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Elogio dell’attore-alieno / In memoria di Robin Williams (1951-2014)

Elogio dell’attore-alieno / In memoria di Robin Williams (1951-2014)

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Tipologia:  Note

Data/e:  11 agosto 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Ora che se ne è andato, troppo presto e nel modo peggiore, da suicida per depressione, non potremo far altro che rimpiangere il suo singolare e ammaliante talento.
Perché di talento ne aveva da vendere, il 63enne Robin Williams, tutto generosamente profuso nel corso di una fortunata carriera da gran virtuoso, talmente debordante da apparire persino stucchevole, per via di quella invidiabile vis fonetica e fisica esibita vitalisticamente, e allenata meticolosamente negli anni che lo consegnarono al 13° posto della classifica dei migliori solisti della Stand-up Comedy, disciplina di cui furono maestri degli outsider arrabbiati come Lenny Bruce.
L’essere un One Man Band (o se preferite, un Fregoli) della comicità made in Usa gli giovò non poco agli inizi, quando fu ingaggiato (era il 1977) da Gary Marshall per “Morky e Mindy”, irresistibile serie televisiva che gli regalò la popolarità planetaria e una caratterizzante marchiatura clownesca.
Da allora in poi, i ruoli che Williams interpretò a cinema ( un cinema di confessione hollywoodiana che lo amò immediatamente facendone una star) valorizzarono la sua buffa faccia di gomma e l’ estrosa mimica da “fool” (utilizzata per il suo Popeye in carne ed ossa con la regia di Altman), quella simpatica e un po’ perversa maschera di esuberanza infantile che sembrava sempre pronta a mutarsi in un’ espressione di malinconia struggente.
Dai “Na-no Na-no” dell’incontenibile alieno televisivo ai ruoli da mattatore in odore di Oscar (ne vinse solo uno, da non protagonista per “Will Hunting-Genio ribelle”) il passo fu breve.
Sul grande schermo imparammo a identificarlo innanzi tutto come una specie di erede del grande Jerry Lewis, dentro la tradizione del comedian dalla fisicità ridondante, soprattutto per via del suo aspetto di “eterno bambino”.
Lo scoprimmo così nei panni di Garp, il complessato adolescente de “Il mondo secondo Garp”, per poi ritrovarlo in quelli di Jack, il decenne imprigionato nel corpo di un adulto dell’omonimo film di Coppola, e ancora come Peter Pan attempato in “Hook” di Spielberg.
Ma a sorprenderci non furono soltanto le sue innate capacità di trasformista (che raggiunsero l’apice en travesti in “Mrs.Doubtfire”).
A conquistarci (magari con qualche riserva) fu la marcata, e a volte zuccherosa, umanità dei suoi personaggi eccentrici e perdenti, “capitani” dell’infantilismo utopistico, Candide retorici di un certo ribellismo liberal, comunque simpatici perché destinati a soccombere nella ragnatela della repressiva, reazionaria, perbenista, e dunque detestabile, società degli adulti.
Di conseguenza rimangono indimenticabili, nella sua galleria di personaggi, il vulcanico deejay al fronte di “Good Morning, Vietnam”, il professor Keating de “L’attimo fuggente”, il dottor Malcolm di “Risvegli”, il professore di Storia medievale che si fa barbone-filosofo in “La leggenda del Re pescatore”, il bizzarro proprietario della fabbrica di giocattoli in “Toys”, lo psicoanalista a confronto con il nevrotico studente-prodigio in “Will Hunting”.
E i più smagati tra gli spettatori ricorderanno pure quegli accenti d’introspezione “dark”, già presenti a tratti nelle interpretazioni citate, che Williams poté utilizzare a tutto tondo in film resi importanti dalla sua presenza, come “Insomnia” e “One Hour Photo”, dove tratteggia con grande finezza i risvolti emotivi di due psicopatici assassini seriali.
Ultimamente l’attore, pur essendosi lasciato alle spalle matrimoni sbagliati e dipendenze da alcol e droghe (fu uno dei testimoni della fatale overdose di John Belushi), coltivava in segreto quel disturbo bipolare che lo ha segnato fino a trasfigurarne l’aspetto, e questo mentre il cinema continuava a offrirgli ruoli in agrodolce per film come “Patch Adams” o “L’uomo bicentenario”.
Ed è un curioso segno del destino il fatto che si adombri, come scintilla del suo gesto estremo, la cancellazione in tronco (per scarso rendimento) della serie televisiva che lo ha visto ultimamente protagonista, “The Crazy Ones”: doveva essere l’occasione utile a esorcizzare lo spettro di un declino e, insieme, un ritorno alle origini, ai successi giovanili della sit-com, il bis di “Mork e Mindy”, e invece…
Una traumatica chiusura del cerchio, il tragico sigillo della parabola di un attore- funambolo originale e ipertrofico, ma anche di un antidivo gentile e inquieto che seppe farsi alieno in quella Hollywood dell’entertainment come business, abituata a dimenticare troppo facilmente i propri magnifici clown.

 

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