venerdì, 23 agosto 2019

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

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Dansen

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Tipologia:  Dramma

Di:  August Strindberg

Regia:  Umberto Cantone

Location:  Teatro Biondo Stabile di Palermo

Data/e:  29 febbraio - 11 marzo 2012

Produzione:  Teatro Biondo Stabile di Palermo

Cast:  Nello Mascia, Liliana Paganini, Alfonso Veneroso, Eva Drammis

Costumi:  Dario Taormina

Scene:  Pietro Carriglio

Note: 

Traduzione: Carlo Terron

Luci: Pietro Sperduti

Regista assistente: Luca D’Angelo

Direttore di scena: Sergio Beghi

Foto di scena: Tommaso Le Pera

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NOTE DI REGIA di Umberto Cantone

Il luogo di Strindberg è Strindberg stesso.

«Mentre stavo seduto sulla scrivania fui preso da un accesso di febbre. [...] Ero in preda alla febbre che mi scuoteva come un materasso di piume, che mi afferrava alla gola per strangolarmi. [...] Ma io non volevo morire. Le opposi resistenza e la lotta si fece accanita; i nervi si tendevano, il sangue scorreva veloce nelle arterie, il cervello si contorceva come un polipo nell’aceto. Di colpo, convinto che stavo per avere la peggio in quella danza macabra, mollai e mi lasciai cadere riverso, abbandonandomi alla stretta del terribile».

In un passaggio delle sue memorie, Strindberg prova a decifrare il trauma del proprio crollo psichico: Dödsdansen, la danza macabra, è per lui espressione del sentimento di rovina. Un sentimento che Georg Simmel definiva più «triste» che «tragico»: perché l’uomo non può sentire se stesso come rovina benché la rovina rientri nel naturale dettato dell’esperienza umana. Il teatro di Strindberg somiglia a quei paesaggi seicenteschi dove le architetture sovrastano la dimensione della figura umana, dentro il tempo circolare della rovina che assimila il passato al Vuoto sempre presente.

Nel nostro spettacolo, la scultura di Pietro Carriglio è lo scheletro di una prigione metafisica che proietta in platea il ring, in una prospettiva già sperimentata da Friedrich Dürrenmatt nella sua astratta riscrittura di Danza macabra.

Architetture della psiche, come in Kafka, e concettuale richiamo ai musicali movimenti dell’esperienza della rovina: campane e tubi, risonanze di Bach, la musica della malinconia.

Come voleva Strindberg, l’interno borghese è qui una soglia, né fuori né dentro, dove i personaggi si preparano a una partenza continuamente rinviata. Sono prigionieri dell’isola che abitano. E l’isola che abitano è Strindberg stesso.

Ad Alice e a Edgard è riservata l’attesa di una peste annunciata, come in un rito sacrificale di bergmaniana memoria.

In questa Danza non può esserci alcun fin de partie: la coppia di coniugi si avvelena e si massacra coinvolgendo nel suo gioco il visitatore debole Kurt. Mentre la perversa governante Jenny predispone l’avvicendarsi di entrate e uscite prive di porte.

La partita si fa teatro. Fino allo schianto, che prevede un’altra attesa in quarantena. Mentre gli oggetti del museo familiare continuano a raccogliere polvere.

Annunciando la rovina del tempo, Strindberg indica a noi tutti il crollo di ogni illusione umana. E su questa constatazione impianta il segno del suo magistero teatrale.

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