sabato, 15 maggio 2021

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“Cosa sarà il teatro del dopo – Alcune idee sulla riapertura possibile”, in la Repubblica/Palermo

“Cosa sarà il teatro del dopo – Alcune idee sulla riapertura possibile”, in la Repubblica/Palermo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  12 maggio 2020

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Ce lo diranno i futuri libri di storia se quello che stiamo vivendo è una punizione da Apocalisse o uno stimolante avvertimento. Per il momento è la gravità della cronaca che ci costringe a sopraffare lo smarrimento procuratoci da una tragedia che da sanitaria è diventata socioeconomica.

Mentre stiamo ancora scontando gli effetti della cattività epidemica, siamo chiamati ad accordarci al presente con quella concretezza che può impedirci di guardare al futuro con meno ipocrisia possibile. E per fare questo, stiamo imparando a rimettere a fuoco le identità e le differenze che ci riguardano.

Fino a un paio di mesi fa, quando si argomentava di teatro ogni discorso che tirava in ballo i suoi principi, la sua componente corporale o qualità sociale, veniva dato per scontato. Oggi invece sono proprio queste componenti a dare l’idea della catastrofe che ha investito il comparto del teatro di prosa, insieme a quelli delle altre pratiche sceniche. Ci è utile riscoprire Peter Brook quando spiega che il processo teatrale non consiste “nel produrre e poi vendere”, ma “nel prepararsi e poi nascere”. Prepararsi con metodo e poi nascere, dunque, a ogni replica di fronte o mescolati agli spettatori: se è questo che significa fare teatro, allora noi teatranti, qui e ora, dobbiamo adattarci all’idea che non sarà facile tornare presto a farlo. Perlomeno non a farlo come prima.

In quale modo sarà possibile accedere alla “nuova normalità” del teatro, e durante quale “fase”, sono cose che dipendono dalle decisioni che spetterà prendere a coloro che ci governano. Il fatto è che, purtroppo, coloro che ci governano esitano. Il loro voler salvare il salvabile (badando soprattutto a mantenere lo status quo) sta provocando reazioni da “si salvi chi può”. Da qualche settimana, i nostri governanti è come se non badassero nemmeno più a nascondere l’inadeguatezza dei loro provvedimenti, l’evidenza imbarazzante della loro sproporzione.

E questo non ha fatto altro che esasperare gli animi in vista del temuto impatto con l’iceberg. Insomma, per quello che riguarda il titanic dello spettacolo dal vivo, la cosa peggiore è che non si sta approfittando dell’occasione di questo evento spartiacque per cambiare qualcosa del sistema teatro in Italia. Anzi, coloro che lo governano evitano accuratamente di ridefinire qualunque normativa e provvedono solo a congelare i parametri esistenti, col risultato che le indennità approntate funzionino da mera consolazione, o che i provvedimenti più sostanziosi finiscano col contentare più gli indenni che i dannati di questa spaventosa crisi.

Di conseguenza, è ragionevole domandarsi quale sarà il destino, a emergenza finita, degli intermittenti dello spettacolo, una categoria di lavoratori che in Italia ha assunto sempre di più i connotati di una maggioranza di precari e sfruttati.

Per ora a questa categoria, come ad altre simili ad essa, non resta che aspettare l’attuazione faticosa dei ristori, i provvedimenti assistenzialistici promessi dal ministro Franceschini. Aspettarli con la stessa frustrazione di Pinocchio quando invocò per sé il soccorso della Lumaca.

Per altri versi, ci ritroviamo tutti appesi alle decisioni del comitato scientifico che darà il via, o meno, all’estiva opportunità dell’en plein air. Ma c’è una goccia che, di recente, ha rischiato di far traboccare il vaso del nostro attuale, e piuttosto diffuso, scontento. Si tratta del mantra innervosente che aleggia nelle stratosfere dell’olimpo ministeriale. Il mantra del teatro in streaming.

