venerdì, 1 Marzo 2024

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A Farewell To Arms (Addio alle armi) di Ernest Hemingway – Prima edizione

A Farewell To Arms (Addio alle armi) di Ernest Hemingway – Prima edizione

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Autore/i:  Ernest Hemingway

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Charles Scribner's Sons

Origine:  New York

Anno:  1929 (27 settembre)

Edizione:  Prima

Pagine:  358

Dimensioni:  cm. 19 x 13,5

Caratteristiche:  Legatura editoriale originale in cartone nero. Vignette oro applicate al piatto superiore e al dorso con nome dell'autore e titolo in nero.

Note: 

Prima edizione di A Farewell to Arms di Ernest Hemingway pubblicata nel settembre del 1929 dalla Charles Scribner’s Sons di New York.

La copia in archivio è priva della sopraccoperta

 

«Alla base del romanzo, come del resto di tutte le opere di Hemingway, sta un’esperienza personale, quella fatta come volontario sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale: esperienza che si universalizza come simbolo della condizione umana, visione del mondo tipica del tardo idealismo americano, con le sue venature romantiche e con le sue segrete radici nel pessimismo spiritualistico dei puritani. Il mondo in preda all’angoscia di Hemingway si distingue dal mondo esistenziale dei Sartre e dei Camus perché l’assurdo e la violenza che costituiscono l’essenza stessa della vita non riescono qui a spegnere un filo di speranza, un desiderio di lucidità e di innocenza, la capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto. Se l’uomo di Hemingway si presenta come mercenario alla ricerca di sensazioni, è sempre tuttavia un sostenitore delle cause giuste, e anzi, sotto la sua scorza di duro e di disperato, è il difensore dell’umano contro la vita stessa. Da questa fatale contraddizione tra l’essenza della vita e la natura umana deriva la visione pessimistica di Hemingway, lo stoicismo desolato del “codice di comportamento” che i suoi personaggi, in guerra e in pace, si costruiscono per resistere in mezzo all’assurdo della vita, nell’inferno che appartiene a ogni tempo, per restare intimamente “invitti” anche quando la vita li ferisce, li vince fino a distruggerli. (…) Nutrito di cultura sotto lo stile apparentemente spontaneo e antiletterario (il titolo deriva da una poesia dell’elisabettiano George Peele), lineare nella struttura ma in realtà elaborato con i famosi metodi dell’oggettività e dell’attenuazione (“understatement”) e dell’ellissi, A Farewell to Arms rappresenta il culmine della precoce maturità di Hemingway, e va considerato come il più genuino e il più duraturo frutto della sua arte ».

(Cecilia Bartoli, in Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, Milano, Bompiani, 2005)

 

SUL ROMANZO

di Carlos Baker

« L’apparizione in volume di Farewell to Arms il 27 settembre 1929, segnò l’inizio di un progresso nella carriera di Hemingway come uno dei pochissimi grandi scrittori tragici della narrativa del XX secolo (…). La posizione occupata da questo romanzo tra gli scritti tragici può essere chiarita dal fatto che una volta egli si riferì alla storia del tenente Frederick Henry e di Catherine Barkley come alla propria Romeo e Giulietta. Il parallelo più ovvio è che Henry e Catherine, come i loro prototipi elisabettiani, hanno tutto l’aspetto di amanti perseguitati da un influsso astrale; in secondo luogo forse Hemingway ha avuto presente la rapidità con la quale Romeo e Giulietta, la cui relazione era cominciata come un semplice flirt, trapassino nello stato di amanti relativamente maturi; in terzo luogo ha forse voluto significare che i suoi amanti, afferrati nel tragico ingranaggio della guerra sul fronte italo-austriaco, non sono molto diversi dalle giovani vittime della rivalità tra le famiglie dei Capuleti e dei Montecchi.

