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Gli indifferenti di Alberto Moravia – Edizioni Alpes 1929

Gli indifferenti di Alberto Moravia – Edizioni Alpes 1929

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Autore/i:  Alberto Moravia

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Edizioni Alpes

Origine:  Milano

Anno:  1929 (15 novembre)

Edizione:  Terza (dal 10° al 15°migliaio)

Pagine:  314 + 4

Dimensioni:  cm. 20 x 13,5

Caratteristiche:  Brossura decorata con titoli in blu senza illustrazione

Note: 

Terza edizione del romanzo d’esordio di Alberto Moravia, Gli indifferenti, stampata per le Edizioni Alpes di Milano nelle officine grafiche della S.A.T.E. il 15 novembre 1929, lo stesso anno della prima edizione.

La pagina che, per un errore, risulta mancante nella seconda edizione è qui ripristinata (p.230).

L’appendice editoriale riporta alcuni giudizi critici sul romanzo apparsi sulla stampa dell’epoca, tra cui quello di Giuseppe Antonio Borgese pubblicato dal Corriere della Sera.

 

È il romanzo d’esordio di Alberto Moravia che ne iniziò la stesura nell’autunno del 1925, appena uscito dai due anni di cura al sanatorio di Cortina d’Ampezzo, durante la convalescenza a Bressanone. La travagliata elaborazione del romanzo proseguì nell’ambiente di 900, la rivista di Massimo Bontempelli, dove venne annunciato con i titoli provvisori di Cinque persone e due giorni, di chiara impostazione teatrale, Gli Ardengo  Lisa e Merumeciche elenca i pochi personaggi del dramma. Il romanzo, la cui pubblicazione fu finanziata dal padre dell’autore, riscosse un immediato successo di critica e di pubblico, a partire dalla recensione sul Corriere della Sera di Borgese: sembrava infatti denunciare la realtà della borghesia moderna, indicare vie nuove al romanzo italiano, riassumere nel suo titolo la vita morale contemporanea. Senza rifiutare tale interpretazione in chiave realistica o sociologica, Moravia da parte sua ribadì più volte, negli anni seguenti, come il romanzo nascesse da motivazioni di altro genere, in particolare da un sentimento tragico-esistenziale che non poteva però tradursi in tragedia, per un pirandelliano rispetto dell’autonomia dei personaggi e dell’ambiente storico.

 

