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Il cimitero delle sale perdute a Palermo

Il cimitero delle sale perdute a Palermo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  12 settembre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

In tempi in cui il cinema ha smesso di rappresentare, per la formazione di nuove e più smagate generazioni di spettatori, quell’illuminante «Tutto» a cui si riferisce la citatissima frase di Leonardo Sciascia (“Per me e per altri della nostra vocazione, il cinema era tutto!”), i luoghi architettonici dove lo spettacolo su grande schermo ha vissuto i propri novecenteschi fasti si sono trasformati in tanti, suggestivi siti archeologici. Non sorprende dunque l’iniziativa della «Palermo aperta a tutti-onlus» presieduta da Claudia Bardi che, stasera e domani (a partire dalle ore 21 con partenza da Piazza Croci), organizza un tour dei Cinema scomparsi, ovvero una istruttiva (e un po’ spettrale) escursione lungo la rotta delle sale cittadine d’antan che furono, alcune demolite o dismesse (magari trasformate in garage o supermercati o parcheggi), altre sopravvissute a se stesse come multisale o teatri a palcoscenico ridotto. Perché se c’è una cosa che si può rimpiangere rispetto ai modi trapassati di visione in pellicola (oltre che intonare il de profundis alla pellicola stessa e alla sua grana) è il dato delle dimensioni: l’ascesi collettiva degli antichi spettatori del rituale cinematografico avveniva di fronte a proiezioni gigantesche e sovrastanti, sicché la vera differenza tra ieri e oggi è tutta in proporzioni e relazioni che si sono invertite, nelle immagini che da grandi si sono fatte, per chi ne fruisce, sempre più ravvicinate e piccole, passando dall’arcaico teleschermo al recente smartphone digitalizzato. Per non parlare di quella particolare qualità che possedeva, un tempo, l’“andare a cinema”, ossia il fatto che spesse volte il vero spettacolo non lo facevano i film bensì gli spettatori. Irripetibili quanto formativi perturbamenti, ad esempio, fornivano sia l’estasi provocata da visioni immerse nel delirio vociante di spettatori eccitati come bambini all’Opera dei pupi di fronte alle ombre in technicolor dei propri beniamini, sia le perverse soddisfazioni provocate da scherzi da balconata versus platea (cfr. Tornatore & Co.) e atti impuri sopra e sotto le poltrone (cfr. gli “amarcord” felliniani o di Maresco & Ciprì) consumati nell’alveo protettivo di sale affumicate da sigarette e sigari. Tornando a Palermo, sappiamo bene di come la nostra città sia stata, nei suoi trascorsi felicissimi, capitale architettonica di spettacolo. A partire dai suoi tanti Excelsior, cinematografi sorti con la stessa sigla, come quello adiacente al Palazzo Tagliavia in via Mariano Stabile, eretto nel 1914, chiamato prima futuristicamente Cinokestron, poi Vittoria e infine Modernissimo (abbattuto e attualmente sede di negozi e uffici). Sopravvennero l’Excelsior di via Maqueda, divenuto in seguito il mitico e più degradato Bomboniera, assieme all’ l’indimenticato Supercinema, nato dal più minuto Cinema Italia in via Cavour col nome “Nuovo Cinema Grande Italia” (realizzato in 14 mesi e inaugurato nel dicembre 1924). Fu tra queste imponenti mura, nello spazio trapezoidale diventato l’attuale sede di Feltrinelli e soci, che certe fortunate generazioni di mangiatori di celluloide godettero la magniloquente affabulazione di kolossal epici e di guerra, comodamente incastonati in una delle 1800 poltrone di questa piramide della visione alta 17 metri e culminante in un tetto a doppia falda, con le sue sagome spezzate alla Basile e i suoi solidissimi pilastri Decò. E c’è pure la saga del cinema Nazionale di via Emerico Amari che va debitamente declinata à rebours: oggi santuario del Bingo, fino al 2003 funzionale cinema per tutti, dove il mai troppo lodato esercente Mario Mangano componeva strategicamente le sue programmazioni a base di blockbuster per tutte le età, e questo nel glorioso impianto basiliano commissionato dai Fratelli Biondo che, nel 1914, ebbero il loro Kursaal destinato a spettacoli vari e attività ludiche. Altra commissione di Andrea, Luigi