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Quando Vittorini volle fare l’americano

Quando Vittorini volle fare l’americano

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  24 gennaio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Un sorprendente viaggio rivelatorio: questo fu, per i suoi primi lettori del 1941 (75 anni fa), Americana di Elio Vittorini. Anche se uscì decenni dopo il Fotodinamismo futurista di Anton Giulio Bragaglia, quell’antologia di narratori d’oltreoceano, col suo incisivo, e mai didascalico, “montaggio” visuale di 144 fotografie in bianco e nero di paesaggi e figure, s’impose come libro straordinariamente innovativo, accendendo l’ispirazione di un’intera generazione di letterati e cineasti allora risucchiati nel Maelstrom del ventennio mussoliniano. Si resta ancora oggi ammaliati sfogliando le 1042 pagine della sua prima, e ormai introvabile, edizione, anche se delude il viraggio bluastro imposto, nelle tavole fuori testo, ai pastosi scatti di Edward Weston e di Walker Evans (autentici giganti del documentarismo fotografico made in Usa), vezzo tipografico abbandonato nelle successive ristampe. Un itinerario paradigmatico, risolto nel colloquio tra parola e immagine, che traccia il solco di un immaginario seminale, il perimetro di un continente letterario differenziato e inconfondibile: il fotolibro Americana è questo ed è anche, secondo Cesare Pavese (sodale di Vittorini), “una storia letteraria vista da un poeta come storia della propria poetica”. Non è dunque un caso che l’autore di Conversazione in Sicilia abbia scelto di suggellare la sua selezione con un capitolo di Aspetta primavera, Bandini, il più celebre tra i romanzi di John Fante, figlio d’immigrati italiani, e quindi appartenente alla “comunità di pellegrini” che Vittorini individuava tra quelle che seppero fondare l’identità culturale americana. La polpa del volume è fatta dai brani, destinati alla classicità, di Poe, Hawthorne, Melville, Twain, James, London, O’Neill, Fitzgerald, Faulkner, Hemingway, Steinbeck e Caldwell (tra gli altri), attraverso le traduzioni ardite, e spesso arbitrarie, di Montale, Pavese, Moravia e dello stesso curatore. È noto che la censura fascista impedì a Vittorini di pubblicare la propria prefazione all’antologia, e questo anche perché tra quelle righe stava scritto che “la storia della letteratura ha sempre in sé la storia politica”. Non fu quello l’ultimo divieto: all’autore di Americana fu proibito, nel dopoguerra, l’ingresso in America, nel territorio che egli desiderava visitare dopo averne celebrato il mito culturale. Per quelle autorità, allora soggiogate dal maccartismo, risultò incomprensibile il paradosso di uno scrittore comunista che si era innamorato della Nuova Frontiera.

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