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Cosa nostra alla Feydeau

Cosa nostra alla Feydeau

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  15 dicembre 2013

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nei presenti tempi di benigne cinefavole antimafia in forma di commedie generazionali, mentre i giudici continuano a rischiare la pelle e la società civile (o quel che ne rimane) tenta di fare quadrato, può sorprendere un tuffo cinefilo nella più avvelenata serie B di qualche lustro fa. Indovinate quale film italiano del 1971 mostra Salvo Randone nei panni di un mellifluo boss dell’entroterra siculo intento a donare una cospicua tangente prima al sindaco, poi al segretario comunale e al reverendo del paesino dove egli da anni governa con la lupara. Non è un Rosi, né un Petri né un Damiani, impegnati paladini del cinema civile, ma è uno Stefano Vanzina in arte Steno. Il suo “Cose di Cosa nostra”, ingiustamente ignorato da gran parte di saggi e dizionari su Cinema & mafia (oggi  disponibile in Dvd per la 01-Rai Cinema), si presenta come un Feydeau in salsa mediterranea sulla falsariga dell’altrettanto caustico “Mafioso” di Lattuada (1962). Il cast è strepitoso: innanzi tutto c’è Carlo Giuffré che evita ogni eccesso macchiettistico interpretando il riottoso killer immigrato Salvatore Lo Coco in trasferta italica da New York per ordine di Cosa nostra. Portandosi appresso la procace consorte Pamela Tiffin (talentuosa starlette utilizzata da Billy Wilder), questi gira in lungo e in largo lo Stivale alla ricerca di un sicario professionista che possa ammazzare in sua vece la vittima designata, l’“onorato” compaesano Randone. Fermatosi a Napoli, il povero Lo Coco rimane turlupinato da Vittorio De Sica, avvocaticchio fanfarone rovinato dal gioco, mentre si scopre inseguito dal sospettoso brigadiere Aldo Fabrizi che gioca da par suo a fare l’ispettore Clouseau (modello “Pantera rosa”) però “de noantri”. Nella combriccola approdata in Sicilia, c’è pure un ammazzasette infoiato (Jean Claude Brialy) che si fa ingaggiare dal protagonista perché vuole concupirne la mogliettina. E il boccaccesco gioco degli equivoci culmina in una resa dei conti di fronte al minaccioso “don”. Tutto finisce a tarallucci e vino solamente perché è stata sterminata giusto in tempo la cosca newyorkese dei mandanti  della missione omicida. Intendiamoci, non è che una farsa dal copione zoppicante, diretta però con tagliente piglio satirico dall’ingegnoso Steno. Il quale riesce a raccontarci, un anno prima  del “Padrino” coppoliano, di un capomafia in giacca e cravatta che spadroneggia sul proprio territorio tenendo in pugno le compiacenti istituzioni locali, per di più intrattenendo rapporti politici talmente altolocati da riuscire, solo attraverso una telefonata, a far promuovere al grado di maresciallo un brigadiere. Che a causa di quella perversa “trattativa”, da allora in corso, la farsa si trasformò in tragedia  lo raccontarono le sanguinose cronache a seguire, nell’italica realtà delle “Cose di Cosa nostra” che ha sempre superato ogni finzione.

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