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Sicilia in Home Movie

Sicilia in Home Movie

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  19 agosto 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nei presenti tempi di auto-reality profuso, mentre va degenerando l’uso di quello scarabocchio di testimonianza quotidiana dalle infinite protesi chiamato selfie, acquista spessore epico-romantico persino la figura, un tempo marginalizzata, del cineamatore d’antan. Così il film di famiglia, l’home movie girato da colui il quale all’inquadratura di se stesso preferiva quella del proprio piccolo mondo (che s’illudeva di fare grande riprendendolo), da feticcio vintage si trasforma oggi in objet se non d’arte almeno degno di studi culturali.

E se Bologna ospita, ormai dal 2002, il primo Archivio Nazionale del Film di Famiglia debitamente istituzionalizzato, in Sicilia l’impresa di raccogliere, selezionare, collazionare l’enorme mole di questa produzione fantasma destinata al macero, si affida tutta alla generosa determinazione di un giovane regista palermitano, attivo da tempo e fresco di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, Sergio Ruffino. Sebbene ancora privo di una sede appropriata e in via di costituzione, il suo « Palermo Home Movies -Archivio Siciliano» (del cui comitato scientifico faranno parte autorevoli storici del cinema isolano come Nino Genovese e Franco La Magna) ha già accumulato quasi 5000 rulli di pellicole perlopiù “a passo ridotto”, oltre a centinaia d’ore di reperti riversati in nastri elettronici di vario formato. Un vero e proprio El Dorado della visione privata proveniente da fondi donati o acquistati, fortunosamente recuperata in mercatini dell’usato, su eBay o addirittura in cassonetti d’immondizia; una miniera misurabile per millimetri, composta di 8 e Super 8, 16 e 35 (ma c’è anche materiale in formato 9,5 oltre a un cospicuo mucchio di cassette Polavision made in USA), databile a partire dai primi due decenni del Novecento fino agli anni Ottanta. Intendiamoci, non si tratta di un archivio costituito solamente di lacerti domestici, riprese di compleanni o matrimoni o gite fuoriporta, ma di una suggestiva galleria di “memoria storica recuperata”, flagrante testimonianza cineamatoriale di rituali d’epoche trascorse a Palermo e in ogni angolo di Sicilia, inquadrature di panorami naturali e di architetture civili in seguito trasfigurate o cancellate dal tempo, scorci di piccoli grandi eventi e avvenimenti (anche a carattere sociale) catturati dalla macchina da presa, sia di dilettanti sia di cineoperatori del passato, e però mai compresi nelle opere degli encomiabili pionieri del documentario isolano: manifestazioni folkloristiche e religiose e istituzionali, gare sportive, ricostruzioni didattiche, Combat film. L’impresa donchisciottesca del collezionista Ruffino si è sviluppata rapidamente a partire da una scrupolosa ricerca di materiali d’archivio per il suo pluripremiato “Era Ducrot”, docufilm del 2014, realizzato con Martina Amato, su vita e opere dell’ingegnoso palermitano Vittorio Ducrot (1867-1942) che, ai tempi dei Florio e di Basile, seppe diffondere in mezza Europa il marchio del proprio mobilificio poi trasformato in fabbrica d’aerei e idrovolanti (i 23 capannoni dell’Officina/Studio alla Zisa oggi diventati sede comunale dei Cantieri Culturali). Per questa impresa, il regista palermitano ha raccolto un’impressionante quantità d’inediti materiali iconografici tra i quali risaltano interessanti spezzoni in 16 millimetri, amorevolmente restaurati, che mostrano l’abitazione mondellana del mitico Vittorio e lo stesso, negli anni Venti, in compagnia dell’imprenditore Vincenzo Florio all’Olivuzza.

“Dal 2012 in poi – racconta Ruffino – ho deciso di rilevare le pellicole, provenienti in stock dalla Sicilia a seguito di un irrefrenabile passaparola, fino a raccoglierne centinaia”. Un corpus prezioso, in gran parte da sbobinare e attualmente visibile su moviola, di cui esistono alcuni scampoli digitalizzati. Una suggestiva filiera di sequenze ora vivide e ora sbiadite: scorci di Palermo dagli anni Venti ai Settanta (compresa una Via Crucis del ‘64 per le sue strade), l’Antico Stabilimento Balneare di Mondello nel 1922, frammenti di Targa Florio anni Cinquanta, svariate vedute della Valle dei Templi e dell’Etna in eruzione decennio dopo decennio, panorami turistici delle Madonie come di Selinunte o di Panarea realizzati per documentari commissionati nell’ultimo dopoguerra dalla Regione Sicilia, e persino scene dello sbarco dei Comandi Alleati nella Pantelleria del ’43. Quello che sorprende in alcune di queste schegge documentali è la maestria dei loro anonimi operatori, il fatto che non si tratta sempre di “cineasti della domenica” dallo sguardo insicuro e dalla tecnica incerta. E così, accanto alla produzione amatoriale, alla caterva di home movies buona a mettere in forma un mosaico cine-antropologico utilizzabile come banca iconografica della way of life isolana, l’iniziativa di Ruffino ha pure la filologica ambizione di recuperare materiali del girato incompiuto o smarrito delle tante Hollywood in Sicilia, chimeriche case di produzione che trasformarono l’isola in un set perenne e, almeno sulla carta, fruttuoso (come l’abortita Fortuna Film che, nel 1948, avrebbe dovuto creare in quattro città il primo Centro Siciliano di Cinematografia). Un’altra sezione in elettronica dell’archivio si dedica a salvare dal degrado le teche di case di produzione estere e del loro girato in Sicilia, oltre che i materiali delle numerose tv private che operarono a Palermo e in provincia e, non ultimi, i filmati degli anni più bui della nostra cronaca nera.

Illustrando con passione l’utilità della sua impresa, destinata tra l’altro a diventare una fonte inesauribile per i giovani cineasti dediti alle molteplici forme di quello che un tempo si chiamava semplicisticamente “documentario”, Ruffino ammette che il percorso da intraprendere è ancora lungo: “Ci vorranno anni per riversare, catalogare e, possibilmente, anche caricare tutti i filmati su un server come campionatura. Ci arriveremo strada facendo, ma l’importante è che questo materiale non sia andato perduto o danneggiato, e che continuerà a esistere anche se dovesse restare soltanto un archivio privato”. Poi racconta di “Cento giorni sindaco”, il suo lungometraggio d’esordio dedicato alla figura di Giuseppe Insalaco, e del proprio ultimo lavoro completato, la cine-biografia (intitolata “Sora Morte”) di uno dei tanti personaggi straordinari del dark side siciliano, il palermitano Alfredo Salafia, inventore di quella prodigiosa formula d’imbalsamazione che ha conservato nel tempo Rosalia Lombardo, la bambina esposta in un anfratto delle Catacombe dei Cappuccini: un’occasione per riesumare, dal proprio archivio, metri e metri di reperti inediti sulle usanze funebri in Sicilia, le bagattelle oggi diventate preziose dei tanti cultori dell’home movie e della loro cineteca infinita.

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