, sono ormai desuete. Il principe decide pure di mandare i messaggeri davanti a sé, ed essi gli riferiscono che le persone che hanno incontrato  sulla loro rotta sono i vassalli del loro re e che, di conseguenza, il regno non sembra avere confine. Alla fine, quando il principe incarica per la missione l’ultimo dei suoi messaggeri, appena tornato, si domanda se un giorno lo rivedrà ancora.

♦L’ASSALTO AL GRANDE CONVOGLIO

Pubblicato per la prima volta in «Il Convegno» (anno XVII, nn. 1 – 2, 29 febbraio 1936, pp. 10-25) e, successivamente, in Sessanta racconti. 

Sinossi: Planetta è un ex-capo brigante che, dopo tre anni di prigionia, ritorna dai suoi compagni nel luogo che era la base delle loro imprese. Scopre che è stato eletto un nuovo capo e, di conseguenza, decide di ritirarsi  nella sua baracca sulle montagne.

Dopo molti giorni, Pietro, un ragazzo che vuole diventare un brigante, pensando che Planetta sia ancora il capo dei briganti va alla baracca per chiedergli di unirsi alla banda. Planetta accoglie con simpatia Pietro, e i due convivono placidamente per qualche giorno. Dopo aver proposto invano alcune azioni criminali a Planetta, Pietro gli chiede quali siano i suoi nuovi piani. Planetta risponde dicendo che vuole derubare il  “Grande convoglio”, un carro pieno di quelle quantità d’oro ricavate dalle tasse che il re riscuote. Il “Grande Convoglio” passa nel fondovalle, vicino alla baracca di Planetta, scortato da cavalieri armati che sono riusciti a respingere tutti i briganti che hanno tentato di rapinarlo. Pietro è atterrito al racconto di Planetta, che non nasconde le difficoltà dell’impresa, e gli suggerisce di abbandonare l’idea dell’assalto. Ma Planetta s’intestardisce e passa all’azione, appostandosi in un tratto della salita dove il convoglio è costretto a rallentare. Pietro si unisce a Planetta e, mentre i due tentano di contrastare i cavalieri vengono colpiti fatalmente da alcune schioppettate. Gli spiriti di Planetta e del ragazzo acquistano vita propria e, nella loro nuova condizione, vedono tutti i briganti che sono morti  nei numerosi tentativi perpetrati di assaltare il convoglio. Planetta si rende conto di non essere vivo e tuttavia regala a Pietro il proprio cavallo, morto come lui. Nel finale, Pietro realizza il suo sogno cavalcando a fianco dei briganti, mentre Planetta si incammina verso la terra dei morti.

♦SETTE PIANI

Pubblicato per la prima volta in «La Lettura» (anno XXXIX, n. 6, 1° giugno 1939, pp.564-65) e, in seguito, nella raccolta Sessanta racconti.  Da questo racconto è tratta la pièce teatrale dello stesso Buzzati Un caso clinico (1953) e il film Il fischio al naso  (1967) di e con Ugo Tognazzi.   

Sinossi: In un giorno di marzo, l’avvocato Giuseppe Corte, dopo aver letto un volantino pubblicitario, si fa ricoverare in un moderno ospedale di una grande città italiana, specializzato nella cura del male da cui si sente affetto. L’intero ospedale è strutturato in sette piani: i pazienti meno gravi vengono ricoverati in quello più alto, mentre ai piani più bassi si trovano, in forma decrescente da piano a piano, i casi più gravi. Corte viene accolto subito al settimo livello, in attesa che i medici riescano a convincerlo che non ha alcuna malattia e lo rispediscano a casa. Corte sembra avviarsi verso un percorso di guarigione, ma una serie di circostanze concatenate predispongono che egli venga trasferito nei piani inferiori. Tutte le motivazioni di tali trasferimenti appaiono sempre risibili e pretestuose. Prima, al settimo piano, c’è il ricovero di una donna che vorrebbe tre camere per lei e per i due figli; poi sopravvengono, nell’ordine,  gli scrupoli di un medico allarmista, la comparsa di un eczema su una gamba di Corte che è causa di una sua discesa di due piani, un errore amministrativo e infine le ferie dei dipendenti. Corte discende così uno dopo l’altro i vari piani della clinica, nonostante le continue proteste da lui mosse nei confronti del personale dell’ospedale, mentre i medici continuano a rassicurarlo sulle sue buone condizioni di salute. In piena estate, l’ultimo errore lo conduce al temutissimo primo piano, sulla cui desolazione e tristezza era stato informato da un vicino di stanza pochi giorni dopo il suo arrivo. Ricoverato a questo livello, Corte, impotente nei confronti delle decisioni prese dai dirigenti dell’ospedale, tenta ancora una volta di persuadere se stesso e le infermiere circa la sua sanità. Ma inesorabilmente in tutta la stanza si fa sempre più buio dato che le serrande cominciano a chiudersi automaticamente come in risposta a un superiore, “misterioso comando”.

