martedì, 27 giugno 2017

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Gli indifferenti di Alberto Moravia – Prima edizione

Gli indifferenti di Alberto Moravia – Prima edizione

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Autore/i:  Alberto Moravia

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Edizioni Alpes

Origine:  Milano

Anno:  1929 (2 maggio)

Edizione:  Prima non numerata (stampata nelle officine della Federazione Italiana Biblioteche Popolari di Milano)

Pagine:  358

Dimensioni:  cm. 20,4 x 14

Caratteristiche:  Brossura a tre colori (fondo bianco, titoli in blu e in rosso) con illustrazione in nero di Ubaldo Cosimo Veneziani

Note: 

Prima edizione di Gli indifferenti, romanzo d’esordio di Alberto Moravia. Si tratta di una delle mille copie pubblicate per iniziativa dell’autore dalle Edizioni Alpes di Milano. Il volume è stato finito di stampare il 2 maggio 1929 nelle officine della Federazione Italiana Biblioteche Popolari. La presente copia in archivio  è rilegata ed è mancante della copertina a tre colori con l’illustrazione in nero di Ubaldo Cosimo Veneziani. L’interno è in buone condizioni. 

Scritto dal 1925 al 1928 e rifiutato dalle edizioni «900» mentre, poco prima della pubblicazione, alcuni brani del romanzo, poi espunti dal testo, apparvero su «L’Interplanetario» di Libero De Libero. In questa edizione la numerazione dei capitoli VI e XIV è ripetuta due volte.

 

« (…) A proposito di libri pagati con i soldi di papà, è questo il caso di un libro che fa da pietra miliare della riscossa del romanzo italiano moderno e che oggi è rarissimo da trovare nella sua edizione originale. Gli indifferenti che l’editore milanese Alpes pubblicò in mille copie nel 1929 e che Alberto Moravia aveva cominciato a scrivere diciassettenne (era nato nel 1907), appena uscito da un sanatorio. Era successo che il giovane Moravia, che dell’editoria italiana non conosceva nulla e nessuno, s’era presentato con il suo manoscritto da Cesare Giardini, un fine letterato che fungeva da capintesta della casa editrice Alpes. Dopo un’attesa durata tre mesi gli risposero che era un gran bel romanzo e che lo avrebbero pubblicato. Arrivati alle prime bozze, gli fecero sapere che le cinquemila lire di che stamparlo loro non le avevano e che le doveva tirare fuori lui. Moravia andò dal padre, e quello le cinquemila lire gliele diede sull’unghia facendosi dare una ricevuta. Solo che a differenza di Svevo, Moravia il successo lo incontrò subito. È come se Moravia ci fosse nato Moravia. Le mille copie iniziali di Gli indifferenti in pochi anni vennero ristampate più volte, sino ad arrivare alla cifra per allora ragguardevole di cinquemila copie edite. Il Moravia poco più che ventenne divenne famoso in un battibaleno. (…) »

( da La collezione di Giampiero Mughini, Torino, Einaudi, 2009 )

 

 

♦ ALBERTO MORAVIA su GLI INDIFFERENTI

« (…) Per quel primo romanzo ho avuto delle recensioni con dei titoli su sei e su otto colonne. Mi ricordo ancora La Tribuna, che allora era un giornale di Roma che si occupava di letteratura. Un titolo su otto colonne: « Gli indifferenti di Alberto Moravia». Però molto era stato originato dall’articolo di Borgese. In realtà, devo a Borgese molta gratitudine. Pubblicò un articolo su due colonne, un elzeviro, con il titolo «Gli indifferenti», che ancora oggi è un bell’articolo e mi fece diventare celebre. A quei tempi Borgese e Pancrazi, altro critico del Corriere della Sera, potevano creare uno scrittore, per quel centinaio di lettori che si interessavano di letteratura. Oggi questo non è più possibile, ci sono più lettori, è vero, ma la letteratura non è più qualche cosa di culturale, è un prodotto industriale come un altro. (…)

