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La mafia secondo Lo Schiavo

La mafia secondo Lo Schiavo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  1 dicembre 2013

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

I libri del magistrato palermitano Giuseppe Guido Lo Schiavo (1899-1973) sono ormai residuati da bancarella, da decenni fuori catalogo. Non parliamo del “Primo massimario del Codice della Strada” o dell’incerto “La materia della Divina Commedia” che il nostro scrisse con generoso scrupolo. Parliamo di “Piccola pretura” (1948) e di “Gli inesorabili”(1950), due romanzetti all’epoca molto popolari (con svariate edizioni e ristampe) soprattutto perché costituirono lo spunto per altrettanti film: il primo per il memorabile “In nome della legge” di Pietro Germi (pubblicato in Dvd dalla “Dolmen Home Video”) e il secondo per un più ordinario melò omonimo di Camillo Mastrocinque. Enfatici e loffi, gli antiquati feuilleton di Lo Schiavo sono oggi leggibili a brani con un disincantato senno di poi. In fondo, non sono altro che dei provinciali “western rosa”, paragonabili alle “Frontier Stories” di Louis L’Amour, buoni a ostentare una logica giustificazionista di stampo ottocentesco (stile “I mafiusi di la Vicaria”) nei riguardi della Weltanschauung mafiosa, del resto né più e né meno dei bestseller di Mario Puzo diffusi vent’anni dopo. A proposito del film campione d’incassi di Germi, un evocativo “Mezzogiorno di fuoco” girato a Sciacca, dove l’aitante pretore giustizialista Massimo Girotti si ritrova a fianco del burbero benefico capomafia Charles Vanel per ristabilire con la forza l’ordine perduto, roventi furono le accuse di contiguità: Sciascia tuonò indignato augurandosi che “la legge dello Stato s’instauri contro la mafia e non con l’aiuto della mafia” mentre, nel 1960, il leggendario senatore comunista Berti se la prese sia col film (però vibratamente difeso da De Gasperi) sia col romanzo bollati come “una vera e propria glorificazione della mafia”. Un simile vespaio suscitò “Gli inesorabili”, presentato sul risvolto di copertina del libro come “una storia di violenze e di vendette governata dalla figura di don Sparaino, il capo della mafia del monte, umano pur nel duro compito a lui riservato”. Di tali polemiche si curò assai poco l’ineffabile Lo Schiavo, divenuto presidente di sezione della Corte di Cassazione, che continuò a scrivere esotiche storie di cappa e mafia, mai bissando il trascorso successo, e che, prima di dare alle stampe un suo meditato saggio su “Cento anni di mafia”, superò se stesso redigendo, nel 1954, un articolo celebrativo dell’appena scomparso don Calò Vizzini, boss dei boss di Villalba. Un articolo che era ricco di considerazioni, loro sì inesorabili, come queste: “Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura; è un’inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la Giustizia. Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato”.