♦OMBRA DEL SUD

Pubblicato per la prima volta in «Corriere della Sera» (2 luglio 1939) con il titolo Messaggero del Sud e, successivamente, in Sessanta racconti

Sinossi: A Porto Said, la misteriosa figura di un uomo arabo, «un messaggero di favolosi regni», appare al protagonista. Questi smette d’interrogarsi sulla sua identità quando avverte un’oscura complicità che lo lega alla presenza inquietante. Dopo avere esitato non poco, e sedotto dal fascino del suo “fantasma”, il protagonista sembra illuminato da una nuova consapevolezza, nel momento in cui si rende conto di essere destinato a una missione: quell’uomo misterioso è il messaggero di un monarca divino che vuole spingerlo a intraprendere un viaggio la cui meta è  un «palazzo bianco in mezzo al deserto» abitato dal Re che lo attende.

♦EPPURE BATTONO ALLA PORTA

Pubblicato per la prima volta in «La Lettura» (anno XL, n.9, settembre 1940, pp. 688-94) con 4 disegni di Enrico Sacchetti, e in Sessanta racconti. 

Sinossi: In una notte di pioggia, Maria Gron torna a casa dove l’aspettano i familiari e Martora, l’anziano medico di famiglia. La figlia Giorgina le racconta di aver visto dei contadini portare via due cani di pietra che da sempre arredavano il parco della casa. Mentre si discute del furto, ecco arrivare  il giovane Massigher, inviso a Maria Gron, il quale avvisa la famiglia di un pericolo: una pioggia torrenziale ha fatto ingrossare il fiume. Maria ignora volutamente il suo avvertimento. Mentre l’intera famiglia  è riunita attorno a un tavolo da gioco insieme agli altri ospiti, dalle fondamenta della casa cominciano a provenire degli strani rumori che Maria attribuisce all’effetto del temporale in corso. Preoccupato della tracimazione imminente, il fattore Antonio si presenta alla porta, ma anche il suo avvertimento è ignorato. L’acqua del fiume finisce per entrare in casa da una finestra aperta, e  Maria si rifiuta di fuggire abbandonando tutti i propri averi. La famiglia di Maria Gron e i suoi ospiti restano in ansiosa attesa degli eventi. All’improvviso, qualcuno bussa alla porta di casa.

♦ELEGANZA MILITARE

Sinossi: La truppa di un reparto di militari, con in testa i tenenti Custoza e Molo in impeccabile tenuta, sta compiendo una difficile e indeterminata missione verso oriente, lungo una rotta di strade inaridite. A registrare la fatica del gruppo di militari, insieme al loro procedere via via sempre più disagiato («sentendo prossima l’ora del cosiddetto destino»), c’è un io-narrante che partecipa all’impresa. «I soldati, sotto il sole fortissimo, stavano dritti e silenziosi, con dignità, quasi che una voce fosse entrata nel buio delle loro anime». Più il clima rovente e l’asperità del viaggio («attraverso il deserto colmo di agguati») provocano il disfacimento fisico degli uomini e delle loro divise, più il racconto registra l’elegante resistenza di quegli uomini in marcia. «Negli occhi di molti si era accesa la febbre, altri portavano fasciature di piaghe, dietro a noi sul terreno restavano brandelli di tela e di cuoio. Ma io vedevo intorno a me soldati di statura grandissima, con uniformi ricamate d’oro, fasce di mille colori, lance e sciabole di argento puro. Essi guardavano dinanzi a sé, sorridendo, e le loro barbe luccicavano al sole».

