lunedì, 17 maggio 2021

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Carmelo Bene: Con Pinocchio sullo schermo (e fuori), frammenti della sceneggiatura scritta con Nelo Risi, in “Sipario”, n. 244-245, agosto-settembre 1966

Carmelo Bene: Con Pinocchio sullo schermo (e fuori), frammenti della sceneggiatura scritta con Nelo Risi, in “Sipario”, n. 244-245, agosto-settembre 1966

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Autore:  Carmelo Bene / Corrado Augias

Tipologia:  Sceneggiatura

Film di riferimento:  Pinocchio, un film mai realizzato

Editore:  Valentino Bompiani

Origine:  Milano

Anno:  1966 (agosto-settembre)

Caratteristiche:  Rivista in brossura

Edizione:  anno XXI, numero 244-245, agosto-settembre 1966

Pagine:  96

Dimensioni:  cm.29 x 20,5

Note: 

I pezzi integrali, insieme ai brani della sceneggiatura, sono presenti nella GALLERY

CARMELO BENE

« Sceneggiando il Pinocchio con Nelo Risi (e si è trattato per me di un vero e proprio godimento, di uno scambio sempre a un certo livello di interessi, spero reciproci) mi è toccato ammettere che, frequentando il cinema, c’è almeno la speranza di incontrare una persona su mille che non sia idiota, anche se il caso di Risi è addirittura eccezionale: Nelo Risi è prima di tutto un poeta vero e poi un uomo di cinema, uno, insomma, capace di accettare e farsi amica una persona come me che intende soprattutto divertirsi su tutto un albero teatrale, e non arrampicato a un ramo secco (si chiama genere, no?) nelle vetrine dei negozi d’animali. Due mesi, dunque, spesi a sceneggiare il capolavoro di Collodi, due mesi in cui ho rivisto mortificata e vana questa mia persistente dedizione al “demoniaco” dei nostri palcoscenici. Privi tutti, nessuno escluso, i nostri cadaverici e pavidi teatranti, truculenti, ignoranti, capocomici nati e dannati, privati di se stessi, vezzeggiano i velluti scoloriti del nostro ottocento, incompetenti, orbi a tal punto da non riconoscere quanto buon teatro si stia facendo in cinema (e non sta bene) e quanto pessimo cinema si stia praticando in teatro (ed è disgustoso). (…)

Tornando al film, a dispetto dell’impegno penoso dei nostri galoppini di scena, mi ha fatto piacere aver trovato in Risi lo stesso atteggiamento che ritengo avere assunto io stesso sin dal mio esordio in teatro. (Solo che in un discorso cinematografico va sistemato diversamente). Ho detto atteggiamento: è questa una parola più bella di “mamma” che l’attivismo sfrenato, irriflessivo, imbalsamato, sindacale e osceno, soprattutto “stabile” dei nostri direttori, attori, autori e registi non saprà mai gustare, né tanto meno trasmetterne il sapore al pubblico. Dovrei augurarmi che muoiano tutti? Non è possibile perché la morte è una cosa seria. Ma il teatro di un’epoca sono i teatranti di un’epoca: della nostra non è davvero un piacere parlarne.  (…)  »

(C.B.) 

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CORRADO AUGIAS 

« Anche se non s’è parlato, scelbianamente, di oltraggio, il senso del Pinocchio di Carmelo Bene i più lo hanno perso per andar dietro al consueto luogo comune della “dissacrazione”. Quando era invece tutta un’altra cosa: un puro atto d’amore e d’onore verso il padre di Pinocchio.

Quello vero naturalmente che è il Collodi e non Geppetto. (…) Vista da Bene la storia di Pinocchio era diventata semplicemente ciò che era nel libro originalmente. Senza bisogno di nessun Freud che spiegasse che il vero senso della Bella addormentata è quello della iniziazione sessuale. Perché il Collodi ciò che ha voluto dire lo ha davvero affidato alla superficie, alla portata di tutti, da cogliere in prima lettura. (…)

Sfuggito a buona parte della critica e del pubblico il senso dello spettacolo è stato invece colto da Franco Cancellieri (Il grido e Le amiche, tanto per dire due film prodotti da lui) che lo ha segnalato a Nelo Risi. Ne è venuta fuori la sceneggiatura Risi-Bene di cui pubblichiamo di seguito alcune scene.

Si è trattato naturalmente di trasferire un linguaggio e una tecnica, non soltanto di reinventare dei moduli, com’era ovvio, ma di cercare di conservare nonostante la diversità dei moduli uno stesso significato. Il modo di raccontare la storia, il numero maggiore o minore delle invenzioni; erano problemi secondari del tutto. Nello spettacolo teatrale il rispetto, anzi la riscoperta del testo, venivano ad esempio dalla asintatticità fonetica di certe battute, dall’invenzione di una punteggiatura seconda.

Nel film il medesimo atteggiamento sarà affidato al trasferimento temporale della vicenda ai giorni nostri. Al fatto cioè che per essere una storia analizzata dopo Collodi (“senno di poi”, se si vuole), il tutto finirà per assumere inevitabilmente anche una dimensione quasi saggistica.

Se si è d’accordo sul fatto che il meglio che può fare l’arte oggi è “rivisitare”, rendere inconsueto, mostrare per la prima volta ciò cui siamo avvezzi da sempre, stomachevolmente, questa di Nelo Risi e Carmelo Bene è quasi sicuramente la strada che andava tentata.  »

(Corrado Augias) 

 

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