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Capra, il siciliano per caso

Capra, il siciliano per caso

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  30 luglio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Le cronache di quel venerdì 29 aprile 1977, a Bisacquino, raccontano che la cerimonia per la visita del più illustre dei suoi concittadini, il siciliano di Hollywood Frank Capra, fu inizialmente degna di una comica finale o di un racconto di Achille Campanile. Immaginatevi sindaco e assessori, seguiti da notabili e banda musicale pronta all’uso, costretti a spostarsi trafelati da un estremo all’altro del paese per inseguire la limousine nera dell’atteso ospite ottantenne, che nel frattempo, scortato a zonzo, si scherniva dicendo di non riconoscere il Santuario della Madonna del Balzo o l’abitazione dei genitori in via San Cono, incapaci ormai di evocargli il luogo dal quale, all’età di sei anni e dunque nel remoto 1903, era partito da emigrante per trasferirsi a Los Angeles a seguito di quasi tutta la famiglia (“Di quegli anni non ricordo nient’altro che la nave e il mare”, amava dichiarare). Quando finalmente si arrese al pomeridiano bagno di folla e di sudore, scendendo tra scroscianti battimani per via Malerva fino al municipio in piazza Triona, lo zio Frank distribuì a tutti sorrisi e frasi fatte (“Io ho lavorato sodo e ho avuto successo, ma il maggiore successo è quello vostro quando vi sentite vicini alla terra e a Dio”), non commuovendosi nemmeno quando si sentì chiamare familiarmente “Ciccheddu” da Lucia, una sua antica compagna di giochi. Naturalmente, di questo fulminante ritorno a Bisacquino non c’è traccia in “Il nome sopra il titolo”, la magnifica autobiografia (diventata un bestseller in Usa) che Capra aveva già scritto nel 1971, come antidoto a un’incipiente depressione, e che oggi è nuovamente disponibile in italiano per iniziativa della Minimum Fax (dopo l’ormai introvabile edizione Lucarini risalente all’ottobre 1989) con l’accurata traduzione di Alberto Rollo. Un libro di cui Leonardo Sciascia scrisse, per elogiarlo, che “somiglia a un film di Frank Capra”, e che va letto come un avvincente, romanzesco backstage su splendori e miserie dell’industria hollywoodiana, dove l’autore si paragona a uno dei suoi virtuosi John Doe, raccontandosi come un vincitore capace di rialzarsi dopo ogni caduta durante l’esemplare carriera fatta di alti e bassi, e lasciando qua e là trasparire una struggente nostalgia per tutto quello che ha vissuto: per tutto ma non per quella Sicilia disperata e primitiva da cui, in quell’inizio di Novecento, non si poteva che fuggire senza voltarsi indietro (“Ho sempre odiato la povertà” è l’ossessivo leitmotiv all’inizio di queste sue memorie). Stiamo parlando di un regista prolifico e innovativo, scomparso a 93 anni nel 1991, che fu sempre orgoglioso di sentirsi americano fino al midollo, disposto a imbracciare cinepresa e fucile (come fece sul fronte della seconda guerra mondiale con l’impressionante propaganda dei documentari del suo ciclo “Perché combattiamo”) allo scopo di difendere l’american way of life, sapendone individuare lucidamente tutte le più aspre ambivalenze e contraddizioni, senza mai smarrire, da autentico artista, la serietà del proprio spirito critico. E forse sta proprio in questa “serietà di emozione” (come la definì il grande critico Emilio Cecchi) la traccia della rimossa radice siciliana di Frank Capra, lo spietato scetticismo che sta alla base di tutte le sue favole (al di là della loro morale di facciata), piene di caustico realismo e ancora così attuali. Oltre a rovesciare come un guanto, sperimentandone nuove coordinate e contaminazioni, il genere cinematografico della commedia (sentimentale o “screwball” che fosse), film ammonitori come “La vita è meravigliosa”, “Mr. Smith va a Washington”, “L’eterna illusione” e “Arriva John Doe”, ci hanno insegnato negli anni a provare affetto per gli americani come individui ma ad averne paura in quanto massa pronta a farsi soggiogare e fuorviare. Eppure la critica engagé preferì scagliarsi, per decenni, contro gli “happy end” a doppio taglio e il disincantato anti-intellettualismo di quei capolavori che, nel conferire uno spessore epico al tono medio, raccontano d’individui in spasmodica lotta contro alcune fondamentali convenzioni etiche, economiche e sociali, mettendo in primo piano i chiaroscuri di un’America che insisteva a farsi rappresentare decorosamente unita, e che invece era già in preda a isteria e alienazione. E così, nel corso di quello stesso venerdì della visita a Bisacquino, il tre volte premio Oscar zio Frank, in maglietta girocollo color senape e giacca a scacchetti, dovette sottostare con pazienza, durante una mattiniera conferenza stampa al cinema Fiamma di Palermo (dove, tra i presenti in ammirazione, c’era pure il sottoscritto), ad alcune isolate provocazioni in puro sinistrese dei barricaderi cinefili di turno, alle accuse di essere un “utile idiota” a servizio di un cinema consolatorio e “di cassetta” già ricevute, qualche giorno prima, in un’analoga occasione al romano Centro sperimentale di cinematografia. Chissà quanto apparvero ingiusti i palermitani rigurgiti postsessantottini a quello scafato idealista che ai suoi tempi migliori era stato roosveltiano e che, durante il maccartismo, aveva rischiato di finire sotto inchiesta per via di un film del 1948 con Spencer Tracy, “Lo stato dell’unione”, un po’ troppo acido nei riguardi del sistema elettorale e delle sue perversioni mediatiche, oltre che eccessivamente malinconico circa le sorti dell’american dream. Tra le tante suggestioni che sa regalarci l’incisiva autobiografia, così tipicamente italoamericana, di questo genio del grande schermo, c’è quella che annoda motivi e figure di gran parte del suo cinema a certe esperienze vissute. E dunque il fatto che Capra abbia spesso rappresentato i banchieri come la personificazione del male assoluto (in sintonia con un comune sentire ancora in auge) può pure essere letto come la conseguenza di una sua traumatica esperienza familiare, vissuta alla morte del padre Turiddu da Bisacquino rimasto vittima di un incidente sul lavoro a un frantoio, quando la mancata restituzione di un prestito bancario costò lo sfratto al piccolo immigrato Frank e ai suoi. Da allora in avanti quel coriaceo e volitivo oriundo siciliano lottò duramente, nella vita come nel mestiere, per difendere la propria visione del mondo con tutti i suoi sogni e le sue utopie, arrivando a farsi sindacalista per potenziare i diritti contrattuali del regista inteso come autore del film (anche attraverso il “nome prima del titolo” nei crediti, ed ecco spiegato perché l’autobiografia si chiama così), a contrastare quel sistema hollywoodiano governato, durante gli aurei decenni Trenta e Quaranta, dalla rapacità dei produttori. E così, affermando come pochi altri colleghi il proprio stile, il nostro contribuì a diffondere valore e valori del Paese che lo aveva accolto e premiato trasformandolo in una leggenda imperitura, al punto da spingere il ribelle del “nuovo cinema” John Cassavetes (fatto della sua stessa stoffa pur perseguendo principi opposti) a dichiarare che ai tempi dei Mr.Smith e John Doe apparsi alla ribalta “forse non c’era davvero un’America perché forse c’era solo Frank Capra”.

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