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L’incompiuta di Vittorini, nucleo di “Uomini e no”

L’incompiuta di Vittorini, nucleo di “Uomini e no”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  3 maggio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per Elio Vittorini, teorico di una letteratura intesa come trasfigurazione razionale della realtà, la colpa del romanzo moderno è quella di degradarsi, nel rapporto col proprio pubblico, a surrogato del dramma post-rinascimentale, rinunciando così all’originaria eredità dell’epica dei poemi omerici, della Bibbia e di Dante. Con questa polemica valutazione lo scrittore siracusano promuoveva una rinnovata funzione sociale del romanziere, il cui compito doveva consistere nell’elaborare un’espressione di realismo a colloquio con l’assoluto, diventando l’artefice di un modo di fare letteratura capace di suscitare una presa di coscienza nel lettore “addormentato”. Da un’altra prospettiva, invece, la forma teatro fu per lui una costante tentazione, una sperimentale possibilità di emanciparsi dalla gabbia della “rappresentazione narrata”. A dimostrarlo rimane Atto primo, tra le tante sue opere incompiute, un misconosciuto frammento drammatico rinvenuto dopo la sua morte nel 1966.  La rivista Il Ponte (che ha il merito di averlo pubblicatonel luglio del 1973) lo presenta erroneamente come una bozza di sceneggiatura ispirata a Le donne di Messina, mentre studi più scrupolosi  hanno poi dimostrato che dal suo nucleo, scritto a metà degli anni Quaranta, lo scrittore recuperò dialoghi e descrizioni per  Uomini e no, il suo prismatico romanzo sulla Resistenza edito nel 1945. Come nei Sei personaggi, questa pièce troncata si apre con la battuta di un Macchinista di scena che, davanti a un sipario “che non vuole alzarsi”, si rivolge al Regista in attesa dell’Autore. Sarà quest’ultimo, accompagnato da un invadente Spettatore che lo incalza, a predisporre lo sconfinamento à rebours in un luogo fantasmatico (una porzione di Trapani immersa nell’abbacinante riflesso del sole sulla superficie delle sue saline) che è quello mitologico della propria infanzia, a incontrare i genitori e la nonna le cui parole acquistano il senso deformato dal tempo della “rimembranza”. In questo metateatro, che sembra pure volersi fare parodia dantesca, Vittorini si rispecchia autobiograficamente, sovrapponendo l’identità dell’Autore a quella del protagonista di Uomini e no, il partigiano Enne Due, e quindi anche alla sua. Ma è solo un tentativo abortito di donare unità scenica alla magmatica materia del proprio romanzo, di connetterlo utopisticamente alla forza comunicativa dello spettacolo teatrale che, lui stesso diceva, “non è la lettura animata di un’opera, ma è piuttosto una conversazione con tutto il pubblico, purché esso si disponga a essere finalmente attivo e a partecipare”.

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