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Quando Ciccio Ingrassia restò sull’albero di “Amarcord”

Quando Ciccio Ingrassia restò sull’albero di “Amarcord”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 ottobre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nel 1973, che fu per lui un anno difficile, Ciccio Ingrassia quel film non aveva proprio intenzione di farlo. A volerlo sul set era l’imperatore di Cinecittà, Federico Fellini, ma a Ciccio (al quale era stata inviata la sceneggiatura di Tonino Guerra) pareva che fosse troppo marginale il ruolo del parente matto della famiglia protagonista, lo zio Teo che, in libera uscita dal manicomio, sfugge ai congiunti per arrampicarsi su un olmo a ululare al vento “Voglio una donnaaa!”. Eppure le brevi scene della burrascosa gita alla casa colonica, comprese nel corrusco mosaico di Amarcord, erano tra quelle destinate a segnare la memoria degli spettatori di un film diventato, fin dalla sua trionfale uscita, uno dei predicati del fellinismo. E sono davvero da invidiare coloro i quali hanno oggi l’occasione di scoprire su grande schermo questa caustica elegia sulla tragedia ridicola dell’eterna Italietta tribale e repressiva affogata nel remoto ventennio fascista, questo umoristico ritorno alle radici dove ogni motivo autobiografico si fa sogno senza mai arrendersi alla nostalgia, uno dei capolavori del nostro cinema migliore, il cui titolo (concepito all’ultimo momento dal genio riminese al tavolo di un ristorante) significa “Mi ricordo”, e che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi come un’imprecazione, Osciadlamadona, o come un romanzo di Faulkner, Il borgo. L’Amarcord restaurato è l’evento d’apertura (stasera al Cinema De Seta, ore 21, ingresso 5 euro) di una nuova stagione della palermitana Associazione Lumpen, il cui calendario, curato da Franco Maresco, si annuncia fitto di appuntamenti imperdibili, dai classici nostrani (il Salò/Sade pasoliniano, il Rocco di Visconti e l’esordio di Bellocchio, I pugni in tasca) alle perle di Chaplin e Reed (Il grande dittatore e Il terzo uomo), insieme a un ciclo espressionista in collaborazione col Goethe-Institut e ad omaggi a Bresson e a Malle con l’Istituto culturale francese. L’odierna proiezione felliniana ci riserva inoltre una sorpresa: 8 minuti d’inediti provini e scarti montati da Giuseppe Tornatore in occasione della riproposta del film al recente Festival di Venezia. Tra questi eloquenti reperti, che svelano la Rimini reinventata nei perimetri di Cinecittà e il mare di plastica immerso nella nebbia artificiale al passaggio del mussoliniano transatlantico Rex, almeno uno riguarda Ingrassia (alle prese con un uovo), il quale, com’è noto, finì per cedere alle lusinghe di Fellini intenzionato a cancellare quel personaggio se egli avesse rifiutato la proposta. Reduce da una degenza per un’ulcera perforata, in preda a un esaurimento nervoso rinfocolato dalla brusca separazione con il fratello d’arte Franco Franchi (avvenuta l’anno prima dopo tre lustri di sodalizio e 105 film), Ciccio riuscì a esorcizzare tutte le proprie frustrazioni d’interprete con questo cameo di culto che lo sdoganò definitivamente nell’alveo del cinema d’autore, dopo l’esperienza con Vancini in La violenza:quinto potere. Per lui Amarcord fu il viatico di altre rimarchevoli partecipazioni da solista con Petri in Todo modo, con Comencini in L’ingorgo e poi con Scola e Dino Risi; fu il film, premiato quello stesso anno con l’Oscar, che lo fece riconciliare col mondo e (seppure temporaneamente) col partner di sempre, “che si era messo in testa di fare il cantante”, predisponendolo a ricostituire la premiata ditta con Franchi sul palcoscenico del Teatro Biondo  per la ripresa Rai del Cortile degli Aragonesi. In una coeva intervista a “Il Messaggero”, intitolata “Ciccio Ingrassia torna al cinema”, egli racconta di essersi ritrovato nel caravanserraglio del Cineasta Burattinaio e di essersi fatto plasmare volentieri in quelle poche pose memorabili. Il giorno della fatidica ripresa in cima all’olmo finto “che per salirci era una tragedia perché poteva rompersi”, durante una lunga pausa di lavorazione, la troupe si dimenticò di lui mentre stava sui rami, in attesa del ciak:

«Vedo da lontano elettricisti e macchinisti andare via e io rimango sull’albero. Passa una comparsa a cui domando: “Che faccio?” E lui risponde che debbo aspettare là e che la scena può anche essere girata l’indomani». A Ciccio non restò dunque che intonare, con la stessa disperazione, una variazione dell’unica battuta che il copione gli aveva destinato:  “Voglio una scalaaa!”, finché quelli ritornarono e lo fecero scendere.

Ingrassia non fu l’unico a essere scelto per aderenza figurativa più che per appartenenza etnica (alla napoletana Pupella Maggio, icona di Eduardo, fu affidato il ruolo della mater familias riminese); né fu l’unico palermitano del cast, dato che a doppiare Armando Branca, nel ruolo del padre dell’adolescente Titta (alter ego di Fellini) è stato il nostro Corrado Gaipa. Tutti loro (insieme alla Gradisca della compianta Magali Noël , al Nonno petomane di Peppino Ianigro e alla prosperosa Tabaccaia della Beluzzi), entrarono nell’umanissimo bestiario del prodigioso caos felliniano, dove il ricordo diventa una bestemmia poetica per consegnarsi, come opera mondo, all’indelebile immaginario del cinema.

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