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La visione del Saba

La visione del Saba

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Tipologia:  Articolo

Testata:  Catalogo IV ed. Sicilia Queer Filmfest

Data/e:  5 - 11 giugno 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

“Ernesto” è uno dei romanzi più intensamente sofferti del Novecento italiano.

Il suo autore, Umberto Saba, se lo portò in grembo fino alla morte, lasciandolo incompiuto dopo averlo iniziato a scrivere spasmodicamente (a partire dai primi mesi del 1953 e dunque intorno ai settant’anni), ritoccandolo di continuo, perdendone il filo per poi ritrovarlo e perderlo nuovamente, sempre oscillando tra euforia e frustrazione, come se quello fosse il primo e l’ultimo libro della sua vita, l’espressione più nitida e perturbante di se stesso.

E questo non tanto perché “Ernesto” sveli senza reticenze e in extremis l’omosessualità del Saba, la sua disperata vitalità, l’innocenza inquietata e le vibrazioni più segrete della sua esperienza esistenziale, né perché sia il frutto “scandaloso” di quello che lo stesso autore definì una volta come la sua “caccia grossa” autoanalitica, l’addolorato ascolto della propria psiche tormentata (un ascolto consumato nell’alveo tempestoso della natia Trieste, che fu il regno dei primi scrittori freudiani).

E’ noto, infatti, che il suo romanzo, personale e rivelatorio, questo poeta assoluto lo aveva già scritto in versi ed è il celeberrimo “Canzoniere”, un corpus lirico potentissimo e sconvolgente, il poema di una vita la cui musica abbiamo imparato ad amare e temere, e che continua a sedurci con le sue carezze taglienti.

“Ernesto” è l’epifania di Saba, una sfida all’indicibile generata da un transfert, dal quel fantasma che è il ragazzo ideale del titolo, ciò che lui avrebbe voluto essere e forse è stato: l’incarnazione aggraziata di una sessualità incorruttibile e, al contempo, materialmente avida.

Quando gli conferirono la laurea ad honorem, nel giugno del ’53, Saba confessò in una lettera la tentazione di aver voluto leggere in pubblico, al posto della rituale lectio magistralis, alcuni passi del suo primo e unico romanzo in fieri, “rinchiudendo d’autorità” nell’Aula Magna i propri autorevoli spettatori: “Credo che tutti sarebbero impazziti di gioia, compreso il Magnifico Rettore. La gente ha un bisogno urgente di mettersi in libertà, di essere insomma liberata dalle sue inibizioni”.

Tale irrefrenabile desiderio di trasgressione restò sempre inattuato e, anzi, Saba fece di “Ernesto” il leitmotiv delle sue lamentazioni senili, imponendone prima la pubblicazione postmortem e poi, una volta arresosi al fatto di non poterlo completare all’apice della sua malattia (se ne andò il 25 agosto 1957), pretendendo la distruzione di tutte le sue provvisorie stesure alla figlia Linuccia e all’amico complice Carlo Levi che, per fortuna, non gli obbedirono.

Fu proprio Levi, il quale oltre a essere l’importante scrittore che conosciamo era anche un pittore, a disegnare la copertina della prima edizione Einaudi del romanzo, uscita a quasi vent’anni dalla morte del suo autore, il numero 46 della collana “Letteratura”, finito di stampare il 6 dicembre 1975.

In quel disegno, il volto malinconico di Saba appare a Ernesto addormentato come uno spettro protettivo che ne contempla l’ irresistibile bellezza.

Perché Ernesto è la quintessenza della bellezza, una qualità che esibisce con spigolosa consapevolezza, in più dimostrandosi “immune da certi tabù, responsabili di trasformare le realtà naturali in mostri assurdi e delittuosi”, come scrisse a suo tempo Elsa Morante nella densa e partecipe introduzione all’“incompiuto”.

E così il sedicenne di Saba, mentre è costretto, nella Trieste del 1898, a lavorare controvoglia come impiegato nella ditta commerciale dell’ungherese Wilder, accetta con naturalezza la seduzione carnale di un nerboruto bracciante ventottenne che lo lega a sé per mezzo di un ripetuto e scambievole gioco sodomitico.

Una volta licenziato, il ragazzo è costretto a confessare alla madre (depressa ma benevola) la propria relazione peccaminosa. Questo accade dopo che egli ha verificato l’altro aspetto della propria virilità facendo l’amore con una prostituta, e prima d’incontrare Ilio, un incantevole coetaneo nella cui avvenenza Ernesto si rispecchia (come accadde a Saba che, a suo tempo, provò l’ebbrezza di una simile, “meravigliosa” fascinazione), avendolo conosciuto durante un concerto di quel virtuoso violinista che fu Ondricek .

Con l’episodio di quest’incontro il romanzo s’interrompe, lasciando sospese le domande circa le ambigue torsioni delle vocazioni future di Ernesto: impalmerà qualche corteggiatrice (come voleva Saba che confessò a Linuccia l’ispirazione manzoniana di un altro titolo per la sua creatura letteraria: “I promessi sposi”), tornerà al suo posto d’impiegato, asseconderà la propria passione per il violino, o affogherà come un Narciso di provincia qualsiasi?

Tutte queste domande dev’essersele fatte, con felice nonchalance, Salvatore Samperi, il regista padovano del film del 1978 tratto dal libro.

Samperi è stato il cineasta della trasgressione soft, reso celebre (dopo gli esordi contestatari e simil-bellocchiani, il cui prototipo di culto fu “Grazie zia” con Lisa Gastoni) dall’exploit di “Malizia” (1973), film diventato, grazie alla indimenticata performance di Laura Antonelli, il capostipite della commedia sexy all’italiana, la stessa che oggi viene celebrata al di là di ogni ragionevole dubbio.

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