Ricapitoliamo: nel corso della presente crisi pandemica abbiamo assistito alla messa in rete del teatro a modalità remota, la soluzione del “tutti volontaristicamente sul web per un bel reality testimoniale. In seguito, sono pervenute, sui siti di qualche teatro pubblico, una filiera di spettacoli di repertorio o di differite di allestimenti già in cantiere, insomma lo streaming gratuito che ha avuto modesti risultati di consenso, con rari picchi di visione. Di recente, il provvido Franceschini si è incartato in Senato sulla propria proposta di mettere sul mercato una piattaforma on demand concepita ad hoc, dove invitare l’utente a scegliere di guardare da casa un pacchetto di eventi teatrali, musicali e di prosa (“come per una diretta dalla Scala, avete presente?”). Una ipotesi, questa, che ha fatto imbufalire gli addetti ai lavori di ogni credo od orientamento, al punto tale da essere frettolosamente cassata (almeno per il momento).

Eppure, per evitare ogni equivoco futuro un modo c’è. Ed è quello di sottolineare il lapalissiano principio che il teatro in video non è teatro: è video, un incrocio di codici cinematografici e televisivi. E che di conseguenza, questo linguaggio non va usato come strumento consolatorio di compensazione performativa. In questo senso, basta rifarsi agli esempi nobili. Dopotutto, Eduardo girò a Cinecittà le versioni Rai a colori delle sue commedie, e lo fece utilizzando la stessa sapienza geometrica di Chaplin, mentre Carmelo Bene rimodellò radicalmente il suo teatro quando lo tradusse in video facendolo somigliare al proprio cinema.

Quanto all’ipotesi dello streaming su proposta ministeriale: visto che non ci si riferiva a forme di teatro virtuale o di immersive theatre, ma più banalmente a spettacoli teatrali on demand, allo Stato toccherebbe l’onere d’impegnarsi a finanziare un’offerta di videoteatro che, per risultare sufficientemente competitiva in Vod (a pagamento), avrebbe bisogno perlomeno della presenza di interpreti “di richiamo”, oppure di registi sufficientemente  attrattivi (Bellocchio, Martone, Andò, Dante, Maresco, Torre, Guadagnino, Castellucci, etc., per fermarci agli italiani), a cui però la Rai già offre, anche se saltuariamente, la possibilità di riprendere i loro spettacoli programmandoli sulla gratuita piattaforma di Rai5. A che dovrebbe servire, dunque, l’entrata sul mercato di una piattaforma concorrente a quella già esistente del servizio pubblico? Quali costi dovrebbe affrontare un piano del genere, e quale sarebbe il relativo guadagno riservato ai teatri pubblici e privati?

Cambiando discorso (per carità di patria), va anche detto quanto sia stucchevole ogni polemica che, con intransigenza puristica, escluda la tecnologia dalla forma teatro. In Italia, chiunque sostenga la posizione di tale presunta incompatibilità rischia oggi di fare la figura del borghese il cui destino, secondo Brancati, è di non poter tenere conto dell’immensità. Basterebbe prendere ad esempio la pratica di quei maestri che operano attualmente nella più influente scena internazionale: Wilson e Lepage su tutti, ma anche Ivo van Hove, Ann-Cécile Vandalem, Cyrill Teste. La verità è che da noi, questa sospensione forzata potrebbe essere ancora utile, specialmente ai teatri pubblici, per adeguare attrezzature e maestranze valorizzando risorse e competenze (soprattutto giovani) disponibili sul territorio, accordando lo standard produttivo alla logica, ormai diffusa (e praticata da decenni soprattutto da alcune compagnie della nuova scena) dell’influenza tecnologica nella scrittura scenica.

In Italia, più che parlare di streaming, allora, cerchiamo di aprire la strada alle quelle forme di performance filmique che, in questa maledetta crisi, potrebbero restituire al teatro quello che è del teatro.

E allora permetteteci almeno d’immaginarlo, un teatro del futuro. Un teatro che sappia rinascere trasformando in opportunità le conseguenze degli attuali epocali impedimenti, facendo della tecnologia un linguaggio e non un semplice supporto, affermando le proprie differenze nel continuare a giocare, in modo nuovo, a confondere i sensi e a dare corpo alle ombre. Un teatro che sappia ispirarsi a quello di Denis Marleau che, nel dirigere (quasi vent’anni fa) Les Aveugles di Maeterlinck, offrì al pubblico lo spettacolo di due attori che si moltiplicavano nelle loro maschere luminose proiettate sullo schermo, fino a provocare l’illusione che quella tridimensionale fantasmagoria fosse viva quanto gli attori stessi, un riflesso virtuale e insieme corporale del fare anima sulla scena.