♦TEMPORALE SUL FIUME

Sinossi: La lunga storia «a cui il bosco sembra essersi affezionato» è quella di un bambino che è condotto, durante la stagione propizia, a pescare in un’ansa solitaria di un fiume da un attempato signore vestito di bianco. Ogni volta, il signore si fa sempre più stanco e il bambino sempre più grande fino a trasformarsi in un uomo che torna ciclicamente a pescare da solo. E anche lui, una volta diventato più anziano, si fa accompagnare da un bambino che cresce, anno dopo anno: il bosco sa che arriverà il tempo che il vecchio signore non potrà più tornare e lascerà venire il giovanetto solo. E così arriva il giorno dell’appuntamento mancato: il bambino diventato anziano attende invano il suo bambino. Ora è solo davanti al fiume mentre scoppia un temporale. Il racconto s’interrompe e la pesca continua: l’anziano giace immobile, e pare che dorma mentre la sua canna, non più trattenuta, si abbassa lentamente sulla superficie «leggermente increspata» dell’acqua.

♦L’UOMO CHE SI DAVA ARIE

Sinossi: Un certo giorno, l’umiltà del dottore Antonio Deroz comincia a declinare. Se ne rende conto con sgomento il suo superiore all’ospedale, il parassitologo professor Dominici, che s’interroga sulla strana arroganza dell’uomo. Deroz, ostentando apatia e disinteresse sempre maggiori, non si presenta al lavoro e arriva a sfidare Dominici quando lo incontra al Caffè Antinea vestito tutto di bianco, annunciandogli un imminente viaggio che egli deve compiere su «disposizione di autorità superiore». Irritato e morbosamente incuriosito, Dominici si reca di notte all’abitazione di Deroz (dopo averlo incontrato durante il giorno smunto, pallido e appoggiato a un bastone) e lo scopre mentre giace prostrato sul divano di casa. Si convince che sia ubriaco, ma poi vede la sua figura schizzare fuori la propria abitazione e allontanarsi in un’aura fosforescente «verso le massime lontananze, simile a un pezzente o a un dio». Ma quando, con «avidità poliziesca», Dominici irrompe nella casa si trova davanti «il corpo corruttibile del dottor Deroz, troppo grande e insieme troppo pesante per poter accompagnare il padrone nel lungo viaggio».

♦IL MEMORIALE

Sinossi: Il contadino Teodoro Berti riesce a comprare un podere di 21 ettari a Pradolo dal conte Andrea Petrojanni, suo vecchio padrone, che lo aveva licenziato. Per la famiglia di Berti è l’inizio di un incubo, alimentato dalla paura di una vendetta del conte, spinto all’ostilità dalla perfida moglie. Il presentimento di tale calamità è alimentato dalla notizia della sospensione, da parte delle Ferrovie, del servizio di custodia del passaggio a livello che attraversa entrambe le proprietà: un patto tra i Berti e i nobili Petrojanni (che si sono arroccati in un atteggiamento di risentimento e di orgoglio) appare impossibile. Ma la soluzione dell’angosciosa questione arriva dalla determinazione del giovane Pietro, figlio disabile di Berti, che sorprende i familiari volendo scrivere di suo pugno un memoriale su una ipotesi di soluzione legale del conflitto. Inizialmente al ragazzo non viene dato alcun credito, ma quando egli, dopo un anno e mezzo di ricerche e indagini, riesce a terminare il suo memoriale, tutti non possono che riconoscerne l’efficacia. Anche il direttore della ferrovia, venuto a Pradolo per visitare i Berti annunciando loro l’abolizione del passaggio a livello e l’inaugurazione di un nuovo tronco al di là del fiume, mostra di apprezzare il progetto di Pietro (che prevede il mantenimento del passaggio a livello insieme a un accordo tra le parti per favorirne la gestione)  e gli promette di avvertire Petrojanni della nuova soluzione. Ma i giorni passano senza che arrivi nessuna risposta. Pietro si ammala per il dispiacere temendo che il suo memoriale sia stato dimenticato. Poi una mattina arriva la notizia che l’anziano conte abbia l’intenzione di parlare con Pietro raggiungendolo a casa. Il cuore del ragazzo comincia a battere forte quando gli comunicano che i servi di Petrojanni hanno tirato fuori la sua carrozza. È possibile che il “vecchio” abbia intenzione di abbandonare ogni orgoglio e di accettare la soluzione del memoriale? «Ormai la carrozza era vicina. Avrebbe tirato via direttamente verso il passaggio a livello, in direzione della città, oppure si sarebbe infilata per la stradetta laterale che portava a Praloro? Ancora due tre metri e poi si sarebbe saputo».

