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Opera aperta: il Teatro Massimo a piazza Magione

Opera aperta: il Teatro Massimo a piazza Magione

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  28 aprile 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Altro che mala Pasqua! Tra i verdi tracciati di piazza Magione, finalmente sgombrata da improvvisate fiere mangerecce col suo prato restituito al passeggio cittadino, in questo tiepido pomeriggio domenicale di fine aprile, si può dare ragione a Elio Vittorini quando diceva che il melodramma ha quella possibilità, negata al romanzo, di «esprimere qualche grande sentimento generale». E in effetti, il miracolo “pasquale” dell’opera in piazza si è compiuto anche a Palermo, grazie al supporto audiovisivo del VUE Audiotechnik e del digitale, nella diretta dal Teatro Massimo, su cui molto ha giustamente scommesso il sovrintendente Francesco Giambrone, a rinnovare la suggestione di una musica antica che si fa contemporanea in un insolito rito collettivo. C’è da dire che lo spettacolo, visto tante volte nelle capitali e nei borghi di mezzo mondo, sono soprattutto questi spettatori di ogni età che si assiepano e si distendono, qui senza obblighi di look e di postura comme il faut daplatea di abbonati, tutti galvanizzati dall’impatto “del grande sentimento”, e come liberati dai minacciosi avvisi ai “naviganti” che nei teatri impongono lo spegnimento dei terminali portatili, ma sempre in concentrazione rispettosa, tra rari spuntini e molti selfie buoni a “cogliere l’attimo”. Si può assistere alla diretta ascoltando a occhi aperti o chiusi, abbracciati al partner o cullando i pargoli, seduti sugli spalti pietrosi o magari facendo lo struscio, tra i sentieri della piazza, per canticchiare, in simultanea coi cantanti, le arie più popolari (lo fanno in tanti e, a vederli in campo lungo, sembrano gli uomini-libro nel girone finale del Fahrenheit 451 di Truffaut). A diventare protagonista dell’evento è dunque questa variegata folla composta (oltre che da addetti ai lavori con in testa il sindaco Orlando e Giambrone, attorniati da funzionari di Comune e Fondazione), da molti under 30, non tutti habitué del belcanto,  da sparuti intellettuali e snob, da qualche intenditore da loggione non rigorista, da attempati aficionados di filodiffusione, da famiglie e coppie in tenuta omologata da dèjeuner museale, ma da quasi nessun residente del quartiere limitrofo (sicché la bella occasione di decentramento culturale ha trovato la sua ragione simbolica più che altro nella scelta ambientale, il quartiere Kalsa che fu di Falcone e Borsellino).  Si sono radunati in duecento a partire dal pomeriggio, per raddoppiarsi quasi all’imbrunire quando, a seguire il godibile e colto esercizio di stile dell’opera buffa Le toréador di Adam (proiettata però senza i sopratitoli per un disguido tecnico), sono risuonati i primi arcinoti accordi del pezzo forte in programma, l’archetipo del melodramma verista o “plebeo”, ovvero l’opera prima e l’ irripetuto exploit del grande Mascagni (la quale vanta persino un seguito misconosciuto, la Santuzza di Bimboni eseguita al palermitano Politeama Garibaldi nel gennaio 1895), ovvero una delle partiture più universalmente rappresentate e mediaticamente depredate del teatro musicale (coi suoi frammenti ridiventati orecchiabili come colonna sonora di Coppola e Scorsese e degli spot dell’Enel e dei Ferrero Rocher): insomma, la mai troppo lodata e davvero pregevole Cavalleria rusticana. Una scelta perfetta a giudicare dal convinto apprezzamento degli astanti (però poco plaudenti forse perchè intimiditi dall’en plein air), nessuno dei quali però si sottrae al rapimento della “Siciliana” incastonata nel Preludio, e poi della preghiera corale con Santuzza, del trascinante “Cavallo scalpita” di Alfio, del prezioso stornello dell’inquieta Lola, dei duetti tra l’“esclusa” e i due rivali, fino al climax garantito dalla frase che spiega dove stia tutto il dramma, il “Resta abbandonata, lei che mi si è data” di Turiddu, il quale (come è noto) è destinato a soccombere nella resa dei conti della mala Pasqua. A garantire la catarsi, dopo aver goduto dell’impeccabile allestimento che figurativamente recupera la nettezza degli impasti chiaroscurali di Guttuso (però sporcati nella visione digitale), e dopo aver pazientato per un black-out della diretta streaming la cui riapparizione provoca un liberatorio sollievo (anche negli organizzatori), ecco il celeberrimo Intermezzo che taglia in due il capolavoro di Mascagni, con l’eco di quegli archi evocativo di uno struggimento misterico che sa farsi ogni volta concreto, come accade qui e ora. Ci si prepara al conosciuto finale, annunciato dall’“Addio alla madre” del protagonista, mentre sulla recuperata piazza di Palermo si allarga il crepuscolo, spargendo oltre lo schermo la vivida ombrosità di quella primavera inquadrata sulla scena. E mentre in noi risorge, giusto per un attimo, la convinzione che anche con la qualità di questa melodrammatica emozione si possa tutti migliorare.

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