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Franco Ferrara, il palermitano che cadeva dal podio

Franco Ferrara, il palermitano che cadeva dal podio

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  14 dicembre 2013

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Franco Ferrara aveva settantacinque anni quando si recò alla Fenice di Venezia per ricevere il premio “Una vita per la musica”.

Non furono in pochi, tra i giovani orchestrali presenti alla cerimonia, a domandarsi chi fosse quell’anziano scavato dall’ictus che si nascondeva timidamente alle spalle del celebratissimo Gianandrea Gavazzeni, chiamato su quel palco a condividere l’onorificenza. E la risposta si diffuse in un amen: “Quello è il più grande di tutti”.

Cinque giorni dopo l’evento, il 6 settembre 1985, Ferrara fu colpito da un infarto fatale.

Ad ammettere che quel segaligno gentiluomo siciliano avrebbe potuto essere il più grande direttore d’orchestra della sua generazione, e forse di tutti i tempi, furono innanzi tutto i suoi colleghi. Parliamo di giganti come von Karajan e Bernstein, o del bizzoso Celibidache, che ammisero d’inquietarsi non poco quando Ferrara sedeva in sala a seguire una loro esecuzione, e questo perché temevano il suo implacabile giudizio.

Una grandezza riconosciuta dagli addetti ai lavori, uno chapeau concesso a una personalità straordinaria segnata da un male oscuro che ne condizionò la carriera e la popolarità. Di questa parabola esaltante e dolorosa ci racconta Il Maestro caduto dal podio, il bel docufilm di Anton Giulio Onofri recentemente messo in onda sul canale “Classica HD”.

Un talento che si sviluppò precocemente, quello di Ferrara, palermitano del 1911 trasferitosi giovanissimo prima a Bologna, poi a Roma e a Firenze per intraprendere una brillante carriera da esecutore (fu primo violoncello di fila dell’orchestra del Maggio Musicale), e in seguito chiamato sul podio a dirigere formidabili ensemble a Berlino, Dresda, Budapest, Bucarest, per ritornare infine in Italia, al Teatro Regio, al Carlo Felice, all’Adriano, alla Scala e, più volte, al Teatro Massimo della sua città natale.

Fra le tante magistrali sue direzioni, il film di Onofri propone come esemplare quella della sinfonia verdiana de La forza del destino, sottoposta all’ascolto del direttore d’orchestra Antonio Pappano, suo acceso estimatore,  che ne rileva la magnifica potenza espressiva: la tenerezza dell’oboe, la morbidezza degli ottoni, la furia degli archi, la tensione dei legati, il magico sfumare dei pianissimi, la melodia trattata come fosse un canto.  Ogni suo fraseggio era frutto di una meditazione appassionata.

Adesione fisiologica alla partitura: in questo consisteva il miracolo del Ferrara touch, che era capace di trasformare in epifania ogni esecuzione, soprattutto quando si esercitava a sondare, per decifrarne i valori, le più segrete espressioni dei prediletti Brahms e Rossini.

Tutto questo fino a quel maledetto giorno del 1948, quando Ferrara depose la bacchetta davanti alla sua orchestra costernata: “Signori, non arrivederci, addio: è finita per me. Niente più concerti”.

La sindrome del maestro si era manifestata sul podio per la prima volta il 3 aprile del 1940 al Teatro Adriano: un mancamento, una scossa, uno schianto, non uno svenimento ma un precipitare irrigidito a occhi aperti, come un albero segato.

Il fenomeno si era ripetuto troppe volte, al punto tale da rendere inevitabile l’abbandono. Numerosi furono i tentativi di fornire una diagnosi scientifica della malattia. Ferrara subì molti elettroencefalogrammi e persino un elettroshock, ma non ebbe alcuna risposta. La natura del suo male non si lasciò identificare facilmente. Qualcuno azzardò la metafora della lampadina da 200 watt a cui si dà una scarica da 2000 e quella esplode. Sembrava, insomma, che la musica gli tracimasse dentro fino a procurargli un collasso.

E non si trattava nemmeno dell’effetto di una banale ansia da prestazione. Dal punto di vista psicologico, le sue crisi ricordavano semmai quelle del protagonista di Thomas Bernhard nel Soccombente. Sembravano la conseguenza del nevrotico smarrimento di un artista di fronte a un desiderio di perfezione frustrato.

