domenica, 16 Giugno 2024

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Marilyn, Redford e Orson Welles i divi che parlavano palermitano

Marilyn, Redford e Orson Welles i divi che parlavano palermitano

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 luglio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nel 1938 Rosetta aveva vent’anni quando superò il provino per il doppiaggio della Biancaneve di Disney, prima di prestare la propria funambolica timbrica, dal dopoguerra in poi, a una schiera di stelle e stelline del grande schermo, molte straniere e non poche italiane (belle a vedersi però acerbe all’ascolto), fino a donare scintillio sensuale alla marmellata fonetica della divina Marilyn.

Era nata a Palermo, Rosetta Calavetta, la cui voce riuscì a turbare la nostra fantasia infantile (fu Crudelia De Mon ne La carica dei 101), e originaria di Palermo è pure una piccola schiera di pionieri che fondò quella ingrata ma encomiabile arte che, in Italia, vanta una caterva di virtuosi misconosciuti.

Ad esempio, tutti colgono la vocalità melliflua e metallica dell’implacabile computer kubrickiano HAL in “2001”, ma pochi sanno nominarne l’artefice palermitano, il bravo Gianfranco Bellini (classe 1924, deceduto nel 2006) che a dodici anni era apparso nel Signor Max con Vittorio De Sica per poi piazzarsi davanti ai microfoni prestando la voce soffice e temprata a quel Fred Crane che ha la battuta d’apertura nel mitico Via col vento, al Bambi disneyano quando diventa adulto, a Sabù nel Ladro di Bagdad, al Chaplin del Grande dittatore (versione 1949) e persino, in un crescendo di falsetti, alla pestifera Shirley Temple in Alle frontiere dell’India.

E chi ricorda Cesare Barbetti, nato fortunosamente (nel 1930) al porto di Palermo mentre i genitori (entrambi scavalcamontagne del teatro di prosa d’antan) attendevano d’imbarcarsi per il Cairo, in seguito diventato uno dei bimbi belli del cinema italiano per Camerini e Mattoli, popolare attore dell’Eiar e infine doppiatore sopraffino? Eppure tutti i Robert Redford della nostra vita hanno la sua voce, e ce l’hanno pure l’Olivier di Cime tempestose, Cary Grant in Susanna, il James Coburn di L’inferno è per gli eroi e, last but not least, Steve Mc Queen quando è Nevada Smith, Cincinnati Kid e Papillon.

Quella generazione di artigiani del sonoro posticcio, dei quali facevano parte i palermitani citati, si formò al termine dell’embargo imposto dalla fascistica legge sul monopolio, abolita con la Liberazione, il 5 ottobre del 1945.

La fluviale importazione di made in Usa in pellicola pretese allora l’ausilio di attori e attrici d’esperienza, pronti a riorganizzarsi in cooperative buone ad alimentare le nuove filiere del doppiaggio. Erano i tempi di Emilio Cigoli e di Tina Lattanzi, di Panicali e della Simoneschi (tutti veterani dei Telefoni bianchi), di quel certo birignao sostenuto che fece epoca ed epica.

Tra loro non sfigurò nemmeno Vinicio Sofia, un corleonese del 1907 di cui, dopo l’esordio nel polpettone Minculpop Camicia nera, fu rilevata “una voce dal particolare diaframma sonoro” utilizzata per doppiare, negli anni, centinaia di caratteristi americani, James Whitmore in testa.

E c’era il palermitano del ‘18 Arturo Dominici che, dopo aver fatto la guerra in Jugoslavia e aver sposato la concittadina nobile Irene Quattrini, s’impegnò con poliedrica disinvoltura in ruoli per film di genere (ma lo si ricorda soprattutto come dottor Mangani nei duetti con il Volonté d’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri), nel contempo dando voce a Martin Balsam sul grande schermo e al Grande Puffo sul piccolo, per poi morire di tumore alla gola nel 1992.

Della medesima tempra era fatto Corrado Gaipa, nato a Palermo nel 1925, e subito trasferitosi a Roma a intraprendere una carriera d’attore non compromessa più di tanto da un incidente che lo rese claudicante. Se è vero che lo si ricorda nei panni di don Tommasino nel Padrino di Coppola e in quelli di mafioseschi notabili e sofferti gentiluomini nel miglior cinema italiano (di serie A e B) a cavallo tra i ’60 e i ’70, di certo non si dimenticano i suoi pastosi accenti che servirono assai bene giganti come Welles e Spencer Tracy, Eli Wallach e Rod Steiger, fino ad arrivare al capolavoro di mimesi fonetica per Burt Lancaster nel Gattopardo di Visconti.

In quel film, a completare questo quadretto di panormite voci–fantasma, va citata la presenza di Lando Buzzanca doppiatore di Serge Reggiani, in una performance da fiore all’occhiello che anticipa il cameo di Pino Caruso per il personaggio di un militare austriaco in Monty Phyton– Il senso della vita.

Resta da dire che negli anni a seguire fino a oggi, altri palermitani hanno ricalcato le orme dei gloriosi predecessori: Nino Scardina che biascica per Danny De Vito in Qualcuno volò sul nido del cuculo, Gioacchino Maniscalco specializzatosi a doppiare divi di nome “Christopher” (Walken, McDonald, Reeve, Lambert), Stefano Oppedisano specializzato in film d’animazione e Nino Prester che modella sussurri e grida di Gary Oldman, Mickey Rourke e del prematuramente scomparso James Gandolfini, il Tony Soprano della serie Tv.

Sono loro gli eredi di un mestiere la cui aura sta svaporando, annichilita nel vortice dell’attuale flusso digitalizzato che rende sempre più doppiabile e dopato il cinema con tutti i suoi riti e miti.

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