lunedì, 17 maggio 2021

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Nostra Signora dei Debiti di Carmelo Bene / Il ministro morirà al terzo atto di Lia Quilici, in “L’Espresso”, anno XVI, n. 51, 20 dicembre 1970

Nostra Signora dei Debiti di Carmelo Bene / Il ministro morirà al terzo atto di Lia Quilici, in “L’Espresso”, anno XVI, n. 51, 20 dicembre 1970

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Autore:  Carmelo Bene / Lia Quilici

Tipologia:  Articolo in "L'Espresso", anno XVI, n. 51, 20 dicembre 1970

Editore:  Nuove Edizioni Romane

Origine:  Settimanale "L'Espresso"

Anno:  1970

Caratteristiche:  Fogli liberi

Edizione:  anno XVI, n. 51, 20 dicembre 1970

Pagine:  24

Dimensioni:  cm. 54 x 39,3

Note: 

Questo è l’articolo – manifesto in cui Carmelo Bene formula il suo j’accuse contro gli organismi preposti all’assegnazione dei premi di qualità per il cinema. 

« Basta! Basta e due punti: sono lucido, è allucinante, Caro Stato Italiano di cose, di cittadini, quando va meglio; di uomini mai! Ve lo immaginate uno Stato di uomini? E’ un paradosso, se l’uomo è movimento, Rivoluzione, Contraddizione.        Quello che è Stato è stato! Lo Stato è la morte. Abbasso lo “stato”! Un’amministrazione urbana di “cadaveri” non m’interessa. Ministro è il sacerdote dei defunti. La coalizione sociale non è una Società. Ma che vado cercando a questo mondo? — mi si potrà chiedere — che vado cercando? Che mai ci faccio nel cimitero? E, invece, in nome di Dio immortale, sono io, immanente, a rovesciare la domanda: perché mai un cimitero dovrebbe amministrare la mia vita? Che ha da spartire l’anima mia con alcune poltrone, poltrone vuote? La povertà deve essere un punto di arrivo; ma questa Gloria, per Dio, deve venirmi da Dio, dalla mia scelta, non dal paternalismo cinico e funereo di un governo francescano perché ha bevuto e scalzo perché fa caldo. Guai a voi, signori ministri del freddo, che imponete la “povertà” unicamente come indigenza e rovina propedeutica a qualunque azione individuale! Eppure San Lorenzo si fa arrostire. San Bartolomeo si lascia pure scuoiare, ma per intima scelta e mai dietro comando di una “commissione ministeriale preposta all’assegnazione degli attestati di qualità nel secondo semestre 68″ dell’anno del Signore! Vi rendete conto? Che significa una commissione… preposta all’assegnazione degli attestati di qualità… Un’accolita di “eclettici”, di gnostici dell’hobby, disumanata, che mi ricorda, spastica (a me, uomo) i miei doveri di cittadino, di “uno che deve” (pagare i debiti). E come “uomo” avrei il diritto di ucciderli tutti! Io non sono uno scassinatore parlamentare; non so “la virtù magica” e indecente in nome della quale si cerca ancora ciecamente di propagandare la cultura attraverso lo Stato. “L’educazione del popolo e della gioventù per mezzo dell’arte è una impresa arrischiata che bisogna proibire”. L’ha scritto Platone prima di me. Qualunque arrangiamento parlamentare in merito sarà sempre e comunque un compromesso con la vitalità dell’arte. Davanti a un’opera d’arte un governo non può che pregare. La cultura deve esserci naturale, come l’aria che respira. Io non posso più scrivere parole in carta bollata, indirizzate a persone che non mi sono contemporanee. Non è detto che il mio tempo sia questo. Il massimo — mai più raggiungibile — attestato di comprensione della poesia nazionale che il senato italiano abbia espresso è Eugenio Montale! Che non vuole saperne di emendamenti … Se dunque l’arte è proibita, mi si deve punire; ma attraverso una legge (una non-legge è meglio) precisa, assente, disinteressata, e non come mi accade dal primo giorno che ho aperto bocca (e soprattutto gli occhi) con la frode preordinata e la trappola culturale di una democrazia svilita. Non dico cose nuove; mi rifiuto: nuovo è chi vive nell’aneddotica; nuovi sono i governi e i ministeri. L’eternità è stravecchia e l’ingiustizia è da sempre l’ultima arrivata. Trascendiamo: che cosa ho da proporre? Sempre questo: il ministero dello spettacolo (se agisce in nome della cultura e dell’arte) deve “chiudere”: è fallito (da sempre), sennò fallisce l’arte. Un ministero dell’arte fa paura. La sua interferenza è diabolica. Non si può essere onestamente ministri e uomini di “cultura”, ammesso che sia concepibile essere ministri. E contro chi ha la sciagura di ritrovarcisi, un giorno o l’altro, non è giusto né nobile infierire. Io voglio diventare un delinquente (ammettiamolo), ma per Rivelazione  — Premio — non perché mi si obbliga. Non sono un Borgia. La mia giovinezza tutta comunista non la conservo come un Della Robbia: non mi ha lasciato frantumi di dettagli, ma tutto un panorama d’avvenire. Niente so concepire che non sia “strage”. Ora, come se avessimo bevuto: “Nostra Signora dei Turchi” è un capolavoro (guai a chi ne dubita)! Ma dal momento che questa mia opera è anche un film e per di più da me stesso prodotto, non permetto a nessuno di derubarmi (dei miei debiti). Quello che è mio, non è davvero a voi, signori della corte (dei miracoli) del secondo semestre 68, che dovrò restituirlo. E’stato tutto un equivoco. E’ mio! “Qualitativamente” mio! Quantitativamente d’altri. Non è vostro comunque! Signori di turno in via della ferratella, detassate il cinema, fategli grazia, perdonategli. E andatevene! Vedete, sono molto ragionevole. Domani sarò Pazzo! »

L’articolo affiancato a questo, “Il ministro morrà al terzo atto” di Lia Quilici è riprodotto integralmente nella gallery di sotto

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