♦CÈVERE

Sinossi: Il protagonista in prima persona racconta di essere arrivato nello sperduto e desolato paese di Naer per una partita di carte organizzata alla Viceresidenza. Racconta pure della leggenda di Cèvere, il misterioso gigante nero come la notte che ogni sette anni risale il fiume con la sua lunga piroga per fermarsi a Naer a prendere i morti. Di questa leggenda tutti hanno paura, compreso l’io-narrante a cui capita di verificarla, la notte della partita,  quando si apposta sulla riva del fiume alla vista di una piroga. Ben presto egli comprende di essersi imbattuto in Cèvere, «altissimo e di stupefacente bellezza», con il volto coperto da una maschera d’argento che ricorda quella di certi stregoni, mentre si porta appresso il numeroso carico dei suoi morti per condurli alla terra dei grandi fiumi. È proprio Cèvere colui che lo invita a salire sulla piroga per provare la sensazione del traghettamento e che poi, al suo rifiuto, si allontana. Ancora scosso dall’esperienza vissuta, il protagonista arriva finalmente nella capanna del Viceresidente per la partita. Si siede al tavolo e comincia a giocare: «Cinque punti abbondanti avevo, una fortuna ironica e grottesca. Il medico, alla mia destra, scosse il capo, posando sul tavolino il mazzetto delle sue carte. Tutti e tre mi guardarono, aspettando. Poi anch’io dissi: – Passo.».

♦IL MANTELLO

Pubblicato per la prima volta in «Corriere della Sera» (14 luglio 1940) e, successivamente, in Sessanta racconti.

Sinossi: Giovanni è un reduce dal fronte di una guerra che torna a casa dalla madre. Ma la gioia del rientro è turbata dalla presenza inquietante di un amico che lo attende fuori dal cancello di casa per condurlo a un appuntamento improrogabile. Si scopre presto che quel misterioso amico altri non è che la Morte, che ha permesso a Giovanni una proroga felice, dopo che lui è stato colpito fatalmente durante una battaglia. Ad accorgersi della sua condizione di trapassato con la divisa lacerata è il fratellino Pietro che scosta il lembo del mantello. Quello che Giovanni non si è mai tolto durante il suo ultimo commiato.

♦L’UCCISIONE DEL DRAGO

Pubblicato per la prima volta in «Oggi» (3 giugno 1939) con lo pseudonimo “Giovanni Drogo” e, successivamente, in Sessanta racconti. 

Sinossi: In valle Secca viene avvistata una grossa bestiaccia somigliante a un drago. La notizia sembra confermare un’antica leggenda che nessuno ha mai voluto prendere sul serio. Questa volta invece il conte Martino Gerol è intenzionato a verificarla e si mette alla testa di una spedizione di cui fanno parte il governatore della provincia con la moglie e due eminenti naturalisti. Arrivati in un punto dove la valle si apre in un ampio anfiteatro circondato dalle rocce, il Burel, i cercatori s’imbattono nella creatura, per nulla mostruosa, alta poco più di due metri e intenzionata a non difendersi perché decrepita. Dopo averla colpita con un colpo di colubrina e osservando il suo grottesco contorcersi per il dolore, il gruppo conviene che quel drago somiglia a uno scarafaggio. La bestia si ritira in una grotta e poi viene attratto da una trappola dei cacciatori che lo fanno a pezzi con sadica cattiveria. Quando Martino si avvicina per finirlo, dalla caverna escono due cuccioli dell’animale, piccoli rettili informi che vengono schiacciati con inutile ferocia. È allora che il drago lancia un urlo potentissimo, «voce mai udita nel mondo, né animalesca né umana, così carica d’odio che persino il conte Gerol ristette, paralizzato dall’orrore». Durante la sua atroce e patetica agonia, il drago emette del fumo che Martino Gerol respira. La leggenda vuole che quello sia un fumo velenoso. E quando la bestia soccombe, Gerol è colto da una tosse irrefrenabile e mortale.

