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Il Principe di Borgese e Sofri

Il Principe di Borgese e Sofri

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 febbraio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Della nostra povera Italia in liquidazione conviene lasciar parlare i pochi intellettuali rimasti. Che parlino loro dei contemporanei eredi del Principe, dissezionato dalla sublime scienza di Machiavelli. Che sputtanino loro i prìncipi trasfiguratisi negli aneddotici lupetti di Piazza Affari o nei tanti Mastrapasqua abbarbicati sugli innumerevoli scranni dei Consigli d’amministrazione, in spregio a ogni conflitto d’interesse e sempre avidi di auto blu (il fine giustifica il mezzo).

Per ingranare la marcia intellettuale è utile rileggersi un bel saggio sulla caratura italica, finito di comporre nel 1937 dal letterato palermitano Giuseppe Antonio Borgese, esiliato in Usa fuggendo da Mussolini.

Il suo influente (all’estero) “Golia – Marcia verso il fascismo”,   introvabile Mondadori del 1946, dedica fra l’altro un capitolo al neo-machiavellismo che tracciò il sentiero della deriva tirannica, intruglio di superomismo nazionalista e di sentimentalismo esasperato (echi di minacce ancora presenti?). Per l’autore di “Rubè”, capolavoro di romanzo, il fascismo fu il “gran pervertimento” da combattere con gli ideali della Global Community di cui egli stesso si fece poi legislatore per l’utopico “Disegno preliminare di Costituzione mondiale”. E oggi?

Oggi le pagine ammonitrici di “Golia” valgono pure da compendio al lucido pamphlet di Adriano Sofri, “Machiavelli, Tupac e la Principessa”, indispensabile primizia marcata Sellerio.

E colpiscono le sottili distinzioni e consonanze tra il Machiavelli utilizzato da Borgese come grimaldello teorico versus lo sdegnoso antifascismo del suo ex mentore Benedetto Croce ( secondo lui, rimasto a parteggiare “per le cose come sono” piuttosto che “per le cose come dovrebbero essere”, seguendo la cinica filosofia del “Principe” )e l’immanente Machiavelli ripensato da Sofri, apprezzabile quando si fa censore della debolezza dei “poteri forti”, ma non più identificabile come raffinato “maestro del gioco sporco” nel presente andazzo globalizzato dominato da una certa neo-stupidità.

Che se per Borgese la battaglia culturale dovrebbe sostenere uno Stato mondiale con i suoi leader portatori di un condiviso e (forse troppo) sacrosanto principio di Giustizia, per l’intellettuale disincantato Sofri, una volta metabolizzata la lezione drammaticamente massimalista del “Principe”, vale ancora la pena di “rimediare”, ognuno per la sua parte, ai reali pervertimenti in fieri prendendo culturalmente (e politicamente) atto di una concreta “ragione del pianeta”.

Quella ragione che “avrebbe dovuto da tempo soppiantare la ragion di stato, e se questo volesse finalmente dire, in extremis, che necessità e morale si riavvicinino, che la salvezza di ciascuno ha bisogno della salvezza di tutti, tanto meglio”.

 

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