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Guttuso, quel cibo di cartapesta per Eduardo

Guttuso, quel cibo di cartapesta per Eduardo

Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 ottobre 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per Renato Guttuso la scenografia era una di quelle forme utili ad alimentare la sua vocazione al non-finito. Lo si capisce osservando  i bozzetti composti per il teatro musicale, tutti dominati (anche i meno riusciti) da una effervescenza sperimentale liberata da ogni estetismo, preoccupata solo di dare volume a una “idea espressiva di realtà”, che era per lui la qualità specifica della scenografia teatrale.  Ma questo suo tendere al realismo sapeva ogni volta tracimare fino a corteggiare suggestioni espressioniste, anche esasperate.  Sappiamo degli incroci tra Guttuso e l’opera sia ottocentesca che contemporanea (a partire dal debutto con Stravinskij  nel 1940; e poi Verdi e Bizet, ma anche Peragallo, Pizzetti, De Falla), e molto meno del suo contributo come scenografo alla prosa. Dopo lo Joppolo dei Carabinieri  diretto da Roberto Rossellini (1962) e prima del Manifesto dal Carcere (1971) della Maraini, venne l’esperienza con Eduardo De Filippo, autore e regista (oltre che protagonista) de Il contratto, tre atti che debuttarono il 12 ottobre 1967 al Teatro La Fenice. A documentare quella straordinaria collaborazione resta l’ormai rarissima cartella (cm.49×34) con le 16 tavole a colori che riproducono bozzetti e figurini pubblicata da Il Gabbiano-Edizione d’Arte di Roma. Nel regalare una particolare  intensità grottesca all’acida parabola rurale, dove un finto taumaturgo raggira il cinico destinatario di un’eredità con una promessa di resurrezione, Guttuso punta a una irrequietezza pittorica che si fa minaccioso segno metafisico. Decide così di conferire una dimensione spettrale e aspramente asimmetrica agli interni-esterni dell’abitazione del protagonista. E quando poi arriva il terzo atto dove Eduardo, recuperando lo schema de Il sindaco del Rione Sanità, raccoglie una galleria di umanità bizzarra attorno al desco di un banchetto nuziale, il maestro di Bagheria regala all’ ideale fratello di poetica e di politica i suoi bozzetti più belli: due “nature morte” atrocemente vivide e vagamente cubiste. Riguardo alla “prima” veneziana del Contratto, si racconta che, già al termine degli applausi, di tutta quell’attrezzeria di cartapesta (polli, uova, salsicce, prosciutti, pesce, frutta, torte etc.) sistemata sui piatti e nelle ceste sopra il tavolo in scena, era rimasto ben poco. E questo perché, tra il pubblico e gli addetti, furono in pochi quelli che rinunciarono al piacere di mettersi in tasca “un Guttuso”.

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