giovedì, 13 dicembre 2018

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

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Signorina Giulia

Signorina Giulia

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Tipologia:  Spettacolo

Di:  August Strindberg

Regia:  Umberto Cantone

Location:  Santa Maria dello Spasimo, Palermo

Data/e:  17-18-19 agosto 2001

Produzione:  Associazione Culturale Idearte

Cast:  Lucrezia Lante della Rovere, Vincenzo Bocciarelli, Ada Totaro, Salvatore De Franchis, Fabio Gangi, Ivana Testa, Carla Trapani, Patrizia Veneziano / Musici: Miriam Alasia, Wanda Modestini, Maricetta Salvato

Costumi:  Enzo Venezia

Scene:  Enzo Venezia

Note: 

Un progetto di Ezio Trapani

Versione italiana a cura di Luciano Codignola

Musiche originali: Mario Modestini

Aiuto regia: Raffaele Androsiglio

Direttore di scena: Ivan Raia

Assistente alla regia: Luca D’Angelo

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1945. La quiete di mezza estate è nell’aria, finita è la guerra e la volta celeste ci fa da soffitto. Le porte rimangono aperte stanotte, non si fa altro che festeggiare…

 

ANIME IN CUCINA di Umberto Cantone

Nell’accurata didascalia che prepara l’inquietante incipit di Signorina Julie, Strindberg suggerisce, tra l’altro, che il soffitto della grande cucina, dove il suo dramma prende vita, debba svelarsi tutto coperto da decorazioni a soggetti rappresentanti nuvole e fogliame, così come le sue pareti.

In questa nostra versione, la natura stessa, il vero cielo di mezza estate e il fogliame di un sontuoso teatro naturale, farà da parete e da tetto al mistero del commovente racconto di un sacrificio, ad una purissima partitura teatrale nella quale le ragioni del Mondo e della Storia sembrano ancora coincidere con le ragioni della Mente: movimenti assolutamente imperscrutabili.

Tradendo, non senza qualche ansia, le proporzioni della Intime-philosophie e, invero, seguendo l’illuminante tracciato delle ultime versioni bergmaniane che inscrivono en abîme la tragica vicenda della mezzadonna di Strindberg e del suo lacerante, inappagato desiderio di amore, intendiamo sperimentare la soluzione del sogno, magari parafrasando il Bontempelli di un sublime racconto, “Un’anima in un bar”. La nostra cucina vuole essere un luogo tragico, laddove “come negli atri delle reggie, scene di antiche tragedie, tutto vi è liscio, semplificato, ossuto e livido”.

Nell’aberrante, seducente partita danzata dai due protagonisti, la Signorina e il suo Domestico, a trionfare è soprattutto, per noi, il segno forte dell’epica moderna, il senso della riscrittura in chiave analitica del Mito, illuminante rotta seguita da Savinio e da Pasolini, da Camus e dalla Yourcenar. In tale dimensione, come scrisse una volta il grande Giacomo Debenedetti, “ci troviamo di fronte a personaggi familiari a un tempo ed estranei, conosciuti e assenti. La loro circolazione sanguigna ed umorale non deve essere dissimile dalla nostra; eppure quel sangue ci sembra di altro colore, quegli umori di altra crasi. Camminano sul pianeta terra; eppure la forza di gravità che li tiene attaccati sembra emanare dal suolo di un altro pianeta”.

Quando la nostra scena si trasforma in una scacchiera di luce, spazio mentale che cita certe celebri stanze cinematografiche di Kubrick e di Lynch, i quasi-adolescenti Julie e Jean, accanto a Kristin (la cuoca interpretata qui come sonnambula ad eyes wide shut, testimone e poi suggeritrice durante il gioco al massacro dei due amanti perduti), tutti recuperano la loro esistenza teatrale, epifanicamente proiettata nella decisiva intuizione del “Sogno”, scrittura che si consegna come sublime sintesi di tutto quel Novecento di là da venire.

“I personaggi di Strindberg – scrive George Steiner in “Morte della tragedia” – sono emanazioni del suo spirito angosciato e della sua vita tormentata. Perdono a poco a poco ogni rapporto con un filo conduttore e diventano frammenti, sparsi qua e là da qualche grossa esplosione di energia sotterranea”.

Pur elaborando esoteriche soluzioni alla sua incessante ricerca di senso e sentimenti (in Signorina Julie continue sono le allusioni a streghe e pozioni magiche, a quell’occulto che è specialmente il regno di un demiurgo funesto), questi personaggi vivono, debbono vivere, nella Storia - in questa nostra versione un evocativo 1945 italiano (crocevia di guerre e di utopie) - come concreti fantasmi di realtà naturalisticamente vibrante, ideologicamente contraddittoria, limpidamente desiderante.

La festa di San Lorenzo, a guerra finita, è festa di Liberazione per i servi-ombre, il domestico-parvenu è un ex partigiano sofferente, euforico, “rovesciato” come un personaggio di Camus, la Signorina è la figlia del Conte alla ricerca di un doppio perduto (Eros e Narciso), tragicamente destinata al macello da una sensualità naturale (che, forse, Strindberg aveva paura di riconoscere), prigioniera della scena primaria dei suoi dieci anni infelici.

Rispettando le unità aristoteliche, la modernissima tessitura drammaturgica, si fa sontuosamente sapienziale, si adegua a variegate (e per fortuna, mai esatte) interpretazioni, facendo così trionfare la propria sostanza di classico. E se per noi contemporanei, appare possibile e doveroso elevare la concezione della mezzadonna sottraendola al tremore misogino della pur nobile teoretica schopenaueriana, appare evidente la forza simbolica di questi personaggi: li abbiamo voluti simili per età, danzanti e seducenti, come adolescenti odierni, impegnati in un dilaniante, musicale fin de partie dove trova spazio la pietas metafisica e la metafora cristologia del conclusivo respiro strindberghiano. Mezzedonne e mezziuomini in un’aderente prospettiva freudiana, personaggi modernamente perplessi che giocano ad estinguersi, non solo socialmente e non solo esistenzialmente; che non esitano di fronte al Nulla e ai suoi tanti dei, sfidando la sorte del Mondo e la loro, donandosi al pubblico di oggi.

Sono come sonnambuli ad occhi aperti, in una vera notte di mezza estate, dove ogni naturalismo si fa natura, materia di realtà e insieme di sogno, materia di teatro.

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