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Quando Carmelo Bene applaudì Buzzanca

Quando Carmelo Bene applaudì Buzzanca

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  21 luglio 2017

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

 

Quando si parla delle vecchie glorie della “risata dura” su grande schermo, rievocando i fasti della commedia all’italiana, chissà perché lo si cita raramente. Eppure durante gli anni Settanta, Gerlando Buzzanca detto Lando (classe 1935) riuscì a diventare un fenomeno di costume e da botteghino, popolarissimo almeno quanto lo erano Franchi e Ingrassia, palermitani e stakanovisti del set come lui.

Su Buzzanca, però, era calato per troppo tempo un silenzio critico assordante, rotto soltanto dalle coccole degli “stracultisti” di Marco Giusti, pronti a spezzare una lancia in favore del suo talento da “brillante” e dell’esuberante ironia di quella maschera post-brancatiana che, diventata il suo marchio nel periodo della liberalizzazione sessuale, contribuì  (magari col senno di poi) a sputtanare le non poche patologie del machismo imperante.

A rompere il silenzio editoriale che ci ha privato di libri sulla sua invidiabile carriera (nemmeno una monografia Gremese per i suoi cento titoli tra cinema e tv) ha provveduto la casa editrice Guida pubblicando “Io, Lando Buzzanca”, biografia in forma di conversazione a cura del critico cinematografico e psichiatra napoletano Ignazio Senatore che, tra le righe del fitto dialogo, rileva l’istrionismo malinconico e l’empatia controllata del personaggio su cui indaga.

Capitoli di riflessioni e di ricordi che Buzzanca sciorina con la disinvoltura di un coriaceo ottantaduenne appagato da un successo che, da giovane, gli predisse nientemeno che Peppino De Filippo quando, nel vederlo magro come un chiodo, gli offrì un pranzo (“Farete un sacco di soldi perché siete simpatico”).

Per la verità, anche Lando si era concesso a diciott’anni un rito propiziatorio, alla vigilia del suo trasferimento in cerca di fortuna da Palermo a Roma: un “Guardatemi adesso, che poi dovrete pagare per farlo!” urlato agli spettatori, prima sorpresi e poi sfottenti, durante l’intervallo di una proiezione palermitana del kolossal “Le nevi del Kilimangiaro”.

Era il 30 ottobre del ’53, e quelle che seguirono furono le tipiche vicissitudini di un bohémien provinciale finito nel caos di Cinecittà e dintorni, dalla comparsata in “Ben-Hur” alle prestazioni sessuali con occasionali mantidi sedotte dalla sua  prestanza acerba ma già efficiente.

Un fulminante ritorno a Palermo gli servì a sposare, nella chiesa di Sant’Agostino, quella Lucia che è stata la donna della sua vita, ma poi la Capitale lo risucchiò di nuovo grazie al provino vinto alla stanislavskiana Accademia Sharoff, dove ricevette, tra l’altro, funamboliche lodi sulla sua singolare bravura da un Carmelo Bene già scatenato.

Fu quello il crocevia dell’incontro decisivo con Pietro Germi che lo ingaggiò per “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata”, dopo averlo “tenuto sulla graticola” per mesi facendogli assistere alle prove degli altri interpreti.

Buzzanca ricorda il regista del suo esordio come un burbero benefico che lo stimava al punto da permettergli di stare dietro la macchina da presa e d’insultare (al grido di “cornuti!”) le comparse del film con la Sandrelli e Saro Urzì, per aizzare la loro reazione mentre si girava la scena della famiglia Ascalone esposta alla gogna dei compaesani.

Ma a conferire notorietà e potere contrattuale a Lando non fu di certo la partecipazione al dittico siciliano di Germi (né quelle ai prestigiosi film di Petri, Pietrangeli, Risi, De Sica), e nemmeno il “Don Giovanni in Sicilia” che lo vide protagonista diretto da Lattuada.

L’exploit lo fece con “James Tont Operazione Uno”, parodia demenziale degli 007, che sbancò (insieme al n.2 girato da Corbucci) i botteghini in Italia e trionfò pure in Sudamerica, dove da allora si moltiplicarono i fan club dedicati a Lando.

La vera svolta arrivò nel ’69 con il capostipite di quello che può legittimamente definirsi il “genere Buzzanca”, ovvero “La prima notte del Dott. Danieli, industriale col complesso del giocattolo” di Giovanni Grimaldi, un erotico a luci rosa che inaugura su grande schermo, in chiave umoristica, il bestiario delle disfunzioni e parafilie che caratterizzano l’avvilente sessualità del “masculo” medio.

