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La Sicilia di “1992” – Il nuovo che avanza nella fiction-verità

La Sicilia di “1992” – Il nuovo che avanza nella fiction-verità

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  18 aprile 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

A evocare tardivamente l’annus crucialis bastano poche immagini d’archivio sparse qua e là in sceneggiatura, cominciando da quelle del 23 maggio e 19 luglio delle stragi di Falcone e Borsellino, sempre attanaglianti anche a vederle mille volte. Basta un frammento di telegiornale sull’arresto del “mariuolo” Chiesa all’alba di Tangentopoli o sul tramonto elettorale della Dc di Forlani, insieme a qualche scheggia di Casa Vianello e di Berlusconi intervistato a Telemike prima della fatale discesa in campo. E così, almeno per qualche istante, ci ritroviamo dalla parte dei protagonisti della serie Tv 1992, come loro incollati ai piccoli schermi a tubo catodico d’antan, condotti dal senno di poi a riconoscere che dall’era dell’analogico a quella del digitale, nel Belpaese rimasto da allora tra i più corrotti del pianeta, è cambiato tutto e niente. Peccato che a garantire l’emozione, in questa azzimata  produzione targata Sky Atlantic (regia di Giuseppe Gagliardi) rimanga solamente l’effetto di una stemperata patinatura vintage spalmata su una materia narrativa priva di nerbo, irrigidita da troppi stereotipi e vanamente rianimata da stucchevoli derive soft core che, in fascia protetta, suscitano ancora prurigini assicurando picchi di share. Si vede che gli autori di 1992 hanno preso alla lettera la distinzione di David Lynch sul cinema che può concedersi di mettere in scena una sinfonia, mentre la televisione deve limitarsi a un “cigolio”. Anche se, rispetto alla deprimente medietà della fiction all’italiana, nel caso di questa serie, seguendo la tendenza del più riuscito Gomorra,è rilevabile un timido adeguamento alla maniera del Quality Telefilm (molteplici linee narrative, mescolamento di generi, stile realistico), modello da decenni elaborato dai sofisticati showrunner d’oltreoceano. E così al personaggio centrale interpretato da Stefano Accorsi, lo spin doctor della Fininvest che contribuisce a pianificare l’affermazione politica del Caimano, sono attribuite qualità di spietatezza e priapismo degne del più malinconico Don Draper di Mad Men, mentre l’emotività che caratterizza il giovane agente Luca Pastore (apprendista segugio del pool di Mani Pulite) sembra ispirarsi ai tormenti febbrili del Jesse Pinkman di Breaking Bad . E non è certamente colpa degli interpreti se, nel corso delle puntate, i personaggi appaiono privi dello spessore dovuto, impantanati in una storyline che vanifica le buone intenzioni iniziali ricorrendo ai consunti schematismi da soap opera anni Ottanta, quando non da feuilletton, con Di Pietro versus Craxi alla pari di Eliot Ness opposto ad Al Capone, e con un risaputo bestiario modello Grande bellezza composto da yuppies, dark lady, villain della politica e dell’imprenditoria, tutti a bordo dell’orgiastico Titanic della Prima Repubblica, già raccontato dai celebrati registi del neo-neorealismo e dai fratelli Vanzina. No, non è davvero colpa degli attori che anzi, in questa come in molte altre fiction nostrane, sono costretti a districarsi da situazioni e battute d’improponibile artificiosità. In 1992, ad affiancare Accorsi (peraltro ideatore della serie) che offre il proprio ghigno disilluso al suo rampante meneghino, e un Antonio Gerardi (già apprezzabile in Romanzo criminale) il cui Di Pietro uggioso risulta (al di là di certe imbarazzanti torsioni imposte dallo script) più sobrio dell’originale, si distingue uno stuolo di siciliani, finalmente non scelti per caratterizzazioni parafolkloristiche. Originario di Taormina è Guido Caprino che, dopo essersi fatto le ossa con Bellocchio e Faenza, è diventato popolare come Commissario Manara dell’omonima serie, e qui s’impegna nell’accentuare con misura l’amaro smarrimento del riottoso leghista Pietro Bosco, reduce dall’Iraq e coartato a diventare un’icona naif del Carroccio allora in ascesa. E catanesi sono poi le due protagoniste femminili, Miriam Leone e Tea Falco. La prima, ex miss Italia ed ex conduttrice di Unomattina, contemporaneamente intenta a dispensare languori melò nella Dama velata per famiglie, si ritrova a incarnare tout court lo spudorato spirito del 1992, denudando l’aplomb “cafonal” del suo ritrito personaggio di acida starlettina, pronta a sacrifici da kamasutra pur di entrare nel decadente harem del Biscione. La seconda, debuttante di lusso con Bertolucci e Verdone, è invece diventata il capro espiatorio dei più perfidi fanzinari sui social network per via del suo esibito birignao da strafatta (forse suggeritole da qualche acting coach?) che, se da un lato cita maldestramente le ruvidezze gutturali dell’indimenticabile Tina Aumont, dall’altro rende incomprensibili, ma almeno più impressionanti, le non memorabili battute della sua Bibi Mainaghi, rampolla inadeguata a guidare l’azienda paterna presa di mira dal pool degli untouchables dipietristi. Il suo è il più disperato e disperante personaggio della serie, costretto a fronteggiare sia la contorta morbosità dell’agente neofita Pastore (il vibrante Domenico Diele), sia la melliflua presenza del ricattatore mafioso Brancato, espresso con efficace understatement da Gaetano Bruno, unico attore palermitano in campo la cui intensità è stata forgiata dal teatro di Emma Dante. Non dimentichiamo che in 1992 c’è anche un toscano che interpreta un panormita, il lodevole Fabrizio Contri nei panni di Marcello Dell’Utri a inizi di carriera, l’anima nera della fortuna forzaitaliota che qui ostenta un’algida compostezza degna di Richelieu, e a cui gli sceneggiatori della serie affidano alcune massime di von Clausewitz (a rimarcarne il coté bibliofilo) sulla guerra come “continuazione della politica con altri mezzi”. Una battuta che, in bocca a quel personaggio, riesce a inquietare quanto basta.

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