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Ragusa Moleti, il “ribelle” che colpì Croce

Ragusa Moleti, il “ribelle” che colpì Croce

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  24 aprile 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

«Restate nella vostra vecchia casa, nell’anima mia, o mie care passioni.  Io non solo non ho vergogna di voi, ma vi canterò in versi: sciuperò i miei occhi, la mia salute a torcere le strofe»: in queste poche ed esemplari righe, d’introduzione alla raccolta di prose Miniature e filigrana (un Treves datato 1885), c’è tutto l’euforico afflato da poète maudit che il palermitano Girolamo Ragusa Moleti (1851-1917) dispiegò nei motivi delle sue opere di originale narratore e saggista. Vicino per natura e cultura alle idealità (se non allo stile) della Scapigliatura, questo docente di estetica votato alla letteratura fu a suo tempo talmente rinomato da finire nel mirino critico di Benedetto Croce che lo battezzò «ribelle dei ribelli», per via della tensione iconoclasta dei suoi libri, e per il suo sostegno al credo naturalista di Zola (in scritti apparsi, tra l’altro, sulle colonne del quotidiano L’Ora e della rivista diretta da Giuseppe Pipitone Federico, Il momento, trincea ideoestetica del Positivismo), come per l’appassionato lavoro esegetico su Charles Baudelaire, da lui considerato un modello esistenziale oltre che letterario, del quale tradusse i Poemetti in prosa per la prima volta in italiano. Le edizioni originali delle sue numerose pubblicazioni continuano a essere ricercate dai bibliofili: la più ambita è certamente quella del romanzo dalle risonanze decadenti Il Signor di Macqueda, edito a Palermo nel 1881 e quattro anni dopo ristampato da Sommaruga a Roma. Riguardo ai saggi (i più famosi dedicati a Dante e ai simbolisti francesi), vanno recuperati soprattutto quelli che svelano il suo intelligente apporto agli studi sul folklore dei popoli analfabeti. Nell’introduzione a Poesie dei popoli selvaggi o poco civili, edito nel 1891 dalla Carlo Clausen di Palermo (la stessa che pubblicava le opere del Pitré), Ragusa Moleti racconta che la sua antologia di documenti inediti sulle origini dell’espressione estetica, utili all’analisi delle “radici antropologiche” di tutte le arti (dalle ninna-nanne degli indiani dell’isola di Chiloé alle pantomime degli Incas), gli era stata ispirata dalla “recita” di un anziano tunisino nelle campagne di Trapani: il cuntu di una ragazza che scriveva all’innamorato nelle foglie degli alberi “credendo che il vento, muovendo quelle foglie, facesse ripetere a ogni scossa l’augurio del suo cuore”. E così, alimentando con questi suoi ultimi saggi la fede in un animismo che potesse spiegare la spinta propulsiva delle rappresentazioni umane, il “ribelle dei ribelli” scelse d’indagare il passato remoto per placare la propria ansia di futuro.

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