Per capire il successo degli Indifferenti, bisogna pensare prima di tutto che gli ultimi romanzi di vero successo erano stati quelli di D’Annunzio, quarant’anni prima. Tutti i movimenti letterari che erano venuti dopo D’Annunzio, da quello della Voce a quello della Ronda, erano stati contrari alla narrativa. D’altra parte però il grande successo della collezione dei classici russi della casa editrice Slavia aveva creato un’attesa quasi maniaca per un romanzo finalmente italiano. Gli indifferenti a molti sembrò che riempisse un vuoto e questo spiega perché piacque a critici di scuole assai diverse. Non mancarono del resto voci contrarie; l’Italia è ancora oggi un paese di mentalità moralistica e cattolica. Figuriamoci allora! Gli indifferenti è un libro assolutamente casto e fu attaccato invece, come se fosse stato un libro pornografico. Poi ci fu la reazione politica da parte del fascismo e questa, in qualche modo, era più giustificata di quella del moralismo tradizionale. Perché il fascismo affermava e proclamava di aver rinnovato la società italiana. Invece, ecco, il tanto atteso romanzo italiano smentiva le sue affermazioni. Il succo di questa affermazione fascista si può trovare in un discorso pubblico pronunziato dal fratello di Mussolini, Arnaldo, che era uno dei proprietari della casa editrice Alpes che aveva pubblicato il romanzo. Disse: “Vorremmo sapere se la gioventù italiana deve legger i libri di Dekobra, inventore di facili avventure decadenti, di Remarque, distruttore della grandezza della guerra, e di Moravia, negatore di ogni valore umano.” Le parole di quest’uomo che, armato di tutto il fascismo, se la prendeva con un ragazzino di vent’anni dimostrano, se non altro, che la letteratura, anche la più aliena dalla critica sociale, va sempre molto oltre le vere intenzioni degli scrittori. Io avevo voluto semplicemente scrivere un romanzo contro l’indifferenza e invece ci videro una critica del regime fascista che non era stata nelle mie intenzioni. Ci fu anche una recensione di Montini, che diventò papa Paolo VI, su Civiltà cattolica, molto ragionevole e misurata. »

Alberto Moravia, brani della conversazione con Alain Elkann in Vita di Moravia, Milano, Bompiani, settembre 1990 )

 

 

