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“A suon di lupara”, un antenato del “mafia-movie”

“A suon di lupara”, un antenato del “mafia-movie”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  "La Repubblica" / Palermo

Data/e:  domenica 4 giugno 2017

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

 

Fin dalle sue origini sul grande schermo, e non solamente da quando è diventato un consolatorio format di teleintrattenimento, il genere mafia-movie si è colorato di sfumature sia noir che rosa.

Il critico Emiliano Morreale lo definisce a ragione “un melodramma per maschi coperto dall’alibi del cinema civile” quando parla dei suoi prototipi.

Tra questi andrebbe annoverato un titolo ignorato da tutti i saggi sul “cinema di mafia”, e perfino dall’esaudiente dizionario “Stracult” di Marco Giusti. Invisibile in Tv come su YouTube e inedito in Dvd, “A suon di lupara” fu distribuito solamente da Roma in giù nello stesso 1967 che vide l’exploit di Elio Petri con il memorabile “A ciascuno il suo” da Sciascia. Manco a farlo apposta il regista che lo diresse si chiamava Petrini (e di nome Luigi), un romano che aveva firmato due anni prima “Le sedicenni”, un filmettino sentimentale a episodi scritto da Castellano e Pipolo.

Recensito con sprezzo da vice e anonimi sulla stampa, questa dimenticabile pellicola sa però farsi ancora sfiziosa a cominciare dalla trama che ricalca, senza dichiararlo, quella di una pièce del drammaturgo messinese Giovanni Alfredo Cesareo, “La mafia” (1921), di solito rievocata assieme all’altro reperto teatral-mafiologico che rimane “I mafiusi della Vicaria”.

Come il prefetto del dramma di Cesareo, che ricorre al mafioso Rasconà per riparare al torto subito dalla figlia sedotta e abbandonata, anche l’integerrimo procuratore siciliano di “A suon di lupara” (tornato al natio borgo selvaggio con intenzioni progressiste) finisce per affidarsi al mammasantissima locale, don Prizzi, che gli vendica la moglie francese prima drogata e poi ingravidata da un viscido amico di famiglia.

Forma e contenuto dell’intrigo, la cui scena madre dello stupro è ambientata su una battigia al chiaro di luna, fanno pensare alla loffia pruriginosità dei romanzetti “rosa pedagogico” con risvolti moralistici alla “Peccatori di Peyton Place”. E, naturalmente, come accade in certe odierne fiction sempre più somiglianti a telenovele pseudo-civili, qui la mafia dispensatrice di “giustizia” appare ridotta a un pretesto pittoresco e la Sicilia a un fondale.

Un fondale ingannevole quanto le location: la cittadina sicula che fa da teatro alla vicenda è in realtà Guidonia, mentre Sabaudia viene spacciata per Taormina.

Tutto è posticcio, in questo mafia-movie d’antan, dove tra gli imbarazzati interpreti si fa notare un giovanissimo Lino Banfi che fa il gallo in piazza alla Brancati doppiato in siciliano da quel romanaccio di Ferruccio Amendola.

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