♦ GIUSEPPE ANTONIO BORGESE su GLI INDIFFERENTI

« Un altro giovanissimo a cui bisogna badare è Alberto Moravia, di suo vero cognome Picherle, nato a Roma nel 1907. Essendo parecchio più giovane del secolo, ha tutti i requisiti per chiamarsi, novecentista o novecentiere; e ha pubblicato le sue prime cose sparse nella rivista “900”. Ma ora è al romanzo grande, Gli indifferenti, di 350 pagine fitte, libro personale e complesso, dove le influenze di quel gruppo e di Bontempelli suo capo sono né le più fertili né le più profonde. (…) Il Moravia ha in comune con alcuni suoi coetanei una qualità d’intelligenza seria, grave, esperta dei vizi umani e del valore, supernutrita di osservazioni psicologiche così calme e esatte come se fossero reminiscenze d’una lunga vita anteriore. In fondo ai personaggi egli e qualche altro san guardare senza batter ciglio, e non truccano niente coi frasarii. Questo psicologismo, ben solido, ben tridimensionale, non l’hanno certo appreso dal complesso della letteratura italiana di questi ultimi tempi, assai pregevole per altri versi, ma in psicologia piuttosto sempliciotta. Molto vi hanno contribuito guerra e dopoguerra, in cui queste anime di fanciulli, nell’età che ad altre generazioni largiva fiabe di nutrici, si sono sviluppate  forza come in incubatrici; donde quella sapienza, anche se a vote un tantino saccente, quella maturità da omuncoli nelle ampolle. In proprio, o quasi, il Moravia ha un’arte di scrittura molto bella, perché depurata di ogni belluria, giusto il contrario del vescicante calligrafico, del falso e intossicato bello scrivere che ha ridotto tanta prosa e prosa poetica recente come se le avessero fatto un tatuaggio al vetriolo. Qui la parola non spicca per conto suo nella frase; la frase non molleggia le anche ; si sente un respiro sano e continuo, quella lunga e naturale lena del dire che somiglia in pittura a un modo di pennellare ampio, deciso; qui è vera prosa. Può essere che la sua trasparenza sia un po’ neutra, che il suo vocabolario resti un po’ generico, come una sorta di conversare cosmopolita trascritto in chiave di corretto italiano; ma l’effetto complessivo, non ostante questa tinta pallida, è di sanità, di vigore. (…) Il tema, scarnito fino ai dati materiali, ridotto a ameno fatto di cronaca, è da prendere con le pinze; certamente non è per vergini e per fanciulli. Roma, grassa borghesia abitante nei quartieri alti, tempo presente. Mariagrazia, matura vedova, madre di due figli, padrona (ancora per poco) di una gran villa entro un bel parco, è da quindici anni l’amante di Leo Merumeci, speculatore edilizio, accorto giocatore di Borsa, libertino metodico che non ha dimenticato di prestare denaro su garanzia ipotecaria all’amica, e fra poco diventerà padrone della sua villa. Egli intanto si prende anche la figlia, Carla, ventiquattrenne, intatta, benché già malfamata e corrotta nel cuore in cuore e pronta a qualunque cosa pur di mutar vita, di cominciare una vita nuova. Michele, il figlio, sarebbe il migliore, ma è praticamente inetto, privo d’impulsi, l’Indifferente per antonomasia, che dà il titolo al libro; i suoi molti tentativi di procacciarsi ad arte gli stati d’animo prescritti dalla legge morale, di costruirsi a pezzo a pezzo i sentimenti d’ordinanza, simili agli sforzi di chi volesse arrampicarsi sugli specchi, giungono al miracolo quando, saputo della perdizione di sua sorella, decide di uccidere Merumeci, e compra l’arma. Eccolo lì, davanti al tre volte ladro e manigoldo, nel suo covo, mentre la sorella, certo, è nella stanza accanto e gli spara a bruciapelo, due volte! ma s’era scordato di caricare la rivoltella. Dopo di che, come dopo una burrasca musicale, tutto si rasserena d’incanto. Leo, forse perché gli pare lì per lì sbrigativo risolvere a questo modo la questione del passaggio di proprietà della villa; o forse perché è, non atterrito di Michele, ma stanco, e ha avuto come un collasso, o forse, – e questa è l’ipotesi più giusta, –  senza punti perché, risolve di sposare Carla. Alla madre troveranno il modo di dirlo, domani; e se la terranno in casa. Già s’intravede l’avvenire della famigliola, nido di sozze e profumate bestiole parassite. Gli inquilini di Merumeci padrone di casa pagheranno per tutti. Che Carla avrà presto un’amante  s’intuisce senza sforzo; già lei stessa lo sa e lo elabora in immaginazione; e lo sa Leo non meno bene, che parlando fra sé la chiama sgualdrinella. Quanto a Michele, dopo essere stato un po’ a sentire i discorsi della sua coscienza, lucida e inerte come le facoltà mentali degli avvelenati di curaro, che possono capire qualunque ma non muovere un muscolo, Michele alla fin fine accetta tutto. Si lascerà “aiutare” da Leo per trovare un posto, per cominciare a guadagnare, e intanto si stordirà un poco, consentendo a diventare l’amante di Lisa, cara amica di casa, non più tanto giovane, che anni fa fu l’amante di Leo, prima che questi diventasse stabilmente l’amante di Mariagrazia, madre di Michele. Tutto ciò è atroce. Direi anzi, riguardo con la coda dell’occhio il mio denudato e spiumato riassunto, ch’è insopportabile. Ma questo mi fa meglio capire quanto siano robuste e delicate le piume di cui l’arte di Moravia ha vestito questo corpo deforme se, leggendo, potevamo non solo sopportare, ma sì spesso ammirare. L’immagine potrebbe trarre in inganno, e far  credere che Moravia abbellisca e adorni il putrido. Non è così. Egli non narra con complicità perverse, benché neanche con austerità da moralista. E’ implacabile nel riferire particolari anche obbrobriosi, ma con una specie di coscienziosità obbiettiva che mezzo secolo fa si sarebbe detta naturalista, o sperimentale; con un sentimento che vorrei chiamare di confidenziale ribrezzo. Ha l’aria d’un incantatore di serpenti; tiene in mano le brutte bestie, e sorride freddo. (…) Anche la caduta di Carla dà pagine di prim’ordine. Poi decade il romanzo. Decade perché l’indifferenza di Michele (indifferenzaindifferente, parole ripetute cento volte nel libro) da oggetto del romanzo ne diventa soggetto; o, in altri termini, Michele da protagonista ne diventa l’autore, e Alberto Moravia si mette tutto intero, metamorfandosi, nei suoi panni. Da quel momento, tutto ciò che avviene è labile e casuale; un sogno, o incubo, non più sorvegliato dalla ragione; non c’è ragione o passione sufficiente perché si spieghi il matrimonio di Leo con Carla; e la distrazione di Michele, la rivoltella scarica, vero deus ex machina della catastrofe, per la prima volta fa pensare a Bontempelli. (…) Quando si ascoltano queste parti malate del romanzo ci si avvede di un vizio che era all’origine. Una tensione, che giunge a rivoltellate sia pure incruente e ad eventi così decisivi di amore e di odio o quanto meno di libidine e di ripugnanza, può essersi prodotta in così pochi giorni, in così poche ore ? o come ha fatto a durare tanti anni senza mai spezzarsi? un maestro di vita, o mala vita, qual’è Leo Merumeci, come ha potuto per ben quindici anni esser l’amico dI Mariagrazia e leticare tutti i giorni a tavola ? come ha potuto, soprattutto, per prendere Carla, aspettarne il ventiquattresimo compleanno? Insomma, nella disposizione della favola c’è qualcosa di eccitato e di teatrale. Ma sotto queste oscillazioni di superficie il fondo dell’ingegno è saldo; non di quelle vocazioni giovanili che si esauriscono in fretta. Il romanzo, un po’ scherzando, si può chiamare Cinque Personaggi in cerca d’Autore, ma si può anche dire che l’autore l’hanno bell’e trovato. Purché il Moravia sappia tradurre in forze liriche, in passioni, le sue statiche convinzioni morali, e tenga in moto se stesso e il suo mondo, e fugga da quei lidi neutri dove una Circe intellettuale, nonostante tutta la sua precocità sapiente, lo saprebbe maturare nel più infelice degli asini, asino di Buridano. Gl’Indifferenti! Potrebbe essere un titolo storico. Dopo i crepuscolari, i frammentisti, i calligrafi, potremmo avere il gruppo degl’indifferenti. E sarebbero giovani di vent’anni. Speriamo di no. Moravia e quelli che gli somigliano sapranno uscire dai panni di Michele. »

