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Radio e vinili la casa vintage che racconta gli anni ’60-’70

Radio e vinili la casa vintage che racconta gli anni ’60-’70

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  19 maggio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

C’è un desiderio che da sempre ha motivato più di altri la missione del collezionista, ed è quello di regalare alle cose significati nuovi. Così non sorprende che, anche nei presenti tempi di “collezionismo di massa”, continui a fare proseliti una mania capace di trasformare beni mondani in oggetti dal valore miticoe la conoscenza in strumento di controllo. Ogni collezionista è ben consapevole di questo suo piccolo potere, così come del rischio di farsi possedere da ciò che possiede.

Ma non è certamente tale rischio a preoccupare il palermitano Ninni Arcuri, classe 1959, vulcanico organizzatore di eventi, che alla qualifica di collezionista preferisce quella di creatore di emozioni nell’esibire il suo sorprendente cabinet de curiosité composto di circa 5000 “pezzi toccabili”.

Raccolta con la competenza selettiva che forma le collezioni intelligenti, questa di Ninni è una vera e propria enciclopedia reificata di quasi un trentennio della nostra storia culturale,dagli anni Cinquanta fino a“sfiorare” gli Ottanta del secolo scorso: un corpus straordinario di “buone cose” ordinarie, prima amorevolmente catalogato e poi esposto in mostre ragionate in tutta Italia (quelle palermitane all’ex Loggiato San Bartolomeo, a Palazzo Ziino e alla Terrazza Excelsior dell’ex Supercinema), iniziative promosse con la sigla “Spazio Vintage” che è uno dei tanti progetti di questo virtuoso della connoisseurship pop.

Per dare forma alla sua galleria, Ninni ha deciso da tempo di abitarla. Il suo appartamento è un museo vivacissimo, l’habitat di un tempo ritrovato dove non conta la pregevolezza degli oggetti accumulati (alcuni irresistibilmente kitsch) ma la loro capacità di raccontare l’Imago Mundi del moderno che fu.

Il padrone di casa asseconda il nostro desiderio di perderci in un arredamento tanto eloquente, che ricorda il rutilante horror vacui del dopo Boom. All’ingresso ci abbaglia il “rosso antico” di un mobile bar anni Settanta e di bevande insidiosamente colorate (l’aperitivo della Buton insieme al vermut Punt e Mes: leggendari marchi del consumo mondano), sugli stessi scaffali dove campeggia una selezione di sifoni, secchielli e calici d’epoca. Accanto al divano, ecco una rilucidata Vespa “proletaria” VBB1 immersa in un paesaggio domestico fatto di estrosi mobili da salotto e da studio (evocanti modelli di comfort efficientista del made in Italy che è stato di Aulenti, Colombo, Zanuso, Sottsass, Magistretti e compagni), e dove giacciono sparsi, come se fossero pronti a un imminente trasloco, i prototipi delle tante raccolte: telefoni di tutte le fogge (bigrigi, grilli e in bachelite, il Bobo Telcer disegnato da Todeschini che fu immortalato nella copertina di un disco degli Abba nel ’73 e, appeso al muro, quello SIP a gettoni che fu il sentiero interrotto di tanti primi amori); lampade Cobra di Martinelli e Arco dei Castiglioni, televisori portatili Algol, decine di radio piccole e grandi a valvole e a transistor, i compatti ancora dei Castiglioni, macchine fotografiche istantanee (Polaroid) e da scrivere (tutte le Lettere Olivetti, dalla 10 all’80 passando per la leggendaria 22), variegate qualità di microfoni da tavolo o da concerto. E ancora, accanto a numeri di 5000 testate editoriali una mole di vinili, mappamondi, cartine geografiche, manifesti pubblicitari, targhe, insegne, locandine cinematografiche, e warholianamente persino scatole di detersivi (Bravo, Ola, Spic & Span, Mira Lanza, Tide)… Si stenta a credere che una collezione così folta (di cui il resto è depositato altrove), sia stata accumulata in soli otto anni.

Tutto è cominciato, ci spiega il suo artefice, da una brusca virata esistenziale dopo il faccia a faccia con una brutta malattia. “Ho deciso di rinascere facendo incrociare passioni e bisogni, allargando il mio orizzonte professionale”— E qui Ninni enumera i suoi successi di ex cantautore diventato manager di gruppi rinomati e di musicisti come Ivan Graziani (che gli regalò una chitarra Eko Korral anni 70, chicca della sua collezione di strumenti musicali), ammantandosi del primato di aver concepito “il primo Festival dedicato a Lucio Battisti quando questi era ancora in vita”.

Oggi, oltre a promuovere spettacoli, la sua “Agenzia Ideamusica” organizza delle manifestazioni fondate sull’esposizione di questa Wunderkammer pazientemente acquisita, pezzo dopo pezzo, frequentando negozi e mercatini al Naviglio Grande come a Saint-Ouen (sulla rotta Milano-Parigi, capitali della rigatteria doc).

Al fine di tenere viva la sua collezione, Ninni ne fa materia per ingegnosi patchwork e ready-made (tubi d’acqua che diventano lampade, ad esempio), per 150 tableaux di collage documentali sugli Anni di piombo o destinati al suo Museo della mafia itinerante, utilizzandola pure come serbatoio di trovarobato vintage da affittare alle produzioni cinematografiche e televisive (come per la recente fiction su Felicia Impastato).

È chiaro che a lui non basta il “dongiovannismo degli oggetti” (di cui parlò una volta Susan Sontag), che la sua non è una dedizione da collezionista “posseduto”. C’è dell’altro, oltre che una specie nostalgia regressiva e un bisogno estetico di recuperare quel che di assoluto c’è nell’effimero. Percepiamo l’entusiasmo di Ninni quando ci parla dei pannelli pubblicitari del White Album dei Beatles o del geniale artmaker Armando Testa, e ne condividiamo certe amare considerazioni: “Oggi il mercato del vintage è diventato uno dei tanti regni dell’arbitrario, disumanizzato e paludato dagli eccessi di ignoranza alimentati dall’uso sconsiderato di eBay”. Quando poi paragona l’emozione provata al Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison, a quella che lo guida nelle sue ricerche, capiamo che a possederlo è un desiderio di assoluto. Lo stesso desiderio di tutti i collezionisti che, in tempi diversi dai nostri, vollero farsi artisti.

 

 

 

 

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