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Il corvo e la bicicletta, un Bonaviri da favola

Il corvo e la bicicletta, un Bonaviri da favola

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  21 febbraio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Scrittore votato all’immanenza come all’arcano, Giuseppe Bonaviri (1924 – 2009) è stato uno dei più straordinari officianti di quella letteratura a cui spetta il compito di celebrare “matrimoni e divorzi illegali tra le cose” (Bacone dixit) per farsi epifania ingegnosa. Della sua geografia poetica conosciamo ormai tutto, compresi gli inediti, e sappiamo pure del “centro organico e simbolico” (la definizione è di Manganelli) dal quale si celebra ogni partenza: Mineo, suo luogo natio in provincia di Catania, ombelico di quel “mondo fertile ed enigmatico” che Bonaviri ha reso trasparente a partire dal clamoroso esordio, nel 1954, con “Il sarto della stradalunga”, esperimento narrativo battezzato da Vittorini che lo incluse tra i 58 titoli dei suoi mitici “Gettoni” Einaudi. Si tratta dell’edizione più ricercata dei libri di questo medico-letterato (come Bulgakov) in fuga dal diktat neorealista ma in grado d’impastare, con olimpica ironia, i motivi del meraviglioso fantascientifico con l’analisi acida delle vicissitudini storico-sociali della sua Sicilia. E tra le tante “antologie personali” pubblicate da Mondadori e Rizzoli (accanto a titoli come “La divina foresta” e “L’enorme tempo” oggi riediti da Sellerio) è quella intitolata “Lip to lip” a risultare esemplare. L’ormai raro volumetto, stampato nel maggio 1988 dalla Piero Manni di Lecce, è una emblematica raccolta di racconti, fiabe, lacerti diaristici, notazioni sociologiche e letterarie dove ribolle tutta la lava della ricerca sapienziale di Bonaviri. In queste pagine a inarcarsi lucidamente e giocosamente è la memoria febbrile di fatti vissuti come sogni, come nella truce parabola introspettiva del corvo Cratete, o nell’incanto dell’infantile volo con la bicicletta sopra il monte Carratabbìa, o nel fantasmatico diario manicomiale dell’esperienza di Ceccano, o nell’aspra leggenda del Gesù siciliano, o nella meditata partitura teatrale sulle “Confessioni” di Agostino. Dal “lip to lip” di una giovane coppia alla stazione Termini e dal “flip-flop” di un cardellino su un pioppo si dipanano poi alcune beffarde riflessioni su letture di classici (Omero, Manzoni, Pirandello) inframmezzate da ammonitorie considerazioni di pancia (anzi, di ombelico) sullo status contemporaneo e sui suoi governanti “incapaci di fare dei loro cittadini un insieme coordinato dove non esistano profitto sfacciato e predominio di piccoli gruppi sulla moltitudine”. Le apocalittiche macerie dell’hic et nunc al crocevia del mito.

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