( G.A. BORGESE1929, da La città assoluta e altri scritti, Milano, Arnoldo Mondadori1962)

 

 

 

 

 

Sinossi: 

I fratelli Carla e Michele Ardengo sono due giovani incapaci di provare veri sentimenti, in balia della noia e dell’indifferenza di fronte al declino sociale ed economico della loro famiglia. Mariagrazia, la madre rimasta vedova, trascorre una vita abitudinaria e legata ai clichés morali della borghesia, in uno stato di inconsapevolezza.

Nel giorno del ventiquattresimo compleanno di Carla, Leo Merumeci (l’amante della madre Mariagrazia) tenta di approfittare della giovane, facendola ubriacare. Il tentativo però fallisce perché Carla si sente male e vomita. Trascurata dall’amante, Mariagrazia si convince che egli abbia un’altra donna e  che questa sia la sua amica Lisa.

Lisa è invece invaghita del giovane Michele che, come sua sorella Carla, non è che un debole: pur insofferente di ciò che lo circonda, consapevole che Leo circuisce sua madre per impossessarsi della loro villa di famiglia, è incapace di reagire. Michele s’accorge dell’attrazione che Lisa prova per lui, quindi si lascia passivamente corteggiare, senza manifestare alcun segno di coinvolgimento sentimentale. Lisa intanto, piccata per la sostanziale indifferenza di Michele nei suoi confronti, vuole punzecchiarlo, sicché l’informa della segreta relazione di Carla con l’amante della loro madre. Chiamato in causa, Michele pare deciso ad affrontare finalmente Leo per vendicare l’onore familiare. Comprata una pistola, si reca a casa di Leo con l’intenzione di sparargli. Ne esce umiliato e perdente, poiché gli spara dimenticandosi di caricare l’arma. Per evitare che la villa sia venduta a un miglior offerente, Leo, timoroso di vanificare quanto ha cercato di ottenere, chiede a Carla di sposarlo. Carla, nonostante lo disprezzi e non lo ami, è attratta dall’idea di una nuova vita benestante e borghese che assicuri il benessere a se stessa, alla madre ed al fratello. Con freddezza accetterà la proposta di matrimonio, rinunciando al sentimento, ma forse non alla passione. Il romanzo si chiude con un finale sospeso: Carla e Mariagrazia che si recano a un ballo in maschera, con la figlia che ancora deve comunicare alla madre la sua decisione di sposare Leo.

 

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