ed Eugenio Biondo fu, come è noto, il prestigioso cinema da 1100 posti sorto nel 1906 al primo piano angolare del Teatro di via Roma (seconda sala cinematografica in città dopo l’Edison Saal in piazza Verdi) che non va confuso con il Kursaal Biondo del Basile rimasto sulla carta e ancora studiato come progetto esemplare. Altra tappa obbligata di questo itinerario di schermi “mancanti” è senza dubbio l’eccentrico e avveniristico Cine-Teatro Finocchiaro, inaugurato come tempio para-wagneriano di prosa e varietà nel 1923, diventato cinema dotato di lucernario mobile (con travature alla Vierendel) per proiezioni estive sotto le stelle, ridotto a claustrofobica area a luci rosse (che, si dice, fu meta privilegiata di dragatori maudit, artisti rinomati con tanto di parrucche e baffi posticci in cerca di fugaci approcci omoerotici al calar delle luci in sala, davanti a pellicole afrodisiache), poi sede didattica della Facoltà di Architettura, poi nuovamente cinema per ogni età e oggi parzialmente recuperato come teatro con palchi interdetti da restaurare insieme a graticcia e palcoscenico. Ma nell’elenco luttuoso delle palermitane sale da rimpiangere sono due marchi a risultare tristemente evocativi: il primo è quello dell’Astoria di via Magliocco che, inaugurato del ’53 dalla famiglia Mangano, puntò fin dall’inizio su una élite di spettatori della “buona borghesia” locale, e fu sede di anteprime memorabili con divi hollywoodiani per superproduzioni nazionali (Il Gattopardo viscontiano e Il viaggio di De Sicacon la coppia Burton e Taylor in testa), diventando per altri versi il contenitore privilegiato (insieme al Golden) delle opere del perfezionista Stanley Kubrick, segnalato dai severi  emissari della Warner Bros per le sue esemplari modalità di proiezione; l’altro è il Fiamma, crogiuolo di visioni familiari made in Disney (avvenne lì la prima di “Mary Poppins”) ma anche di clamorosi exploit d’autore (Antonioni, Bergman, Louis Malle) e degli utili appuntamenti al Cinestudio di Mario Bellone. Fu nei roventi anni Settanta che il giardino del cinema di Largo degli Abeti si trasformò in bivacco dei simil-pariolini locali, fascistelli e fighetti dalle scarpe a punta regolarmente vittime di gavettoni dei “compagni” duri e puri, gli stessi che contestarono in minoranza, con l’ignominiosa qualifica di imperialista, il mitico Frank Capra nel giorno della sua riuscita celebrazione palermitana sulla rotta della natia Bisacquino (evento datato 1977). Altre bandierine nell’ideale mappa di compianto sono fissate all’attuale numero civico 56 di via Ruggero Settimo dove sorgeva il Diana classe 1954, o al numero 99 della stessa arteria che fu breve sede del Modernissimo, nella via Maqueda dell’omonimo cinema del Basile, nella via Marco Polo dell’Italia (dopo allenò la propria cinefilia il poeta e drammaturgo Franco Scaldati), nella via Montalbo del Manzella, nella via Montegrappa che ospitava sala chiusa e arena, locali oggi trasformati in garage com’è accaduto alla sontuosa Arena Trianon voluta dalla famiglia Florio in via Scarlatti a ridosso dei remoti cinema Massimo (chiuso nel 1971 e attualmente funzionante come teatro) e Utveggio (che, inaugurato nel 1915, si chiamò negli anni Dux, Enic, Abadan e oggi è il Rouge et Noir). Vanno certamente citati il Corallo (poi sede del Teatés di Perriera), e il Crystal e Brancaccio diventati santuari del Cineclub doc (che meritano un epitaffio a parte), senza dimenticare la filiera floreale dell’Arena Floreal di via Roccazzo, del Girasole di via Cuba e del Garden di via Mariano Stabile. Il percorso notturno della «Palermo aperta a tutti» prevede queste e altre tappe obbligate mentre l’ultimo spazietto del nostro parziale itinerario non si può che dedicarlo agli umori, mai troppo rimpianti, di quell’ oasi popolaresca che fu (insieme al Bomboniera) il Cinema Vittorio Emanuele dell’omonimo corso, dove ogni visione collettiva dei bei tempi andati si poteva vivere appieno, tra pernacchie e abluzioni ed evacuazioni d’ogni genere, come un’avventura vivacissima e promiscua, naturalmente a proprio rischio e pericolo.

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