Niente a che vedere con le farse delle infermiere e insegnanti di là da venire. E questo perché in questo film l’erotismo si fa allusivo. Al protagonista, infatti, basta alzare l’indice della mano davanti a una fonte termale per rappresentare il ritrovato vigore del suo dottore reso impotente dal sospetto che la sua consorte non sia arrivata illibata alle nozze.

A trasformare Lando in un emblema di virilità (fino a confondere biografia e finzione), fu “Homo eroticus” di Marco Vicario, successo al botteghino (più di 2 miliardi d’incasso) che costrinse l’attore per anni a ripetere come un disco rotto: “Il personaggio aveva tre palle, non io”.

Da allora in poi quell’etichetta machista lo perseguitò, fino a trasformarlo in un personaggio del fumetto erotico, raffigurato come un sexy mandrillo proletario dalla mascella volitiva nel rozzo giornaletto per adulti “Il montatore”, le cui copertine erano però disegnate dal grande Mino Manara.

Ma ci fu anche il Buzzanca Lando abilissimo showmen “per famiglie” nei memorabili sketch radiofonici di “Gran Varietà” (il buzzurro sindacalista: “E sine, me pare de sine, sentì un po’ che mi succede Venerdine…”), o, in Tv, nella sitcom musicale del sabato sera “Signore e signora”, dove a fianco di Delia Scalia sperimentò le sue più celebri macchiette (l’aristocratico del “Mi vien che ridere!” era una di quelle).

Riguardo ai film, che per tutti gli anni settanta furono un’autentica manna per il botteghino, c’è da dire che non tutti erano da buttare, e non solo quelli affidati all’estro di registi del calibro di Steno e Salce.

Provate a rivedere oggi una perla come “Il merlo maschio”, firmato da Pasquale Festa Campanile nel ’71 e tratto da un racconto di Luciano Bianciardi, con Lando nei panni di un violoncellista talmente infatuato dell’avvenente moglie (una levigatissima Laura Antonelli) da volerla “fare suonare” a tutti quelli che lo ritengono uno sfigato.

Il film diventò immediatamente di culto in Francia mentre da noi ricevette la tiepida accoglienza dei soliti pigri recensori e un commento snob di Visconti: “Se invece di esserci Buzzanca ci fosse stato Dustin Hoffman sarebbe stato un capolavoro”.

Sarà, ma la prova che Lando sia stato un fuoriclasse non la danno solamente le sue performance in teatro e in serie televisive da prima serata come “Io e mio figlio” o “Il restauratore” (dove conferisce credibilità al personaggio di un poliziotto che emula Callaghan e poi si scopre veggente). E neppure la carismatica interpretazione del principe Giacomo ne “I Viceré” di Faenza per il quale, nel 2008, vinse un Globo d’oro ed ebbe una candidatura ai David di Donatello.

La sua bravura l’aveva già dispiegata all’apice della carriera su grande schermo, in commedie graffianti come “Il sindacalista” o “L’uccello migratore” o “Il domestico”. Titoli magari non paragonabili ai capolavori della serie A dei Risi e Monicelli, ma che sarebbe ingiusto cassare dalla lista dei must della commedia all’italiana degli anni Settanta.

E che dire poi della intelligenza che Lando dispiegò non trasformando in una macchietta il personaggio ossessionato dai culi femminili, così simile all’allora potente ministro Dc Emilio Colombo, in “All’onorevole piacciono le donne” di Lucio Fulci?

Quell’acidissima satira del ‘71 sul sottobosco della nomenklatura nostrana riuscì a fare clamore quanto un film di Petri, provocando sia l’intervento della censura, sia gli sghignazzi di Andreotti e Fanfani che se lo fecero proiettare privatamente.

Pagina dopo pagina, il godibile libro di Senatore si fa così promotore di una riscoperta doverosa, rilanciando il valore di uno degli interpreti più trascurati del nostro cinema, “l’attore italiano più venduto al mondo” che, insinua lui stesso, forse ebbe il torto di non nascondere abbastanza le sue simpatie ideologiche di destra (ma perché prendersela con lui, dopotutto nemmeno Totò era di sinistra!).

Insomma, meglio ricredersi su Buzzanca, anche per non condividere il malinconico rimpianto di quel giovane engagé che, durante una retrospettiva dei suoi film, lo avvicinò per confessargli : “Non ho mai visto un suo film perché lei era di destra. Certo che mi sono perso un sacco di cose”.

 

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