♦UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE 

Pubblicato per la prima volta in «La Lettura» (anno XXXIX, n.1, 1°gennaio 1939, pp. 37-39) e, successivamente, in Sessanta racconti. 

Sinossi: Cristoforo Schroeder, un mercante di legnami «sempre soddisfatto di sé e solito a far da padrone», avverte uno strano malessere che lo costringe, per poche ore, a letto. Il medico Lugosi, che il giorno dopo viene a praticargli un salasso, gli porta a casa un uomo, don Valerio Melito, che si tiene a debita distanza da Cristoforo, come se temesse di essere contagiato da lui. È  questo visitatore che comunica con perfidia al mercante che egli potrebbe avere contratto «una cosa che comincia per elle», ovvero la lebbra, a sua insaputa, quando ha costretto un povero diavolo con una campanella tra le mani a spingere la sua carrozza. Quando avverte i primi sintomi di quella che potrebbe essere la lebbra, Cristoforo chiede aiuto a Lugosi. Questi non perde tempo a diagnosticargli il male, poi gli impone con spietata determinazione di abbandonare l’abitazione, comunicandogli di aver fatto bruciare il suo cavallo insieme alla sua carrozza, e di avere avvisato il sindaco per la confisca di tutti i suoi averi. Dopo avergli impedito d’indossare i propri vestiti, Lugosi ordina perentoriamente all’uomo di portare una campanella al collo che segnali il suo arrivo a chi rischia d’incrociarlo. Condannato a esporsi al ludibrio per decreto dei medici, mentre scende le scale di case dondolando la testa e con passi da infermo, Cristoforo incrocia lo sguardo del feroce Lugosi. Questi si fa piccolo e gli sussurra: “La colpa non è mia! È stata una grande disgrazia”.

♦IL DOLORE NOTTURNO

Sinossi: In una villetta, situata in periferia presso un quartiere residenziale, abitano i fratelli Giovanni e Carlo Morro, il primo di vent’anni e l’altro di quindici. Una notte, il quindicenne Carlo ha come il presentimento che una presenza si sia intrufolata in casa. Inizialmente, Giovanni attribuisce la sensazione del fratello a un’ansia infantile, ma poi si trova davanti l’inquietante figura di un uomo gelido e austero che, entrato in casa, va a sedersi accanto al letto di Carlo e, con un sorriso mellifluo, gli mostra dei disegni astrattamente minacciosi. La visita si ripete la notte dopo, quando lo sconosciuto, piegato su Carlo, gli impedisce di dormire con «un gesto straordinariamente gentile, calcolato con precisione matematica». L’ossessiva, quotidiana presenza dell’uomo getta nella paura e nello sconforto i due fratelli che rimangono svegli in attesa del macabro appuntamento. Finché la sera successiva, dopo una penosa veglia, Giovanni si accorge che lo sconosciuto è entrato in casa ma, contrariamente alle altre volte, si è fermato a sedere in salotto «immobile, in atteggiamento di attesa» e poi si è assopito, come morto. Finalmente i due fratelli possono addormentarsi l’uno accanto all’altro, stremati. Al risveglio, per loro non c’è che la speranza: «Il nuovo giorno era nato e lo sconosciuto era scomparso, succhiato dai rigurgiti della notte. L’incanto era stato spezzato. Mai più sarebbe venuto».

