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Quando l’onorevole Dc querelò “Il boss”

Quando l’onorevole Dc querelò “Il boss”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  5 giugno 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Che l’ambigua fortuna del “mafia movie”, inteso come fecondo mainstream sul grande schermo, sia ascrivibile al trionfo del “Padrino” di Coppola, è cosa nota. Si dimentica invece che, tra i sottoprodotti del filone emulativo in Italia, ci fu un titolo capace di suscitare uno scandalo politico pari a quello animato, negli stessi anni, dagli autori del cinema di denuncia. Era il 2 novembre 1973 quando si diffuse la notizia che “Il boss” del pugliese Fernando Di Leo, interamente ambientato a Palermo, aveva provocato l’irritazione agguerrita dell’allora ministro dei rapporti con il Parlamento, il democristiano Giovanni Gioia, insieme a una querela in grado di far scomparire il film dalle sale. Insignito della qualifica di cult dall’onniscienza cinefila di Quentin Tarantino, maestro dei film di genere, oggi “Il boss” è diventato una chicca sottratta all’oblio dei palinsesti trash e restaurata in Blu-ray per un cofanetto targato Rarovideo con altri tre rinomati titoli di uno dei maestri della serie B nostrana. E in effetti, a distanza di quarant’anni, si fa ancora apprezzare la qualità iperrealista di questo noir rozzo e truculento che, attraverso la parabola dell’ascesa di un killer che vuole farsi boss (il levigato Henry Silva), mette in scena un vibrante j’accuse contro il connubio tra mafia e stato, per di più prospettandone l’assoluta irredimibilità. Nella sicula galleria dei mostri tratteggiata con  rabbioso cinismo da Di Leo non c’è onorevole o eminenza, o cittadino al di sopra di ogni sospetto, che possa dirsi slegato dal patto con i  “don” della nuova mafia industriale. E così, in una Palermo macabra e notturna, assistiamo a un’escalation criminale dove, tra poliziotti collusi e magistrati corrotti, Cosa nostra fa il bello e il cattivo tempo mentre il sangue scorre a fiumi, sotto il controllo politico del truce avvocato (Corrado Gaipa) di un Gran Belzebù al governo, e con la complice benedizione di un arcivescovo che somiglia al discusso cardinale Ruffini. Chiamato in causa non solo metaforicamente, visto che il suo nome (insieme a quelli di Lima e Matta) veniva attribuito ad  alcuni capimafia trucidati, l’indignato onorevole Gioia sollevò un caso giudiziario che invece di danneggiare il film ne ampliò il successo (specialmente a Palermo, dove lo scandalo garantì lunghe file al botteghino e una parte del mezzo miliardo allora incassato). La censura lasciò correre, la querela fu ritirata in extremis e Di Leo si ritrovò, almeno per un po’, nella stessa leggendaria trincea che fu di Rosi e Petri.

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