♦ GIUSEPPE ANTONIO BORGESE su GLI INDIFFERENTI

« Un altro giovanissimo a cui bisogna badare è Alberto Moravia, di suo vero cognome Picherle, nato a Roma nel 1907. Essendo parecchio più giovane del secolo, ha tutti i requisiti per chiamarsi novecentista o novecentiere; e ha pubblicato le sue prime cose sparse nella rivista “900″. Ma ora è al romanzo grande, Gli indifferenti, di 350 pagine fitte, libro personale e complesso, dove le influenze di quel gruppo e di Bontempelli suo capo sono né le più fertili né le più profonde. (…) Il Moravia ha in comune con alcuni suoi coetanei una qualità d’intelligenza seria, grave, esperta dei vizi umani e del valore, supernutrita di osservazioni psicologiche così calme e esatte come se fossero reminiscenze d’una lunga vita anteriore. In fondo ai personaggi egli e qualche altro san guardare senza batter ciglio, e non truccano niente coi frasarii. Questo psicologismo, ben solido, ben tridimensionale, non l’hanno certo appreso dal complesso della letteratura italiana di questi ultimi tempi, assai pregevole per altri versi, ma in psicologia piuttosto sempliciotta. Molto vi hanno contribuito guerra e dopoguerra, in cui queste anime di fanciulli, nell’età che ad altre generazioni largiva fiabe di nutrici, si sono sviluppate  forza come in incubatrici; donde quella sapienza, anche se a vote un tantino saccente, quella maturità da omuncoli nelle ampolle. In proprio, o quasi, il Moravia ha un’arte di scrittura molto bella, perché depurata di ogni belluria, giusto il contrario del vescicante calligrafico, del falso e intossicato bello scrivere che ha ridotto tanta prosa e prosa poetica recente come se le avessero fatto un tatuaggio al vetriolo. Qui la parola non spicca per conto suo nella frase; la frase non molleggia le anche ; si sente un respiro sano e continuo, quella lunga e naturale lena del dire che somiglia in pittura a un modo di pennellare ampio, deciso; qui è vera prosa. Può essere che la sua trasparenza sia un po’ neutra, che il suo vocabolario resti un po’ generico, come una sorta di conversare cosmopolita trascritto in chiave di corretto italiano; ma l’effetto complessivo, non ostante questa tinta pallida, è di sanità, di vigore. (…) Il tema, scarnito fino ai dati materiali, ridotto a ameno fatto di cronaca, è da prendere con le pinze; certamente non è per vergini e per fanciulli. Roma, grassa borghesia abitante nei quartieri alti, tempo presente. Mariagrazia, matura vedova, madre di due figli, padrona (ancora per poco) di una gran villa entro un bel parco, è da quindici anni l’amante di Leo Merumeci, speculatore edilizio, accorto giocatore di Borsa, libertino metodico che non ha dimenticato di prestare denaro su garanzia ipotecaria all’amica, e fra poco diventerà padrone della sua villa. Egli intanto si prende anche la figlia, Carla, ventiquattrenne, intatta, benché già malfamata e corrotta nel cuore in cuore e pronta a qualunque cosa pur di mutar vita, di cominciare una vita nuova. Michele, il figlio, sarebbe il migliore, ma è praticamente inetto, privo d’impulsi, l’Indifferente per antonomasia, che dà il titolo al libro; i suoi molti tentativi di procacciarsi ad arte gli stati d’animo prescritti dalla legge morale, di costruirsi a pezzo a pezzo i sentimenti d’ordinanza, simili agli sforzi di chi volesse arrampicarsi sugli specchi, giungono al miracolo quando, saputo della perdizione di sua sorella, decide di uccidere Merumeci, e compra l’arma. Eccolo lì, davanti al tre volte ladro e manigoldo, nel suo covo, mentre la sorella, certo, è nella stanza accanto e gli spara a bruciapelo, due volte! ma s’era scordato di caricare la rivoltella. Dopo di che, come dopo una burrasca musicale, tutto si rasserena d’incanto. Leo, forse perché gli pare lì per lì sbrigativo risolvere a questo modo la questione del passaggio di proprietà della villa; o forse perché è, non atterrito di Michele, ma stanco, e ha avuto come un collasso, o forse, – e questa è l’ipotesi più giusta, –  senza punti perché, risolve di sposare Carla. Alla madre troveranno il modo di dirlo, domani; e se la terranno in casa. Già s’intravede l’avvenire della famigliola, nido di sozze e profumate bestiole parassite. Gli inquilini di Merumeci padrone di casa pagheranno per tutti. Che Carla avrà presto un’amante  s’intuisce senza sforzo; già lei stessa lo sa e lo elabora in immaginazione; e lo sa Leo non meno bene, che parlando fra sé la chiama sgualdrinella. Quanto a Michele, dopo essere stato un po’ a sentire i discorsi della sua coscienza, lucida e inerte come le facoltà mentali degli avvelenati di curaro, che possono capire qualunque ma non muovere un muscolo, Michele alla fin fine accetta tutto. Si lascerà “aiutare” da Leo per trovare un posto, per cominciare a guadagnare, e intanto si stordirà un poco, consentendo a diventare l’amante di Lisa, cara amica di casa, non più tanto giovane, che anni fa fu l’amante di Leo, prima che questi diventasse stabilmente l’amante di Mariagrazia, madre di Michele. Tutto ciò è atroce. Direi anzi, riguardo con la coda dell’occhio il mio denudato e spiumato riassunto, ch’è insopportabile. Ma questo mi fa meglio capire quanto siano robuste e delicate le piume di cui l’arte di Moravia ha vestito questo corpo deforme se, leggendo, potevamo non solo sopportare, ma sì spesso ammirare. L’immagine potrebbe trarre in inganno, e far  credere che Moravia abbellisca e adorni il putrido. Non è così. Egli non narra con complicità perverse, benché neanche con austerità da moralista. E’ implacabile nel riferire particolari anche obbrobriosi, ma con una specie di coscienziosità obbiettiva che mezzo secolo fa si sarebbe detta naturalista, o sperimentale; con un sentimento che vorrei chiamare di confidenziale ribrezzo. Ha l’aria d’un incantatore di serpenti; tiene in mano le brutte bestie, e sorride freddo. (…) Anche la caduta di Carla dà pagine di prim’ordine. Poi decade il romanzo. Decade perché l’indifferenza di Michele (indifferenzaindifferente, parole ripetute cento volte nel libro) da oggetto del romanzo ne diventa soggetto; o, in altri termini, Michele da protagonista ne diventa l’autore, e Alberto Moravia si mette tutto intero, metamorfandosi, nei suoi panni. Da quel momento, tutto ciò che avviene è labile e casuale; un sogno, o incubo, non più sorvegliato dalla ragione; non c’è ragione o passione sufficiente perché si spieghi il matrimonio di Leo con Carla; e la distrazione di Michele, la rivoltella scarica, vero deus ex machina della catastrofe, per la prima volta fa pensare a Bontempelli. (…) Quando si ascoltano queste parti malate del romanzo ci si avvede di un vizio che era all’origine. Una tensione, che giunge a rivoltellate sia pure incruente e ad eventi così decisivi di amore e di odio o quanto meno di libidine e di ripugnanza, può essersi prodotta in così pochi giorni, in così poche ore ? o come ha fatto a durare tanti anni senza mai spezzarsi? un maestro di vita, o mala vita, qual’è Leo Merumeci, come ha potuto per ben quindici anni esser l’amico dI Mariagrazia e leticare tutti i giorni a tavola ? come ha potuto, soprattutto, per prendere Carla, aspettarne il ventiquattresimo compleanno? Insomma, nella disposizione della favola c’è qualcosa di eccitato e di teatrale. Ma sotto queste oscillazioni di superficie il fondo dell’ingegno è saldo; non di quelle vocazioni giovanili che si esauriscono in fretta. Il romanzo, un po’ scherzando, si può chiamare Cinque Personaggi in cerca d’Autore, ma si può anche dire che l’autore l’hanno bell’e trovato. Purché il Moravia sappia tradurre in forze liriche, in passioni, le sue statiche convinzioni morali, e tenga in moto se stesso e il suo mondo, e fugga da quei lidi neutri dove una Circe intellettuale, nonostante tutta la sua precocità sapiente, lo saprebbe maturare nel più infelice degli asini, asino di Buridano. Gl’Indifferenti! Potrebbe essere un titolo storico. Dopo i crepuscolari, i frammentisti, i calligrafi, potremmo avere il gruppo degl’indifferenti. E sarebbero giovani di vent’anni. Speriamo di no. Moravia e quelli che gli somigliano sapranno uscire dai panni di Michele. »