♦NOTIZIE FALSE

Sinossi: Nell’accampamento allestito ai sobborghi di Antioco, durante la guerra, il comandante conte Sergio Giovanni riceve la visita di un vecchio abitante di San Giorgio, uno sperduto paesino limitrofo. Questi afferma di aver appreso la notizia della fine del conflitto e, di conseguenza, chiede il permesso al comandante di poter riportare a casa dai propri familiari e amici, almeno per qualche giorno prima del congedo, i soldati del reggimento dei Cacciatori, per i quali è stata preparata una festa d’onore. Con imbarazzo, Sergio Giovanni è costretto a comunicare al querulo interlocutore l’amara verità: la guerra non è finita, i soldati di quel reggimento sono morti e per di più non da eroi ma codardi, uccisi in fuga e colpevoli di avere provocato la sconfitta del proprio esercito. Costernato e avvilito, il vecchio torna in paese. Al podestà e ai parenti dei militari egli non se la sente di dire la verità e preferisce dare la notizia che quegli uomini, che la guerra ha reso superbi al punto di aver dimenticato i parenti e il loro paese natio, grazie al valore dimostrato sul campo sono stati reclutati dal Re in persona. E che per questo non torneranno mai più a San Giorgio.

♦QUANDO L’ OMBRA SCENDE 

Sinossi: Al ragionier Sisto Tara, proprio il giorno in cui viene nominato capo economo della propria ditta (il che gli fa pensare di essersi pienamente realizzato), capita d’incontrare in cantina se stesso da bambino. Quando egli si trova di fronte al vispo Sista Tarra di undici dodici anni, inizialmente prova a nascondere la propria identità. Quel bambino gli chiede insistentemente come sia diventato da grande, e quando scopre che l’uomo non è sposato e non è diventato un generale o un esploratore ma un semplice ragioniere seppure elevato al grado di benestante capo economo, si mostra assai deluso. Quando il piccolo scompare, Sisto Tara si mostra stizzito: cosa pretende quel se stesso bambino da lui? Ma al calare della notte, Sisto si lascia conquistare da un dubbio remoto e poi «da un’acuta smania come di sete: poter tornare indietro, diventare ancora bambino, ricominciare tutto daccapo, fare tutto diverso da com’era stato, il mestiere, gli amici, la casa, perfino gli abiti, perfino la faccia».

♦VECCHIO FACOCERO

Pubblicato per la prima volta in «Corriere della Sera» (2 febbraio 1940) e, successivamente, in Sessanta racconti.

Nella piana desertica di Ibad vive una delle bestie più brutte del mondo, il facocero (cinghiale africano). Di questo «mostro corporeo di favola, inerme pronipote dei draghi» si raccontano gli ultimi istanti di vita, quando abbandona il gruppo per andare a vivere da solo (ma in realtà è stato cacciato via dalla famiglia patriarcale della sua specie per il fatto di essere diventato vecchio e scorbutico). Il povero animale (che «sotto il pelame scabro deve avere una specie di cuore») prima si compiace della propria orgogliosa solitudine e poi si rende conto che gli altri, coloro che lo hanno respinto, rappresentano «l’ultima speranza superstite». Questo irresistibile desiderio di tornare nel gruppo sorge in lui quando un mostro metallico, ovvero un’automobile, arriva con a bordo un uomo che con un colpo di fucile lo azzoppa fino a dissanguarlo. «Il mugolio del motore si spense e forse allora, per misericordioso fiato di vento, giunse al facocero la voce dei compagni liberi e felici, rintanati sulle rive del fiume. Era però troppo tardi. Intorno a lui stava per calare l’estremo sipario».

