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Con quelle facce un po’ così. I divi siciliani della serie B, in “la Repubblica/Palermo”, 5 febbraio 2021

Con quelle facce un po’ così. I divi siciliani della serie B, in “la Repubblica/Palermo”, 5 febbraio 2021

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  5 febbraio 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Se provate a cercare la sua foto su Google è possibile che un equivoco algoritmico vi rimandi a quella dell’attuale presidente spagnolo Pedro Sànchez.

Ma Pedro Sanchez alias Ignazio Spalla, nato nel 1924 a Termini Imerese e scomparso a Costacciaro nel 2005, non fu certamente l’unico a rifarsi il nome tra le centinaia di caratteristi (quasi tutti maschi, riguardo alle donne occorre un capitolo a parte) su cui si fondarono le sorti del mai troppo rimpianto cinema italiano di genere tra gli anni Sessanta e Settanta.

Per molti dei 50 film con cui si guadagnò la pagnotta — alcuni dei quali western spaghetti come Vado l’ammazzo e torno e Chiedi perdono a Dio, non a me —Ignazio dovette adottare quel soprannome che lo trasformò per assonanza in uno spavaldo emulo del popolare attore Fernando Sancho, una specie di Bud Spencer che si spacciava per messicano ma era originario di Saragozza.

Oggi finzioni anagrafiche come queste inducono al sorriso, ma allora erano apprezzate da quegli spettatori che riempivano le seconde e terze visioni, ben disposti alla sospensione dell’incredulità davanti a certi western scalcinati ambientati in Arizona ma girati alla Tiburtina.

E così, ogni volta che evochiamo la stagione dell’ingegnosa serie B tendente al trash ci tocca restituire nomi e cognomi ai suoi interpreti. Se il popolarissimo Antonio Sabàto, di cui abbiamo ricordato la recente scomparsa per Covid, faceva a meno di nomignoli, non altrettanto era concesso ad altri siciliani di quel mucchio selvaggio da stracult.

Oltre a Spalla, tra questi scoviamo il palermitano Ignazio Dolce, classe 1933, che, in verità, diventò Paul D. Robinson solo per le sue regie (trash bellici come Colli di cuoio e un solo titolo rammentabile, L’ammazzatina con Pino Caruso, che però firmò col proprio nome), dopo aver frequentato da attore alcuni peplum insieme a musicarelli come Disco rosso ai sogni con Peppino Di Capri o a simil-007 del filone cosiddetto Eurospy come Missione Morte Molo 83.

Mentre Claudio Undari (1935-2008), di Castelvetrano ma naturalizzato catanese, si fece conoscere come Robert Hundar quando prestò la sua stazza di ben un metro e 97 e il suo sguardo di ghiaccio a inquietanti villain in decine di westernacci, fino a essere notato da Umberto Lenzi che nel 1976 lo volle nel suo Il trucido e lo sbirro.

Riccardo Salvino è invece lo pseudonimo del palermitano Salvatore Caronia (oggi 76enne), che fu diretto da Lina Wertmüller in Travolti da un insolito destino e da Lattuada in tv, sfruttando poi la sua prestante disinvoltura sia per scanzonati noir come Gli amici di Nick Hezard firmato nel ‘76 da un maestro dei generi come Fernando Di Leo, sia per enfatici action come La polizia è sconfitta, travestendosi da donna nella farsa sulla rivoluzione messicana Partirono preti… tornarono curati (1973)e partecipando al filone sexy nel Ginecologo della mutua e in Emmanuelle in America (1976)che, ad apertura, propone un suo fuggevole approccio da macho con la diva dell’erotismo esotico Laura Gemser.

Originario di Palermo è pure Stefano Oppedisano, classe 1946, che tra le tante prove da attore di razza, in piccoli ruoli per Bertolucci e Dario Argento come in teatro per Aldo Trionfo, partecipò a stracult di Cicero, Baldi, Crispino,  Massaccesi (alias Joe D’Amato), e di Renato Polselli, virtuoso del b-movie estremo, al quale prestò il proprio aplomb volitivo e il nome anagrafico in Riti, magie nere e segrete orge del ‘300 e La verità secondo Satana.

In quest’ultimo, stravagante kammerspiel del 1972 troviamo pure Sergio Ammirata, altro palermitano oggi 86enne, che aveva alle spalle film biblici come I patriarchi di Marcello Baldi e una fuggevole partecipazione nel Maigret televisivo con Cervi. Ricordato come il primo involontario hardcore italiano, dato che i suoi distributori lo infarcirono a tradimento di sequenze di sesso esplicito estrapolate da altri film, La verità secondo Satana mostra l’attore nel ruolo di Totoletto, un logorroico psicopatico a cui si rivolge una ragazza che ha assistito al suicidio dell’ossessivo fidanzato durante un gioco erotico. Ammirata è stato pure regista di Sesso in testa, una commedia di costume del 1974 che ammicca al filone sexy. Ed è l’unico tra gli attori della nostra sommaria lista ad avere adottato un soprannome, Sante Stern, solo per siglare i copioni che lui stesso dirige da quando ha cominciato a dedicarsi esclusivamente al teatro.

Ma a costituire un primato per via dei troppi nomignoli e per il suo curriculum che conta ben 140 apparizioni in pellicola, è l’erculeo catanese Pietro Torrisi (alias Peter McCoy, Peter Torres, Peter Barclay, etc.), che ha di recente spento 81 candeline. Iniziò da pluripremiato culturista, debuttò da comparsa a Cinecittà per duemila lire al giorno, e fece la gavetta come controfigura di Gordon Scott, divo americano sul Tevere. Fino a quando, nel ’62, lo ingaggiò Lucio Fulci per il ruolo di un muscoloso scagnozzo in 00-2 Agenti segretissimi con Franco & Ciccio, facendo così lievitare una carriera consumata in decine di fantamitologici e western e sexyboccacceschi, fino alla trasferta in Arizona (quella vera) per Un genio, due compari e un pollo di Damiani prodotto da Leone nel 1975. A sentire lui, ha dovuto rifiutare offerte “internazionali” a causa della sua refrattarietà alla lingua inglese (“Figuriamoci, non parlo manco bene l’italiano!”). Da qui il ripiego in ruoli da “scazzottatore” con tanti ciak nel filone dei comico-western in stile Trinità. Tra i suoi vanti, raccolti in Tv da Marco Giusti che nel 2015 lo ha premiato al Busto Arsizio Film Festival, c’è quello di essere stato chiamato ad affrontare un meccanico mostro mitologico sotto la superficie di un gelido lago in Abruzzo per sostituire, da stuntman, nientemeno che Schwarzenegger nel fantasy Yado del 1985. Quando ha smesso con Cinecittà e dintorni, Pietro è tornato nella sua Catania a gestire una palestra di boxe dove, tra un allenamento e l’altro, lo trovate disponibile a raccontare la sua leggenda, simile a quella dei tanti caratteristi di quella serie B fatta a immagine e somiglianza del grande schermo che ormai non c’è più.

 

 

 

 

 

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