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Antonio Bruno – Poliglotta e maledetto, il poeta catanese delle rose

Antonio Bruno – Poliglotta e maledetto, il poeta catanese delle rose

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  11 gennaio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

A uso e consumo del Midcult, basterebbe definirlo il Leopardi di Sicilia. Almeno così Antonio Bruno avrebbe oggi qualche lettore in più.

E invece ormai in pochi ricordano il letterato poliglotta di Biancavilla, maudit e mondano fino a quando non si lasciò divorare dalla tossicomania e dalla depressione, prima giovane futurista da “pattuglia azzurra”, poi simbolista per ispirazione e stile.

Morì quarantunenne a Catania nel 1932, in una stanza dell’albergo Italia ben più misera di quella palermitana del Grand Hotel delle Palme dove l’anno dopo Raymond Roussel si fece fuori come lui, ingerendo un’overdose di barbiturici.

Quanto al poeta di Recanati, Bruno ne condivideva il rachitismo e l’irrefrenabile, doloroso desiderio di Assoluto.

A testimonianza della sua abilità poetica, resta la raccolta di prose e versi d’ispirazione orientale Fuochi di bengala (edito da “L’Italia Futurista” nel 1917), accanto alla limpida traduzione, datata 1932, de Il corvo di Poe (entrambi ripubblicati, nel 1990, da Novecento Editore).

Il suo talento traspare anche nelle 50 lettere d’amore alla signorina Dolly (1928), romanzo epistolare diventato introvabile, sommario delle piaghe dei suoi erotici tormenti inappagati; o negli arguti testi critici (prima nel polemico Un poeta di provincia – Schiarimento catanese in difesa della poesia del 1920 e, in seguito, negli articoli apparsi su riviste e giornali) ai quali egli affidò sia le proprie predilezioni (per Flaubert, Laforgue, Poe e per il “mistico” Baudelaire), sia le proprie accese avversioni (specialmente per D’Annunzio).

Sprofondato in uno spleen straziato, ormai rattrappito su se stesso (essendo lontani i tempi sregolati, quando girava per Catania percuotendo i passanti con rami di rose e predicendo loro la sorte), Bruno si abbandonò a una tentazione di oblio.

Forse il suo capolavoro è quell’autobiografia in forma di zibaldone, i suoi Quaderni così acidamente metafisici(doviziosamente raccolti e annotati, nel 1989, da Vito Sorbello per Sellerio).

In uno di essi, spicca la trascrizione di un passo di Oscar Wilde che dovette sembrargli  un’ammonizione e un presagio, ma che non gli impedì di rimanere vittima di quella fatale alchimia che mescola l’arte con la vita: “Noi siamo come siamo e saremo come potremo essere. In quanto poi all’avvelenamento dovuto a un libro, è cosa non mai udita. L’arte non ha dominio di sorta sulle azioni: essa annienta il desiderio di agire, essa è superbamente sterile”.

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