mercoledì, 22 Maggio 2024

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Il primo libro di Pirandello

Il primo libro di Pirandello

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  18 maggio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Duecentoventidue pagine rilegate in brossura, un volumetto alto 17 centimetri e largo poco più di dieci, ornato da un fregio impresso nella copertina di color marrone chiaro, con il titolo in rosso che cita un ossimoro del Poliziano.

“Mal giocondo”, il primo libro di Luigi Pirandello, non è soltanto l’esercizio di stile dell’esuberante letterato ventiduenne di Girgenti, in procinto di trasferirsi da Roma a Bonn per proseguire gli studi di filologia romanza, ma è anche l’annuncio della sua vocazione di sperimentatore.

Questa raccolta di versi fu stampata, nel 1889, dalla casa editrice di Luigi Pedone–Lauriel, un erudito librario–editore di Palermo a cui si deve, tra l’altro, la pubblicazione della celebre “Biblioteca delle tradizioni popolari” del Pitrè, e che fu tra i primi a commissionare pregevoli illustrazioni per i propri libri alle litografie palermitane, meritandosi qualche anno dopo la qualifica di “editore benemerito di tutti i più valenti scrittori di Palermo nella seconda metà del secolo XIX” da Giovanni Gentile.

Accanto al suo nome, sul frontespizio di “Mal giocondo”, campeggia quello di Carlo Clausen, altro illuminato imprenditore di Torino operante nell’allora fiorente industria del libro, che un anno prima aveva rilevato la ragione sociale della Pedone–Lauriel.

Il libriccino di Pirandello esordiente è oggi diventato una perla collezionistica, valutato intorno ai mille euro dal Gambetti–Vezzosi, il più qualificato catalogo delle rarità bibliografiche del Novecento italiano.

Leggendo “Mal giocondo”, segnato dal giudizio del grande critico Luigi Russo che in queste poesie rilevò “un’imitazione non unitaria di modelli”, è facile lasciarsi respingere dalle manierate accensioni aleardiane e dai residui carduccianismi, dal rimestamento, talora ingenuo, di certi motivi del più consumato tardo-romanticismo.

Ma c’è pure il ficcante tentativo, da parte del futuro riformatore dei linguaggi della narrativa e del teatro, di liberarsi dalla catena culturale delle “vecchie parole sconciate dall’uso”, c’è tutto l’umoristico furore dell’iconoclasta che sciorina la propria leopardiana concezione del mondo, provando a trasformarla in visione. E c’è pure  l’annuncio di una estetica adesione al “vero”, c’è l’ espressione di un inquietato desiderio di profondità da esercitare sondando la superfice del vivere quotidiano, spingendosi fin dentro gli anfratti di quel “territorio reale” che sarà l’oggetto delle sue successive, originali trasfigurazioni.

Tutto questo ancora in nuce, certamente, ma nel giovane Pirandello già radicato: “Oh viaggio curioso de le vite/sciocche d’innumerabili mortali!/ Oh per le vie de la città spedite,/ che retata di drammi originali!”.

 

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