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La gastrosofia del Gattopardo vegetariano

La gastrosofia del Gattopardo vegetariano

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  5 aprile 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per il titolo del suo innovativo manuale, Enrico duca di Salaparuta si mostrò incerto. La prima e rara edizione, un’ordinaria brossura azzurra della Hoepli pubblicata nel 1930, riporta in copertina la dicitura “Cucina vegetariana – Manuale di gastrosofia”, corretto nella seconda del ’32 dal sottotitolo di “crudismo vegetale” che, nella terza del ’35, lascia spazio al termine “naturismo crudo”. Al di là delle etichette, però, la sostanza dell’originale impresa conduceva un’unica, eticissima motivazione: quella di fornire ai posteri “uno strumento di redenzione che prendesse le mosse dalla ortodossia dietetica”, come ci assicura Gioacchino Lanza Tomasi, nella sua prefazione alla più efficace edizione del manuale, datata 1971, in anomalo formato (cm. 22,5 x 12) con, al frontespizio, una composizione fotografica, in bianco e nero sgranato e raffigurante ortaggi, dovuta alla maestria di Enzo Sellerio, artefice di quelle sue che allora si chiamavano Edizioni Esse. Non era dunque solamente un ricettario, il libro del duca Enrico (1879-1946), le cui sperimentate teorie elaborano diete sia mentali sia corporali, al fine di coniugare godimenti teosofici e luculliane sfrenatezze che però aborriscono, perlomeno a tavola, ogni piacere “carneo”. Le ingegnose 1030 “formule scelte di ogni paese” (per minestre, paste, timballi, purea, pasticci, budini) affermarono in Italia il primato di una rigenerativa dietetica ispirata dai precetti di religioni d’Oriente e cristiane (fino a risalire alle Leggi mosaiche che indicano nelle erbe il cibo eletto), e che prescrive all’incirca gli stessi basilari elementi di quella che oggi è la “dieta mediterranea”. Per il resto, l’erudito Enrico fu abile a intrecciare la sua teoretica a una maieutica che non disdegnava la prassi medianica, oltre che alla più terragna attività d’imprenditore vinicolo, fra l’altro siglando quell’accordo con la Santa Sede che prevedeva, per ogni transustanziazione in Sicilia, l’utilizzo consigliato del “Corvo Salaparuta”, nettare dell’azienda fondata da suo nonno Eduardo nel 1850. Altro spunto del pregevole formulario del duca vegetariano fu l’ammirata curiosità per la dieta forzata dei propri contadini, “temperamenti di fortissima e asciutta fibra” che si cibavano di pasta e pomodoro e mai di carne, diventando “resistenti ai più pesanti lavori sotto la sferza del solleone”. Una specie d’invidia di classe rovesciata, un altro eccentrico marchio dell’aristocrazia che fu.

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