♦IL SACRILEGIO

Sinossi: Il dodicenne Domenico Molo, figlio di un industriale, è ossessionato dai sensi di colpa e dal peccato. Il giorno in cui deve confessarsi per la prima comunione, egli si rende conto che i suoi riti scaramantici per evitare i brutti voti a scuola sono un peccato di superstizione. Ma si vergogna di comunicare a don Paolo, il suo confessore, questa nuova colpa, per poi pentirsi di avere aggiunto al peccato di superstizione quello di sacrilegio (per via della confessione reticente). Un mese è trascorso dal giorno della prima comunione.  Assediato dal panico, mentre l’idea del sacrilegio per lui si trasforma in una condanna senza rimedio, Domenico si ammala, poi teme di morire finché, convinto di essere nel peccato, precipita nell’aldilà. E l’aldilà è una immensa città sulla riva del mare, invasa da una folla di anime in attesa di giudizio: c’è chi viene giudicato appena arrivato e chi è costretto ad attendere per migliaia di anni, anche se i tribunali sono sparsi ovunque e lavorano dall’alba al tramonto. Domenico si aggira in questa città in compagnia di Maria, una bella ragazza con movenze da pin-up che è la sua novella Beatrice. Più tardi si ritrova nella cavea di un immenso tribunale (che somiglia a uno di quegli stadi americani dove si svolgono gli incontri di boxe) al centro del quale sta il giudice, un giovane dal volto bellissimo che indossa un manto rosso. Durante il processo, mentre i rappresentanti dell’accusa e della difesa si fronteggiano aspramente e la condanna all’inferno sembra quasi certa, ecco intervenire il servitore del bambino, Pasquale (anche lui defunto per una banale caduta), che conduce con sé un quaderno trovato in un cassetto dove Domenico ha scritto di suo pugno di essersi pentito per il suo sacrilegio. Il giudice, con la sua voce sovrumana, dichiara di voler rimandare la sentenza all’indomani. Domenico e il suo fido Pasquale si recano allora in riva al mare e, di sera, vedono salpare la nave che conduce i defunti «verso il misterioso regno di Dio, al di là dello sterminato oceano». Poi si addormentano. E Domenico si ritrova sulla terra, in un letto d’ospedale, tornato in vita. Pasquale non è con lui, perché è morto. «Allora, sebbene fosse un bambino, Domenico intuì vagamente per la prima volta che cosa fosse l’esistenza degli uomini. Il terrore del sacrilegio era nel ragazzo del tutto scomparso: gli restava invece quell’arido gusto della vita che ricominciava, come presentimento di lunga fatica».

♦DI NOTTE IN NOTTE

Testo:

« Me n’andavo in ferrovia dalla grande città in sul far della sera. Partivo per un lido lontano dove mi attendeva la guerra, partivo e tornavo insieme.

Ma sui sipari violetti delle case – che si erano fatte immense e misteriose a causa della notte – splendevano centinaia di lumi, finestre e verande accese. Perchè ancora non era cominciata la vera notte regolarmente di guerra, la quale adesso d’agosto ha inizio notoriamente alle ore ventuno.

Così io guardavo con tristezza quei lumi, considerando ciò che essi dicevano al mio cuore. E il treno passando tramezzo ai falansteri dei sobborghi, vedevo le case illuminate e ignare, una donna che lavava i piatti, un uomo che leggeva il giornale, due vecchie che parlavano tra loro, un bambino che cascava dal sonno seduto a un tavolo, altri uomini che giocavano a carte, le mille vite!

Vedevo anche, nelle strade buie, duplici ombre quasi immobili e presumibilmente felici; e ogni tanto pure le luci di un palazzo dove maggiordomi attendevano l’ora prescritta per far cadere le saracinesche d’argento.

La città dunque continuava a vivere senza saper di me, di me se ne fregava completamente, non conosceva neanche il nome. Era piena di esistenza giovani o no, di speranze, malattie, di fasto e di sogni arcani. E donne belle sparse sotto gli alberi neri, amore che fuggiva dietro a me restandomi per sempre ignoto.

Essa mi lasciava andare senza rimpianti; non aveva fatto niente per trattenermi, né un sorriso né invito di sorta, non mi aveva neppure dato un saluto.

Eppure mi dispiaceva lasciarla, era triste separarsene, e riusciva amaro pensare a tutte le dolci cose ivi lasciate, le giornate buone, le sere grandi e poetiche, le primiere illusioni, le strade dove solevo incontrarla, i favolosi portoni non ancora varcati dove forse mi aspettano; le occasioni infine vagheggiate e lasciate andare, non tentate nemmeno, ore, giorni, anni interi della rapida vita buttati via così, per viltà o per orgoglio.

