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L’eros di Guttuso nella brochure di “Riso amaro”

L’eros di Guttuso nella brochure di “Riso amaro”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  10 gennaio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

 

 

Uno dei più ricercati reperti editoriali risalenti al periodo aureo del cinema nostrano è la brochure di Riso amaro di Giuseppe De Santis illustrata da Renato Guttuso, una pubblicazione pregevole che esalta la sostanza di quel film spartiacque del 1949, con il quale il neorealismo riuscì a reinventare sé stesso, presentandosi come una sintesi originale della possibilità che avevano i generi di mescolarsi, guardando con intelligenza ai migliori esempi di sperimentazione che la Hollywood dei grandi registi (allora quasi tutti immigrati europei) era riuscita a diffondere.

Con questo film, accolto all’epoca con grande diffidenza dalla critica e immediatamente amato dal pubblico, De Santis conferì nuovi valori culturali al paesaggio naturale e umano di quell’Italia che, affiorata dalle macerie della guerra, ricominciava a proiettarsi nel mondo.

Un artista attento alla potenzialità dei media come Guttuso non esitò a mettere la propria firma su uno dei materiali promozionali di quel film. Non sappiamo perché si limitò alla brochure e non si occupò di manifesto e locandina.

Sappiamo che Riso amaro fu una esemplare fucina creativa che contò sul contributo di Goffredo Petrassi per le musiche, di Corrado Alvaro alla sceneggiatura (a fianco del regista e di cineasti in erba Carlo Lizzani e Gianni Puccini).

In una lettera inviata nel 1987 a “Bianco e nero”, rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia, De Santis racconta del suo primo incontro con il pittore di Bagheria, avvenuto alla Galleria d’Arte romana “La Cometa” nel ’48. In quella lettera il regista evoca l’impressione di affinità familiare provocata da quei quadri che, pur “parlando della Sicilia”, erano pieni del suo paese in Ciociaria, “la piana di Fondi fatta di fichidindia e di ulivi, di lunghe strade polverose calpestate dai carretti e dai piedi nudi dei contadini”.

Nessuno più di Guttuso sembrò adatto a rappresentare figurativamente lo scenario padano di Riso amaro dando qualità mitologica al tema delle mondine.

Lo si capisce osservando le sue accese gouaches pubblicate nella brochure della Lux Film, la geometrica composizione delle piantagioni di Venaria Reale pittoricamente sciolta nel verde e nell’azzurro di memoria quattrocentesca, e che stenta a contenere il segno, febbrilmente rimarcato, di un trionfo aspro di corpi femminili in preda a torsioni rabbiose e involontariamente sensuali durante il rituale del disumano lavoro nelle risaie.

Tra quell’esplosione di seni prorompenti e di grembi invitanti, ecco emergere la figura che quel film ha trasformato nell’icona di una condizione tormentata e desiderante: Silvana Mangano, semidea di erotismo terragno alle cui curve rosate Guttuso dà rilievo fasciandole succintamente di nero e di rosso porpora.

Sorprende sapere che il pittore e il regista non s’incrociarono mai su quel set. Al primo bastò l’ispirazione di alcune foto di scena per i disegni che il secondo utilizzò come eloquente simbolo del suo capolavoro.

 

 

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