Il bello è che le sue direzioni furono sempre definite perfette.

“Possedeva un istinto musicale quasi magico, era come se ipnotizzasse i professori d’orchestra, e mandava in visibilio il pubblico”- ricorda il suo amico musicologo Roman Vlad.

Ma per quanto riguarda quel male oscuro, nessuna diagnosi venne formulata e, di conseguenza, ogni terapia risultò inutile.

Si è finito col supporre che le sue cadute scaturissero da un’eccedenza di genio, da un esagerato imperativo interiore. “La sua malattia era puramente e semplicemente la musica. Era troppo musicista”- scrisse una volta di lui Teodoro Celli. Quando abbandonò il podio, Ferrara decise di dedicarsi all’insegnamento prima al romano Conservatorio di Santa Cecilia, poi dal 1966 all’Accademia Musicale Chigiana e, dieci anni dopo, al Teatro La Fenice.

Oggi sono in molti, tra i più rinomati direttori d’orchestra, a dichiararsi suoi allievi devoti. E tutti sono concordi a considerarlo  più un educatore che un insegnante.

Si dice che ai suoi discepoli Ferrara imponesse una disciplina ferrea. Ma la sua severità aveva una qualità diversa da quella più aspra del padre che lo costringeva da bambino, ogni pomeriggio dell’anno (persino a Ferragosto), a ripetere la lezione del giorno, minacciando che se avesse sbagliato solo un accordo né lui né i suoi fratelli avrebbero mangiato a cena (nel film, è il suo allievo Gabriele Ferro a raccontare l’impressionante aneddoto).

Probabilmente, era la conseguenza di questa traumatica esperienza adolescenziale che spingeva Ferrara a imporre ai suoi allievi la ricerca incessante, pur  nell’esattezza del dettato musicale, di una qualche originale ispirazione.

È grazie a questa severità generosa che egli è ricordato con particolare devozione (e non è un caso che, a Palermo, un’orchestra filarmonica di giovani sia intitolata a lui).

Per sbarcare il lunario, ma con la passione di chi non voleva mai arrendersi alla routine, Ferrara accettò di concertare e dirigere colonne sonore dal 1944 fino al 1966.

Non cadde mai da quei podi senza spettatori, e riuscì a rendere smaglianti numerose partiture, quelle memorabili come quelle mediocri. Lavorò per Fellini, De Sica, Monicelli, Comencini, Blasetti e per decine d’altri cineasti tra cui il prediletto Visconti (un esempio per tutti, è la vividezza che seppe imprimere al Gattopardo di Rota).

Pochi sono i documenti filmati che lo riprendono all’opera. Lo vediamo durante titoli di testa di un altro capolavoro viscontiano, Bellissima, mentre dirige l’orchestra Rai che esegue “Quant’è bella, quant’è cara” dall’ Elisir d’ amore. E in una sequenza di La porta del cielo (un De Sica del 1944 musicato da Masetti), guarda caso proprio nella scena in cui il protagonista, un pianista interpretato da Roldano Lupi, avverte i primi sintomi di una paresi alla mano che lo costringerà a smettere di esibirsi.

Va detto però che il ritiro di Ferrara non costituì una resa. Pur lontano dal podio, il maestro continuò a comporre fino ai suoi ultimi giorni. E anche quando l’ictus gli paralizzò un braccio, proseguì le sue performance didattiche con dimostrazioni pubbliche divenute leggendarie. Sapeva bene come nascondere il dolore del suo paradossale fallimento. Si oppose tenacemente al destino irradiando sempre il suo orgoglioso candore da soccombente ispirato.

Quando non produceva musica, Ferrara ne parlava incessantemente, sottolineando predilezioni mai ideologiche. Se non studiava partiture leggeva fumetti e, per scacciare l’intristimento, costruiva giocattoli di cartone (lo racconta il compositore Franco Mannino, suo amico e concittadino). Con tenacia sovrumana, scacciando giorno dopo giorno le ombre, il palermitano caduto dal podio riuscì ad affermare lo speciale diritto che è proprio degli artisti veri: coltivare lo stupore rifiutandosi di crescere.

E così durante quell’ultima apparizione pubblica sul palco della Fenice, come ci mostra il film di Onofri, poté accogliere il suo ultimo applauso schermendosi con esagerate smorfie, abbracciando il premio che lo celebrava con ingenua avidità. Come un bambino.

 

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