( G.A. BORGESE1929, da La città assoluta e altri scritti, Milano, Arnoldo Mondadori1962)

 

« (…) Dalla specola al sanatorio, nel passare in solitudine ore giorni mesi, quel ragazzo avvertì in sé la presenza di una inconsueta capacità di sintesi. (…) Concepì una tragedia, ma quella tragedia in abiti moderni significò, all’improvviso, la morte stessa della tragedia – un colpo di pistola andato a vuoto. La crisi del personaggio uomo tornava al suo nucleo originario: per l’uomo moderno l’agire trovava ragione nella propria impossibilità. (…)  Il protagonista de Gli indifferenti vive la medesima patologia, rendendosi conto che accettarla, forse, è la stessa cosa che guarire. Ma, una volta che ci si scopra dannati all’esistenza, da quel cerchio rosso non si esce più. Il giovane Moravia percepisce ciò che il pensiero europeo avrebbe elaborato nei decenni a venire. Essere liberi nella vita significa conoscerla, percorrerne lo spazio: è una libertà in metafora; e la stessa morte non è di più che una metafora. (…) La modernità di Moravia sta nel cogliere questa paralisi che nasce da una imprevista indisciplina della mente, che mette a repentaglio prospettive note e consuetudini, e che si proietta come un’immagine speculare e autonoma della persona – una persona il cui agire, appunto, si dissolve nel suo stesso farsi. »

( Enzo Siciliano, dalla Prefazione all’antologia Alberto Moravia – Romanzi e racconti, a cura di Enzo Siciliano, Milano, Bompiani, Collana «Classici Bompiani», novembre 1998 

Sinossi: 

I fratelli Carla e Michele Ardengo sono due giovani incapaci di provare veri sentimenti, in balia della noia e dell’indifferenza di fronte al declino sociale ed economico della loro famiglia. Mariagrazia, la madre rimasta vedova, trascorre una vita abitudinaria e legata ai clichés morali della borghesia, in uno stato di inconsapevolezza.

Nel giorno del ventiquattresimo compleanno di Carla, Leo Merumeci (l’amante della madre Mariagrazia) tenta di approfittare della giovane, facendola ubriacare. Il tentativo però fallisce perché Carla si sente male e vomita. Trascurata dall’amante, Mariagrazia si convince che egli abbia un’altra donna e  che questa sia la sua amica Lisa.

Lisa è invece invaghita del giovane Michele che, come sua sorella Carla, non è che un debole: pur insofferente di ciò che lo circonda, consapevole che Leo circuisce sua madre per impossessarsi della loro villa di famiglia, è incapace di reagire. Michele s’accorge dell’attrazione che Lisa prova per lui, quindi si lascia passivamente corteggiare, senza manifestare alcun segno di coinvolgimento sentimentale. Lisa intanto, piccata per la sostanziale indifferenza di Michele nei suoi confronti, vuole punzecchiarlo, sicché l’informa della segreta relazione di Carla con l’amante della loro madre. Chiamato in causa, Michele pare deciso ad affrontare finalmente Leo per vendicare l’onore familiare. Comprata una pistola, si reca a casa di Leo con l’intenzione di sparargli. Ne esce umiliato e perdente, poiché gli spara dimenticandosi di caricare l’arma. Per evitare che la villa sia venduta a un miglior offerente, Leo, timoroso di vanificare quanto ha cercato di ottenere, chiede a Carla di sposarlo. Carla, nonostante lo disprezzi e non lo ami, è attratta dall’idea di una nuova vita benestante e borghese che assicuri il benessere a se stessa, alla madre ed al fratello. Con freddezza accetterà la proposta di matrimonio, rinunciando al sentimento, ma forse non alla passione. Il romanzo si chiude con un finale sospeso: Carla e Mariagrazia che si recano a un ballo in maschera, con la figlia che ancora deve comunicare alla madre la sua decisione di sposare Leo.

 

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