Né in Romeo e Giulietta né in Farewell to Arms la catastrofe è un diretto e logico risultato di una situazione sociale immorale: (…) lo studioso di estetica, che riconosce un altro genere di logica artistica diversa da quella matematica di causa ed effetto, può comunque concludere che la morte di Catherine, come quella di Giulietta, rivela una specie di inevitabilità artistica. Se non molto indirettamente, la guerra non uccide Catherine più di quanto la rivalità veronese non uccida Giulietta, ma nella sintesi emotiva del romanzo la morte di Catherine è direttamente collegata e intrecciata con l’intero tessuto di dolore, sofferenza, disfatta e fatalità di cui la guerra non è che la vasta manifestazione sociale, e altrettanto si potrebbe dire di Romeo e Giulietta.

Applicata a Frederick e Catherine, la frase «amanti perseguitati dagli astri» ha bisogno di qualche spiegazione: non significa che essi siano vittime di un vero e proprio potere malefico astrale, poiché tutte le loro crisi sono causate da forze messe in moto da esseri umani. Durante le comprensibilmente amare meditazioni di Frederick mentre Catherine giace morente in un letto dell’ospedale di Losanna, i pensieri fatalistici, del tutto naturalmente, gli attraversano la mente, ma in fondo non si sogna nemmeno di accusare il “fato” per la morte di Catherine, e le doglie della donna gli fanno pensare che, essendo stata la gravidanza agevole e apparentemente normale, l’attuale lotta biologica sia forse un modo di equilibrare le cose. «E adesso alla fine l’avevano presa. Non si può farla franca», ma subito dopo respinge le sue supposizioni, e cioè che le sofferenze di lei nel parto fossero la punizione dei piaceri peccaminosi. (…) Insomma, il dolore è naturale, inevitabile e senza significato morale o metafisico (…).

Un po’ più avanti Frederick Henry paragona amaramente la condizione umana, prima al gioco del baseball, poi ad uno sciame di formiche su un ceppo che brucia sul fuoco di un campeggio, e le due immagini sono metafore domestiche e non letterarie, che verrebbero in mente spontaneamente ad ogni giovane americano in una situazione analoga. (…) È chiaro che è una morte gratuita quella che colpisce le formiche sul ceppo in fiamme ricordato da Frederick: alcune muoiono immediatamente tra le fiamme, come ora muore Catherine; altre, come il tenente Henry scampato all’esplosione di una bomba da mortaio, riusciranno a fuggire  col corpo permanentemente segnato verso un avvenire incerto – certo solo nel fatto che alla fine moriranno; altre ancora, incolumi, sciamano verso l’estremità non ardente del ceppo finché il fuoco le raggiungerà. (…) L’agonia e la morte di Catherine non offrono nessun’altra testimonianza se non quella che avrebbe dovuto evitare di ingravidarsi, sennonché ella doveva ingravidarsi per scoprire che non era una cosa saggia, perciò la morte è una punizione per l’ignoranza delle “regole” ma è anche un fatto che non ha niente a che fare con le regole o col raziocinio. La morte è il fuoco che, in conclusione, ci brucia tutti e che ci può ustionare lungo la strada. Le meditazioni di Frederick Henry dimostrano semplicemente che se lui e Catherine sembrano in apparenza perseguitati dagli astri, è solo perché Catherine è biologicamente perseguitata, perché l’Europa è perseguitata dalla guerra e perché la vita è perseguitata dalla morte.