Alla esistenza trascorsa meditavo con la maliconia di tali partenze, tanto più che il futuro si presentava incerto come una valle sconosciuta che incanta e impaurisce. Laggiù tra quei lumi lasciavo le immagini della giovinezza cadente, le sere placide e sgombre di pensieri, gli agevoli sonni, tante cose infine che non si possono dire.

Ma nel frattempo sempre più rari facevansi i lumi delle case, sempre meno ombre di giovani donne, o volti di miei simili intenti a consumare la vita; sempre più uscendo il mio treno dalla città smisurata. Finché anche l’ultima finestra si spense in fuga lontana, il frastuono delle rotaie divenna una musica e sopra la terra tenebrosa, la campagna addormentata, le solitarie torri, non rimase che il lume delle stelle. Il quale dava però a me assai minore soddisfazione che le luci della città perché non parlava affatto della amabile vita, musiche, amori, incanti domestici, segreti antichi.

Le stelle avevano una voce immobile e fredda, non indulgevano alle debolezze della creatura. Tuttavia io rimasi a guardarle, per un vago appello che da loro a me pareva venisse. Esse non erano presenti quella notte sotto la specie astronomica, non distavano da noi migliaia o milioni di anni luce, non raffiguravano mostri o deità, né orsi né scorpioni né delfini né lire, non ruotavano nell’universo secondo leggi matematiche e neppure era tetradimensionale lo spazio che le reggeva, ma assomigliava piuttosto allo spazio inesplorato degli antichi maghi. Avevano dimenticato, penso, anche la forza di gravitazione, per ritornare ad essere stelle pure e semplici, lumi accesi nel cielo. Non ne derivavano perciò disperanti problemi di fisica su cui consumare la vita; in compenso da loro scendeva un flebile e personale richiamo. Molto flebile però: mentre ne consideravo con insistenza questo o quel gruppo, alle volte mi sembrava infatti di avvertire una nuova speranza; altre volte no. Evidentemente, a differenza del sole che nasce o dello splendore del plenilunio, così generosi e patetici, esse incoraggiavano ad amare non le gioie di questo mondo, bensì cose più rare e pretendevano molto di più per rispondere ai nostri cenni. Tanto che mi chiedevo se non mi fossi sbagliato – forse erano davvero troppo lontane e io avevo presunto troppo immaginando che potessero interessarsi a me – quand’ecco mi accorsi che erano le medesime stelle della mia fanciullezza, lo stesso mitico fiammeggiare; avevano poi scintillato tutte le notti successive al di sopra di me e adesso le medesime risplendevano sul mare lontano che mi aspettava. Ed ancora le avrei viste, immutabili, all’arrivo sopra il mio capo, appena venuta la sera.

E poi ancora la sera dopo e la notte seguente, e avanti, avanti, eternamente, fino a che avrò lume degli occhi per vedere; ancora più in là infine, quando la storia sarà terminata, sul marmo della mia tomba. Le istancabili, le fedeli sorelle! Loro non mi lasciavano partire solo, non si allontanavano da me alla velocità di questo treno notturno, non mi illudevano con ridicole offerte per poi disicantarmi. Ciascuna di esse, pur minima, era un sempieterno bene di cui nessuno mi avrebbe mai potuto frodare. Io ne fissavo specialmente una, di nome a me ignoto, grandetta e bellissima, azzurra di colore, che pareva mi sorridesse.

Poveri lumi della città al confronto! Lei – pensavo – non mi tradirà mai, basta che io abbia un’ombra di fede. Senza farsi notare, con discrezione materna, mi accompagnerà tacita di notte in notte fino all’ora destinata. E neppure qui essa si stancherà di scortarmi, neppure in occasione di quella grande partenza. Sopra di me la vedrò pur sempre tremolare, luce benedetta, io levandomi attraverso le sfere, lentamente, spirito senza carne. »

 

 

 I SETTE MESSAGGERI

Testo:

« Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.

Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.

Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.

Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.

Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.

Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione. Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.

Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.

Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.
La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.

Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.

Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.

Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.

Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.

Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.

Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra.

Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.

Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.

Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. Il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.

Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.

Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.

Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.

Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.

Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio. »

 

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