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La lite fra D’Arrigo e Vittorini sul glossario di “Horcynus”

La lite fra D’Arrigo e Vittorini sul glossario di “Horcynus”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  20 aprile 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nel 2015 si celebrerà il quarantennale di “Horcynus Orca”, uno di quei rari romanzi novecenteschi che fanno della forma-romanzo un assoluto.

Modello esemplare d’ibridazione e aberrazione narrativa, quest’opera smisurata è stata la culla e la tomba per il suo autore, Stefano D’Arrigo, un inquietato messinese di Alì Terme poi deceduto a Roma nel 1993.

Quasi vent’anni di fibrillante gestazione costò l’affresco simil-joyciano sugli ultimi quattro giorni del nocchiero reduce, approdato nella natia Cariddi del 1943 per dragarne il sulfureo degrado e per affrontare un personale Maelstrom, il cui simbolo mostruosamente funereo è l’Orcaferone umiliata da certi voraci delfini denominati “fere”.

Il risultato è l’ormai raro volume di 1250 pagine che Mondadori nel gennaio 1975 editò dotandolo di una legatura in tela di colore azzurro scuro (a evocare il mare protagonista) e di una sovraccoperta dai risvolti muti, compensata da una scheda che riporta la nota priva di firma redatta, come si sa, da Giuseppe Pontiggia.

Palingenesi di una catastrofe, intima e cosmica insieme, questo libro apparentemente inaccessibile ne contiene almeno altri due, partoriti come “stesure totali” prima dell’edizione “definitiva”.

A precedere le 657 pagine de “I fatti della fera”, uscite tardivamente in un “Bur” degli anni duemila con l’esaustiva esegesi di Walter Pedullà, restano i due capitoli che Elio Vittorini, tra i primi sostenitori del romanzo, richiese forzosamente per pubblicarli (il 24 agosto del 1960) ad apertura del numero 3 di “Menabò”, la mitica rivista einaudiana da lui diretta insieme a Italo Calvino e i cui 10 numeri sono da tempo oggetto di brama collezionistica.

Quelle cento pagine su “Menabò” de “I giorni della fera”, trasparente crisalide di “Horcynus Orca”, suscitarono però l’infuriato disappunto dell’autore a causa della “cretina pazzia” di un glossario (utile a tradurre i neologismi vernacolari del testo) che Vittorini pretese in calce.

Per D’ Arrigo, la cui ambizione era quella che “sulla pagina finita la scrittura parlasse”, quei vocaboli tradotti furono un affronto, e d’allora in poi egli si negò al proprio illustre pigmalione letterario.

Vittorini utilizzò il lacerto di quel capolavoro in nuce per alimentare il dibattito sui “dialetti meridionali”, da lui ritenuti “poco raccomandabili” ai fini dello sviluppo di una certa letteratura in sintonia con l’utopia di una modernità che avrebbe dovuto cambiare il mondo.

Quel mondo che, ci dice ancora oggi D’Arrigo, può cambiare solo a partire dalle parole vecchie usate come fossero “nuove” per raccontare una storia “vera e impossibile” ambientata “tra scill’ e cariddi”, la storia di “Horcynus Orca”.

 

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