mercoledì, 26 settembre 2018

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Guttuso, quel cibo di cartapesta per Eduardo

Guttuso, quel cibo di cartapesta per Eduardo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 ottobre 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per Renato Guttuso la scenografia era la disciplina utile ad alimentare quella vocazione al non-finito che fu una delle principali urgenze maturate dal suo stile. Lo si capisce fin dal primo approccio ai bozzetti composti per il teatro musicale, così nettamente dominati (anche i meno riusciti) da una effervescenza sperimentale liberata da ogni preoccupazione estetizzante, votata a quella “idea espressiva di realtà” che, secondo Guttuso, doveva essere la scena. Un realismo, il suo, che, per la scenografia teatrale, sa dilatarsi fino alla caricatura espressionista, spesso arrivando a corteggiare l’astratto. Sappiamo molto degli incroci tra Guttuso e l’opera sia ottocentesca che contemporanea (a partire dal debutto con Stravinskij  nel 1940: Verdi e Bizet ma anche Peragallo, Pizzetti, De Falla), e molto meno del suo contributo di scenografo alla prosa. Dopo lo Joppolo de “I carabinieri”  diretto da Rossellini (1962) e prima del “Manifesto dal Carcere” (1971) della Maraini, c’è l’esperienza con Eduardo De Filippo autore e regista (oltre che protagonista) de “Il contratto”, tre atti che debuttarono il 12 ottobre 1967 al Teatro La Fenice. A documentare quella straordinaria collaborazione resta l’ormai rarissima, coeva cartella (cm.49×34) con le 16 tavole a colori che riproducono bozzetti e figurini pubblicata da Il Gabbiano-Edizione d’Arte di Roma. Nel regalare una particolare intensità grottesca all’acida parabola rurale, dove un finto taumaturgo raggira il cinico destinatario di un’eredità con una promessa di resurrezione, Guttuso punta a una irrequietezza pittorica che si fa segno metafisicamente minaccioso. Decide così di conferire una dimensione spettrale, e aspramente asimmetrica, agli interni-esterni dell’abitazione del protagonista. E quando poi arriva il terzo atto dove Eduardo, recuperando lo schema de “Il sindaco del Rione Sanità”, raccoglie una galleria di umanità mostruosa attorno al desco di un banchetto nuziale, il maestro di Bagheria regala al suo ideale fratello di poetica e di politica i bozzetti più belli: due “nature morte” atrocemente vivide, vagamente cubiste, indubbiamente guttusiane. Riguardo alla “prima” veneziana de “Il contratto”, si racconta che, già al termine degli applausi, di tutta quell’attrezzeria di cartapesta (polli, uova, salsicce, prosciutti, pesce, frutta, torte etc.) sistemata sui piatti e nelle ceste sopra il tavolo in scena, rimase ben poco. E questo perché, tra il pubblico e gli addetti, furono in pochi quelli che rinunciarono al piacere di mettersi in tasca “un Guttuso”.

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