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Fuga dalla Sicilia

Fuga dalla Sicilia

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  12 gennaio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Che i siciliani siano un “popolo immaginoso” al quale piacciono “le avventure di qualsiasi genere” è ormai un luogo comune ampiamente sperimentato. Un romanzo breve, pubblicato sessant’anni fa nella mitica collana einaudiana dei “Gettoni” curata da Elio Vittorini, prova a misurarsi con questo condizionante assioma. Parliamo de “Gli avventurosi siciliani”, vivido acquerello letterario sulla rocambolesca andata e sul precipitoso ritorno di una ragazza di origine sicula costretta dalla madre a un viaggio da Milano a Trapani per via di una faccenda ereditaria che in seguito si rivela fallace.

A scriverlo fu Nello Sàito (1920-2006), germanista rinomato nato a Roma da genitori siciliani, saggista e traduttore soprattutto di Schiller e Goethe, ma anche apprezzato letterato e drammaturgo. “Un tipo che viaggia sempre”, così Vittorini presentò Sàito quando, nel 1954, lo incluse tra gli eletti “gettonati” con la picaresca avventura siciliana in quella prima edizione diventata introvabile. E in effetti, l’autore somiglia alla sua protagonista Fulvia, una Daisy Miller piccolo borghese e molto nordica (tra la Invernizio e Dacia Maraini), pronta ad affrontare qualunque asperità, perennemente sospettosa, algida e avversa agli eventi. La storia è ambientata negli anni di Salvatore Giuliano (il cui mito, per i siciliani, “ha sostituito quello dei cavalieri e dei saraceni”), lungo la rotta verso il Sud dell’ultimo dopoguerra, prima sul treno Milano-Palermo intenebrato dalla presenza di viaggiatori siciliani in ferie ma “vestiti a lutto”, e poi sulla nave degli inganni dove l’eroina subisce la perversa sicilitudine dei suoi compagni di viaggio, l’avvocato e il commerciante, che la circuiscono promettendole protezione e poi litigano per portarsela a letto. Fulvia resiste alla deflorazione ma anche a un’avventura boccaccesca nella Palermo allora come sempre florida e fetida, dove il mare si vede e si sente solo a Mondello e i vicoli sono ingombrati d’immondizia con i panni appesi ai balconi “come bandiere d’armistizio”. Arrivata a destinazione, la ragazza scopre che la sua “montagna incantata” non è che una desolata salina governata dallo zio bieco padrone e da suo figlio che la vuole impalmare. E allora scappa dall’isola “avventurosa” del ponte sullo stretto amato/odiato, dei tradimenti e dei conflitti irrisolti, degli omicidi senza colpevoli, dei complotti adombrati e degli intrighi mai denunciati, delle mafie feudali e degli eterni poteri di casta. Scappa come scappò più volte il germanista- viaggiatore Sàito, siciliano d’adozione alla ricerca del “meraviglioso”, che non mancò (in questa come nelle altre sue opere) di scandagliare con ironia l’avvelenato paradosso di una terra felicissima condannata all’infelicità anche da quegli stranieri in patria che “dicevano a tutti Sicilia Sicilia ma in fondo erano contenti di esserne fuggiti”.