(…) Grosso modo, il movimento dell’intero romanzo si svolge dal concreto verso l’astratto, e ciò appare chiaro dalla splendida complessità del capitolo iniziale, mentre l’importanza di questa osservazione è avvalorata da ciò che accade negli ultimi capitoli. Il fatto che l’intera storia venga esposta in termini realistici, non dovrebbe infine oscurare il mito simbolico su cui è costruita e da cui trae gran parte della sua forza emotiva. Ora, si può considerare Catherine come una ragazza inglese che ha una relazione, simile a quella di Giulietta con Romeo, con un giovane ufficiale americano, e analogamente si può leggere il romanzo come una narrazione naturalistica di ciò che accadde a un gruppetto di persone sul fronte italiano negli anni 1917-18. Tuttavia, nell’antitesi centrale tra l’immagine di guerra e di morte (la pianura) e l’immagine di vita, amore e casa (la montagna), Catherine ha una parte simbolica a sé da rappresentare. Infatti le si richiede che ella diventi, mentre il romanzo si avvia alla conclusione, più un’astrazione dell’amore che il ritratto terreno di una donna reale innamorata e sofferente, anche se il lettore veramente partecipe senta che è anche una donna. E dal momento che è lei a muoversi in direzione astratta, si può concludere che la tendenz del romanzo è, a questo proposito, simbolicamente ed emotivamente giustificata, poiché non appena Henry ha chiuso l’uscio della stanzetta d’ospedale per rimanere solo con la morta Catherine, si rende subito conto, nel gesto stesso di chiudere, dell’irrimediabilità e della totalità della perdita:  perdita di una vita, di un amore, di una casa. Dirle addio è «come dire addio ad una statua», poiché la donna amata è diventata nella morte un’immagine astratta e senza vita del suo essere vivente, quasi un monumento marmoreo a tutto ciò che è andato senza speranza di ritorno. La sua morte compendia esattamente la struttura della tragedia e completa l’edificio della tragedia eretto con tanta cura; la struttura è essenzialmente poetica sia per concezione che per esecuzione, ed è ottenuta senza superflue insistenze o eccessiva elaborazione dell’assunto, ma è indubbiamente riuscita per tutti i lettori che abbia o saputo trovare la via che conduce al cuore del romanzo. Ed è questo risultato che pone il primo studio di Hemingway sulla fatalità ad un livello superiore di una mera esercitazione di naturalismo romantico. Dopo Per chi suona la campana è il suo migliore romanzo. »

(Carlos BAKER, HEMINGWAY – SCRITTORE E ARTISTA, a cura di Guglielmo Ambrosoli, Parma, Guanda, 1954)

Sinossi: 

L’ “io narrante” è Frederick Henry, un giovane tenente americano spinto da un idealistico desiderio di avventura ad arruolarsi come volontario nell’esercito italiano durante la prima guerra mondiale.

Impegnato come conducente delle ambulanze, Frederick scopre che la realtà del fronte è più dura di quanto immaginasse. Tuttavia egli resiste, aggrappandosi al suo personale codice di comportamento, che gli fa credere di essere dalla parte del giusto e di dover mantenere fede fino in fondo al proprio impegno.

Nella primavera del 1917 Frederick s’innamora di una giovane infermiera inglese, Catherine Barkley, che poi ritrova in un ospedale di Milano dove viene ricoverato per una ferita in battaglia. È una breve parentesi di serenità nella quale, lontano dagli orrori del fronte, speranze e illusioni possono rifiorire e la vita appare meno assurda.

La guerra va avanti da due anni, centinaia di migliaia di soldati sono morti, e nessuna propaganda lascia presagire una vittoria che, al contrario, appare molto lontana.

L’estate ha termine e, dopo che Catherine gli ha confessato di essere incinta e ha rifiutato di sposarlo per il timore di essere rimpatriata, Frederick torna al fronte.

Il 24 ottobre del 1917 è il giorno della ritirata di Caporetto. Il gruppo di ambulanze di Frederick viene travolto dalla massa dei soldati in caotica ritirata, tanto che gli autisti sono costretti ad abbandonare i mezzi. Insieme affrontano diverse vicissitudini, incrociando alcuni commilitoni ammutinati incalzati da soldati tedeschi in rapida avanzata tra le linee italiane.

Al momento di attraversare in ritirata un ponte sul Tagliamento, Frederick, come tutti gli ufficiali trovati non al comando delle rispettive unità, viene fermato dalla polizia militare dell’arma dei Carabinieri che aveva l’ordine di interrogare e fucilare sul posto gli ufficiali sbandati e ritenuti disertori. Si salva rocambolescamente tuffandosi nel fiume.

Poi decide di raggiungere Catherine a Stresa per fuggire con lei in Svizzera, visto che la polizia è sulle sue tracce. Dopo una fortunosa traversata notturna del Lago Maggiore, la coppia raggiunge la sponda svizzera. In quell’oasi di pace la vita sembra voler sorridere di nuovo, ma ancora una volta non si tratta che di uno “sporco inganno”: Catherine infatti muore a Losanna nel tentativo di dare alla luce il figlio di Frederick, nato morto. E alla fine il protagonista si ritrova solo nella più assoluta disperazione.

 

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