venerdì, 22 febbraio 2019

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Giornate di Sodoma – Ritratto di Pasolini e del suo ultimo film di Uberto Paolo Quintavalle

Giornate di Sodoma – Ritratto di Pasolini e del suo ultimo film di Uberto Paolo Quintavalle

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Autore:  Uberto Paolo Quintavalle

Tipologia:  Diario di lavorazione

Film di riferimento:  Salò o le 120 giornate di Sodoma (Italia-Francia, 1975) di Pier Paolo Pasolini. Sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini con la collaborazione di Sergio Citti, liberamente tratto da "Les 120 journées de Sodoma" di D.A.F. De Sade. Fotografia di Tonino Delli Colli. Scenografia di Dante Ferretti. Consulenza musicale di Ennio Morricone. Montaggio di Nino Baragli,Tatiana Casini Morigi. Interpreti: Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Uberto Paolo Quintavalle, Aldo Valletti, Caterina Boratto, Elsa de'Giorgi, Hélène Surrgére, Sonia Savange, Sergio Fascetti, Bruno Mussi, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Feridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Hentke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilansky, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Etzi, Claudio Torcoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Ines Pellegrini

Editore:  Sugarco Edizioni, Collana "Fatti e misfatti", n.24

Origine:  Milano

Anno:  1976 (gennaio)

Caratteristiche:  Brossura a due colori (nero al frontespizio e rosso al dorso e al retro) con illustrazione fotografica in bianco e nero tratta dal film "Salò o le 120 giornate di Sodoma". Titoli in bianco e in rosso. All'interno, fuori testo, sono presenti 15 fotografie di scena in bianco e nero del film scattate da Deborah Berr.

Edizione:  Prima

Pagine:  128

Dimensioni:  cm. 21 x 13, 5

Note: 

Prima edizione di Giornate di Sodoma – Ritratto di Pasolini e del suo ultimo film, diario di lavorazione e reportage demistificatorio (concentrato sulla figura dell’autore di Salò o le 120 giornate di Sodoma) redatto da uno dei protagonisti del film, lo scrittore e giornalista Uberto Paolo Quintavalle. Il libro è stato pubblicato dalle Edizioni Sugarco nel gennaio del 1976, mentre all’ultimo film di Pier Paolo Pasolini (morto nel novembre dell’anno prima) veniva negato il nulla osta di proiezione in pubblico.

Sinossi: 

Una cosa è certa: se Pasolini non fosse stato ammazzato, e in quel modo atroce, questo libro non sarebbe mai uscito. Il suo successo editoriale fu dovuto in gran parte allo scandalo provocato dalla morte prematura e clamorosa, avvenuta il 2 novembre 1975, di uno dei più importanti scrittori italiani del Novecento, Pier Paolo Pasolini. A Uberto Paolo Quintavalle, scrittore e giornalista, va ascritto almeno un merito: quello di aver diffuso l’unico diario di lavorazione esistente di Salò o le 120 giornate di Sodoma, che di Pasolini è l’ultima opera cinematografica. Nel febbraio del 1975, Quintavalle fu chiamato da Nico Naldini, in quei giorni responsabile delle pubbliche relazioni della casa produttrice PEA, che lo informò dell’intenzione di fargli interpretare uno dei ruoli principali della  riduzione pasoliniana, ambientata negli anni della Repubblica di Salò, del capolavoro di Sade Le 120 giornate di SodomaE così Quintavalle debuttò come attore incarnando uno dei truci Signori dell’apologo, l’alto magistrato Curval. La sua esperienza sul set di quello che sarebbe diventato un vero e proprio “film maledetto” la riversò nei capitoli di questo spigoloso istant book, insieme a tutta l’acidità e la frustrazione da collega minore che ha l’occasione di smontare il mito del maestro di tutti (incontrato da lui per la prima volta nel 1953), approfittando della sua repentina scomparsa. L’introduzione posta sul retro del volume ben riassume il senso dell’operazione  targata Sugarco: «Questo è un libro fuori dal comune, perché il suo autore, Uberto Paolo Quintavalle, scrittore e drammaturgo, è stato uno dei protagonisti di Salò o le 120 giornate di Sodoma e, nella sua duplice posizione di attore e testimone, ha vissuto accanto a Pasolini durante le riprese del film, ha potuto vederlo all’opera, proprio negli ultimi mesi della sua vita, negli episodi quotidiani che, sommati, arrivano a mettere in luce una personalità complessa e contraddittoria.» L’ambizione è dunque quella di fornire un ritratto rovesciato del poeta-cineasta, una specie di Pasolini desnudo. Ma il risultato è di una modestia sconfortante, da scipito diario in pubblico animato da risentimenti professionali e sgradevoli notazioni moralistiche (soprattutto relative all’omosessualità del regista), il tutto sciorinato da Quintavalle senza ritegno e con una prosa piatta da ordinario reportage. Tuttavia, il libro si segnala come documento che testimonia l’atteggiamento di una certa intellettualità piccolo borghese di destra nei confronti della figura di Pasolini, e come  resoconto aneddotico degli umori vissuti sul set del film (anche se interpretati in modo tendenzioso e sommario) assieme alla cronaca dei metodi di lavoro adottati dal cineasta nel girare la sua opera più intima e “pericolosa”.

 

«Era raro vederlo allegro. Il suo senso dell’umorismo, se così possiamo chiamarlo, era particolare. Ricordo che una volta raccontò a me, e a qualche altro attore un sogno che aveva avuto, in cui noi entravamo, che gli pareva estremamente buffo e che lo faceva molto ridere. Ora che ci penso, è forse l’unica volta che l’ho visto veramente divertito, ma eravamo tutti così occupati a cercar di capire dove fosse e in che cosa consistesse quella comicità che gli pareva così clamorosa da non riuscire proprio a partecipare al suo sollazzo. Non ricordo di cosa si trattasse, solo a che a tutti i presenti era sembrato un aneddoto senza capo né coda. Nel film, forse per la prima volta, ha fatto uso di diverse trovate grottesche, di tocchi buffi. Molte volte richiedeva a noi attori una recitazione così stralunata e sopra le righe che avevamo l’impressione che volesse buttare in farsa certe scene atroci. Siccome non ci spiegava le sue intenzioni né quello che voleva da noi, limitandosi alle disposizioni esteriori, non capivamo mai se stessimo recitando un film in chiave tragica o una grottesca parodia. All’ora di cena a Bologna in gente si eclissava, ma a Mantova cenava quasi sempre in uno dei due ristoranti così che, anche se non si era combinato di mangiare con lui, si finiva facilmente per trovarlo, sempre accompagnato da almeno uno dei ragazzi della sua corte. Una volta che lo vidi, unico adulto, attorniato da sei o sette dei ragazzini del film, mi sorrise compiaciuto additandomeli. “Hai visto che bella imbarcata mi sono fatto?”. Come se si fosse trattato di una gran prodezza.»

(Uberto Paolo Quintavalle, da Giornate di Sodoma, Milano, Sugarco Edizioni)    

   

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